Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Non lavorare stanca

Il nuovo film del grande regista coreano Park Chan-wook racconta la storia tragicomica di un uomo che diventa killer per riuscire a tornare a lavorare

Un dramma ordinario che tocca milioni di persone nel mondo: perdere il posto di lavoro dopo una vita al servizio di un’azienda. Il cinema lo racconta da decenni, basta pensare a Un giorno di ordinaria follia, a Full Monty, alla cinematografia di Ken Loach.

Che cosa c’è di diverso nella storia di Man-su, caporeparto modello in una cartiera sudcoreana dove lavora “come uno schiavo” da venticinque anni e che improvvisamente viene licenziato in seguito all’acquisizione dell’azienda da parte degli americani? C’è lo straniamento di un punto di vista che spiazza lo spettatore: perché Man-su non se la prende con chi, licenziandolo, fa crollare le certezze della sua vita e gli equilibri della sua famiglia – una villa con giardino acquistata con grandi sacrifici, la serra dove cura gli amati bonsai ed è un bel paradosso per chi lavora in una cartiera, il circolo del tennis per la moglie, le lezioni di violoncello per la figlia, il corso di ballo frequentato dalla coppia, il mantenimento di due cani, il cibo raffinato e tutte le consuetudini di uno status invidiabile – Man-su dirotta invece il suo odio sui potenziali concorrenti che intralciano la sua corsa verso la riconquista del posto agognato. Arrivando a concludere che non ha altra scelta se non eliminarli.

No other choice (“Non c’è altra scelta”) del regista, sceneggiatore e produttore sudcoreano Park Chan-wook – ispirato al romanzo The Ax di Donald E. Westlake, già adattato per il cinema da Costa-Gavras – presentato in concorso alla Mostra di Venezia e ora nella short list per il miglior film internazionale in corsa per l’Oscar, racconta (e la sceneggiatura molto enfatizza questo aspetto) la tragedia di un uomo ridicolo che decide di diventare killer per garantire il benessere della sua famiglia. Non essendo un professionista, le situazioni che affronta scivolano rapidamente verso il registro tragicomico della commedia grottesca, in cui il protagonista, sempre più preda della disperazione, è pronto a violare tutti i principi morali in cui credeva pur di raggiungere l’obiettivo. Alcune scene pulp decise dal regista hanno lo scopo evidente di sottolineare il messaggio contenuto nel film: è una parabola feroce sulla deriva del capitalismo contemporaneo.

Il protagonista del film è un uomo ordinario che ha legato la sua identità al lavoro che ha svolto per un quarto di secolo, quindi un personaggio con cui non è facile empatizzare. Lo spettatore oscilla tra la compassione per l’individuo travolto dalle circostanze della vita e schiacciato dalla responsabilità verso la sua famiglia e il distacco che subentra quando si manifesta tutta la sua idiozia nei suoi sforzi maldestri e crudeli di eliminare i concorrenti. Uomini che in realtà sono identici a lui, si trovano nella sua stessa situazione e finiscono per essere il suo specchio. Man-su non si ferma davanti a nessun ostacolo e nessun imprevisto, cade, si rialza, porta a termine il suo piano tra cinismo e imbarazzo.

La svolta che potrebbe far precipitare tutto e portare gli inquirenti sulle sue tracce è la scoperta dei delitti da parte della famiglia. Ma la moglie Mi-ri, senza dirgli niente, decide di tacere ed essere sua complice. Così Man-su può ritornare al suo antico ruolo di caporeparto, ma in una fabbrica completamente svuotata degli operai di un tempo, unico uomo tra i robot e i macchinari governati dall’intelligenza artificiale.

No other choice non è certamente all’altezza della “trilogia della vendetta” che valse al regista il Gran Premio Speciale della Giuria di Cannes 2004 per Old Boy e del magnifico Decision to leave premiato sempre a Cannes nel 2022 per la migliore sceneggiatura. Il limite maggiore del film è la sua lunghezza, il ritmo si perde in troppe scene, certo avrebbe giovato un montaggio più severo per ridurre i 140 minuti della pellicola. Che comunque si avvale di un cast collaudato, a cominciare da Man-su interpretato dal divo coreano Lee Byung-hun, indimenticabile protagonista della serie storica Mr. Sunshine e nel cast di Squid Game.

Il barlume di speranza che lo spettatore attende dall’inizio del film arriva nella scena finale: nella grande casa dove la famiglia è tornata risuonano le note di un violoncello. È la figlia bambina, genio precoce che suona come Rostropovič, che finalmente decide di farsi ascoltare dalla madre oltre che dai suoi cani, mentre Man-su è intrappolato nel traffico. Dopo tante vicissitudini l’uomo avrà ritrovato la sua famiglia oltre che il suo posto di lavoro?

Facebooktwitterlinkedin