Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Un rave all’inferno

“Sirāt”, il nuovo film di Óliver Laxe premiato a Cannes, è il racconto impietoso di una discesa negli inferi senza alcuna possibilità di ritorno

La fine del mondo raccontata ai confini del mondo. Questo è in estrema sintesi Sirāt, quarto film del regista, sceneggiatore e attore di origini galiziane e nazionalità francese Óliver Laxe, premiato a Cannes (Premio della Giuria ex equo col tedesco Guardando il sole) e che rappresenterà la Spagna nella corsa all’Oscar per il migliore film internazionale. La pellicola vanta l’autorevole imprimatur dei fratelli Pedro e Agustín Almodóvar (che figurano tra i produttori) e ha suscitato un coro unanime di consensi entusiasti da parte dei critici.

Penso che Sirāt sia un film feroce in cui la tragedia monta scena dopo scena escludendo qualsiasi lieto fine e generando nello spettatore uno stato di inquietudine che non lo lascerà dall’inizio alla fine. Personalmente ho subìto l’ansia indotta dalla storia, ma senza riuscire a parteciparvi, senza sentire quell’empatia che sempre mi suscita un grande film. Probabilmente perché la cultura dei rave, che è il cuore della pellicola, non mi appartiene.

Innanzitutto il significato del titolo perché nella parola c’è la chiave per comprendere il messaggio del regista. Sirāt, come si legge nei titoli di testa, è nella cultura islamica il ponte tra l’inferno e il paradiso, la soglia che ogni anima dovrà attraversare il giorno del giudizio, più sottile di un capello, più affilata di una spada. Su questo passaggio tanto impervio quanto crudele si avventurano i protagonisti del film, sfidando la sorte che incrocia il dramma delle loro storie personali con la tragedia che sta travolgendo l’umanità (l’eco della terza guerra mondiale rimbalza nelle radio accese nelle cabine dei caravan).

L’espediente narrativo che il regista utilizza per innescare la storia è un padre alla disperata ricerca della figlia di cui non ha notizie da cinque mesi. Sa solo che si trova nel Marocco meridionale e che ha partecipato a uno di quegli interminabili raduni. Le prime scene inquadrano il montaggio dei giganteschi altoparlanti neri che costruiscono una parete sonora pronta ad esplodere nel silenzio del deserto. E poi dall’alto una massa indistinta di uomini e donne ondeggianti e contorti nella trance indotta dalle droghe e dai woofer che pompano ossessivi ritmi tribali rimbalzati dalle pareti rocciose dell’Atlante (la musica techno firmata dal francese Kangding Ray).

Luis (l’attore spagnolo Sergi López) si aggira nella folla con lo sguardo smarrito distribuendo i volantini con la foto della figlia Mar. Lo accompagna l’altro figlio, il piccolo Estéban. Chiede notizie a chiunque incontra ma nessuno la riconosce. Evidentemente è una ricerca senza speranza.

La disperazione dell’uomo è tale che non trova niente di meglio che aggregarsi col suo pulmino a cinque raver francesi e spagnoli decisi a raggiungere un’altra fiesta ancora più a sud, ai confini con la Mauritania. Bigui, Josh, Tonin, Stef e Jade sono gli archetipi degli sballati freak di tanto cinema on the road, uno è senza una gamba, a un altro manca una mano, accettano l’intruso solo perché Luis mette i soldi per la benzina. È scontato che il viaggio non arriverà mai a destinazione e può solo finire in tragedia: Estéban morirà intrappolato nel pulmino che precipita dalle montagne dell’Atlante, Bigui con Tonin e Jade salteranno sulle mine di un campo in cui il gruppo si è accampato per un ultimo sballo.

È una storia feroce che offre altri piani di lettura ed è chiaramente questa l’intenzione del regista. La prima cosa che colpisce è la potenza del paesaggio. Il deserto a perdita d’occhio, l’orizzonte lontanissimo (“the fuckin’ horizon” di John Ford) che stabilisce il niente ai confini del mondo verso cui corre, confusa nel turbinio della sabbia, l’improbabile carovana protagonista del film; il sole implacabile in cui tutto affonda e trema, sono gli elementi che costituiscono la forza impietosa di questa pellicola in cui gli umani si misurano con le loro fragilità e le loro insicurezze.

Da sempre – e il cinema l’ha raccontato in decine di pellicole – attraversare il deserto è la metafora degli attraversamenti interiori dell’anima, “spatriamenti” di luogo e di tempo in cui cercare se stessi, ma in cui spesso ci si perde più che ritrovarsi. Il deserto (già protagonista di altri film di Laxe) stabilisce la soglia da varcare, l’implacabile “sirāt” che non conosce clemenza né happy end.

In questi scenari fatti di dialoghi ridotti all’osso e lunghi silenzi impastati di polvere, avrei condiviso volentieri l’intenzione del regista di raccontare la fine del mondo che, come dice qualcuno nel film, stiamo vivendo già da tempo anche se non ce ne rendiamo conto. Ma l’ambiente dei rave, cioè la modalità scelta da Laxe per questa narrazione, non mi hanno mai incuriosita, tanto meno appassionata, e la mia visione del film ne è uscita compromessa, sono rimasta spettatrice estranea alla tragedia.

Alla fine ho in testa una domanda. Mi chiedo se l’idea iniziale di questo film non sia stata influenzata (magari inconsciamente) dal massacro del 7 ottobre 2023 al festival musicale Supernova. In fondo è proprio da quel rave nel deserto israeliano che è iniziata la nostra fine del mondo.

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