Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

La grazia del dubbio

Esce (finalmente) il nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo che affronta (in modo magistrale) il tema della responsabilità individuale nella vita pubblica e in quella privata

L’impronta è inconfondibile, lo stile è sempre quello che l’ha reso unico tra i registi italiani. Ma questa volta non ha bisogno (non troppo almeno) di ricordare allo spettatore quanto sa essere bravo, non c’è il compiacimento di citarsi e celebrarsi, non ci sono le suore nane che fumano e ballano, non c’è il gusto del paradosso e dell’invenzione grottesca. C’è invece una sceneggiatura che mantiene il ritmo giusto nonostante la pellicola duri 133 minuti e c’è una storia che fa riflettere su molti temi (qualcuno dice anche troppi) raccontata con quello sguardo interrogativo e ironico che ci fa riconoscere subito un film di Paolo Sorrentino. In una battuta è Sorrentino in stato di grazia: questo è secondo me La Grazia.

Film d’apertura all’ultima Mostra di Venezia e finalmente nelle sale, La Grazia vede protagonista per la settima volta Toni Servillo, finalmente alleggerito dal volersi dimostrare a tutti i costi grande attore di teatro e di cinema. Con una recitazione per sottrazione che non ammicca e non sottintende, meritatamente premiata dalla Coppa Volpi, Servillo ci regala il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, “verosimile ma rigorosamente inventato” e che a molti ricorderà un po’ Oscar Luigi Scalfaro e un po’ Sergio Mattarella. Accanto a lui un cast eccellente, a cominciare dalla figlia Dorotea interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti, con personaggi tutt’altro che marginali: il colonnello dei corazzieri che risolve problemi Orlando Cinque, il generale degli alpini che rimpiange la guerra Giuseppe Gaiani, l’amica disinibita Coco Valori che pare la controfigura di Laura Betti, ovvero Milvia Marigliano.

Il film si apre sul cielo di Roma. Sorrentino compone frase dopo frase l’articolo 87 della Costituzione che riguarda il Presidente della Repubblica, dalla prima “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” alla penultima. Nel cielo irrompono le Frecce Tricolori e mentre le loro scie bianche rosse e verdi si impastano e si dileguano, appare la frase che spiega il titolo del film: “Può concedere grazia e commutare le pene”. Entra così in scena nella penombra dei saloni del Quirinale, il passo riflessivo e la grisaglia d’ordinanza, il Presidente Mariano De Santis, l’uomo in grigio che tutti chiamano “cemento armato” per la sua immobilità resistente a qualsiasi pressione.

Vedovo dell’amatissima moglie Aurora – l’ossessione che lo congela nel passato di un’immagine, il ricordo della ragazza che incede seducente nella nebbia di un argine – un figlio musicista a Montreal, una figlia giurista che lo assiste al Quirinale, De Santis è democristiano di lungo corso e non mi pare un caso la combinazione del nome Mariano che evoca Rumor con quello di Dorotea, visto che della corrente dei dorotei proprio Rumor fu leader. Giurista di fama, autore di un manuale di diritto penale di 2046 pagine che generazioni di studenti hanno ribattezzato “Himalaya K3” perché impossibile da scalare, De Santis è il Presidente della Repubblica che Sorrentino mette in scena al termine del suo mandato, nel cosiddetto semestre bianco. Un politico che in sette anni ha saputo risolvere brillantemente sei crisi di governo facendo del suo non decidere e dei suoi “ulteriori periodi di riflessione” un’arte.

Non è casuale la scelta del regista di incontrare il Presidente nel tempo sospeso di quei sei mesi, quando il Capo dello Stato non può più sciogliere le Camere ed è quindi privato del suo potere più grande. Il film La Grazia è innanzitutto una riflessione sul potere e sui dilemmi che il potere impone, sul piano etico oltre che politico, quando è esercitato consapevolmente. “La Grazia è la bellezza del dubbio” dice il Papa a De Santis. E in effetti il legislatore prevede questo dubbio a discrezione del Presidente anche dopo una condanna definitiva. La grazia si può dunque definire l’atto di cura estrema dello Stato per la vita dei cittadini proprio quando la vita ha esiti tanto drammatici.

Tre dilemmi politici e morali sono sottoposti al Presidente con incalzante insistenza dalla figlia Dorotea, che con tenacia lo richiama al coraggio che non ha mai avuto: giunto alla fine del settennato, lei gli chiede di firmare il disegno di legge sull’eutanasia e di accogliere due richieste di grazia per un uomo e una donna condannati per l’omicidio premeditato del consorte. La legge sull’eutanasia è faccenda delicata, il testo corretto e limato fin nelle virgole non convince il cattolicissimo Presidente sensibile alle pressioni della Santa Sede (Sorrentino inventa un Papa nero con i dread, l’orecchino e la passione per le moto di grossa cilindrata).

“Dio non concede risposte, la nostra vita è fatta di domande, le risposte non le danno neanche la scienza e il diritto”, lo ammonisce il Pontefice. Il Presidente si macera nei dubbi: “se non firmo la legge sarò considerato un torturatore, se la firmo un assassino!” replica esasperato alla figlia.

Ma il film non pone solo i dilemmi sollevati dai tre provvedimenti. La Grazia è anche una riflessione sulla vecchiaia, sulla paternità, sul passato e sul futuro, sui ricordi e i rancori che è indispensabile lasciar andare. Giunto al crepuscolo della sua vita oltre che del suo mandato, il protagonista vuole sfidare lo stereotipo che lo definisce “cemento armato” e trovare finalmente la libertà che non ha mai vissuto “anche se la libertà alla mia età non serve a niente”.

Il Presidente cerca così una strada nuova rispetto alle vie della giurisprudenza che gli sono familiari. Perché tra verità e diritto c’è un abisso, “il diritto ce la mostra solamente da lontano” mentre la verità si può cogliere solo da vicino, toccando le vite delle persone. Ecco allora che si concede la libertà di violare il protocollo: incontrerà personalmente in carcere il professore di storia che ha strangolato la moglie malata di Alzheimer, solo così potrà decidere se concedergli la grazia.

La ricerca della verità è in realtà l’ossessione di De Santis, giudice prima che Presidente, un’ossessione che ottiene il risultato di moltiplicare i suoi dubbi. Sa che la moglie lo tradì e dopo quarant’anni si chiede ancora chi fu il suo amante, lo chiede senza sosta all’amica di una vita Coco Valori. Ma l’ossessione per la verità ha un senso? Dentro la corazza del “cemento armato” De Santis insegue in fondo quella leggerezza che non si è mai concesso. “Sarebbe piaciuto anche a me fare come quegli uomini capaci di indossare una giacca rossa sui pantaloni bianchi, ma non ne ho mai avuto il coraggio”, confessa alla direttrice di Vogue raccontandole l’amore struggente per la ragazza che diventò sua moglie. E ovviamente l’uomo con la giacca rossa sui pantaloni bianchi è Jep Gambardella.

Non dirò cosa decide alla fine De Santis, se firmare il disegno di legge sull’eutanasia e a chi concedere la grazia. Tra i dilemmi politici e morali che lo assillano, lo spettatore sorride assistendo ai momenti di leggerezza che Sorrentino regala al suo protagonista: una cena con gli alpini in cui Servillo intona una strofa dell’inno del corpo seguito dal coro commosso delle penne nere; gli scambi di battute tra il Presidente e la sua onnipresente guardia del corpo che ogni volta gli dimostra la capacità di un corazziere di risolvere qualunque problema; la passione di De Santis per il rapper Guè e la sua canzone Le bimbe piangono (“affacciati alla finestra spacciatore mio…”) che lui canta davanti a un allibito corazziere; il desiderio di camminare tra la gente (“è sette anni che non passeggio”) che ricorda le uscite notturne di Andreotti nel film Il Divo. E lui che non sa più sognare, sogna di galleggiare nella leggerezza dell’assenza di gravità, come un astronauta nello spazio.

“Di chi sono i nostri giorni?” chiede Dorotea al padre. È la domanda chiave del film, come in Parthenope rimbalzava il quesito “A cosa stai pensando?”. A chi appartiene il tempo che ci è dato vivere è l’eco dei dilemmi che il Presidente tenta di sciogliere. Ed è al termine del film che De Santis le risponde: “sono nostri”. Una risposta in apparenza banale. Ma lui aggiunge: “non basta una vita per rendercene conto”.

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