Al Teatro Regio di Parma
Orfeo multimediale
La regista iraniana Shirin Neshat mescola cinema, teatro e musica per raccontare il mito di "Orfeo e Euridice" nella versione lirica di Gluck
Grande inizio con l’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck quello che ha inaugurato la Stagione Lirica 2026 del Teatro Regio di Parma. Oltre al bravo direttore Fabio Biondi, al suo debutto in questo tempio della lirica, la cosa più inaspettata è stata quella di assegnare la regia all’artista e regista iraniana multidisciplinare Shirin Neshat nata nel 1957, (Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999) artista che avevamo visto con piacere l’anno scorso esporre al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano la sua magnifica retrospettiva Body Of Evidence. Lei da sempre in tutti questi anni si è confrontata con la fotografia, il video, il cinema (Leone d’Argento per la miglior Regia al Film Festival di Venezia del 2009 e del prestigioso Praemium Imperiale a Tokyo nel 2017. Nello stesso anno, sempre a Venezia, alla mostra internazionale del Cinema altro premio per Looking for Oum Kulthum e più recentemente, nel 2021, con Land of Dreams). Lei ha gravitato anche nel teatro, creando narrazioni altamente liriche, oltre a visioni politicamente cariche che rimettono in discussione questioni di potere, religione, razza e relazioni tra passato e presente, Oriente e Occidente, individuo e collettività.
Tema fondamentale nella sua poetica è lo sguardo delle donne: dagli esordi nei primi anni Novanta con la serie fotografica Women of Allah, i celebri corpi femminili istoriati con calligrafiche poetiche, fino a The Fury, video installazione che anticipa il movimento “Woman, Life Freedom”. Le opere di Shirin Neshat travalicano il tema di genere indagando le tensioni tra appartenenza ed esilio, salute e disagio mentale, sogno e realtà.
E quale opera lirica meglio di Orfeo e Euridice poteva affascinarla di più per esprimere con grande raffinatezza il rapporto uomo-donna di cui è intriso questo antichissimo mito greco che da sempre ha avuto profonde riflessioni. Gluck lo mise in scena nel 1762 a Vienna su libretto del poeta Ranieri De’ Calzabigi. Lui con questo librettista ha avuto come primo obiettivo formale scrollarsi di dosso i sensazionalismi visivi e sonori abituali ancora nel palcoscenico operistico serio del suo tempo. Un secolo prima di Gluck, nel 1607, Claudio Monteverdi rilesse la potenza del mito greco ideando l’Orfeo in tutt’altra maniera.
Gluck in tre atti ha saputo rievocare la morte della ninfa ( interpretata con grande emozione e capacità dal soprano Francesca Pia Vitale) , la discesa agli Inferi di Orfeo ( messo egregiamente in scena dal controtenore Carlo Vistoli, conscio della grande responsabilità, l’infrazione del patto, che porta il poeta tracio a struggersi nell’aria “Che farò senza Euridice?” Grazie all’intervento di Amore (messa in scena da Theodora Raftis) con le sue enormi ali bianche, che riporta in vita la giovane, l’opera di conclude in modo decisamente più positivo rispetto all’originale greco.
Shirin Neshat con grande maestria ci ha immerso in questa vicenda grazie anche alle scene ideate da Heike Vollmer e i costumi contemporanei di Katharina Schlipf, con le luci di Valerio Tiberi, le coreografie di Claudia Greco, la drammaturgia di Yvonne Gebauer e la direzione della fotografia di Rodin Hamidi.
La regista ci racconta che questa opera era la storia giusta per lei, con interessanti possibilità visive e concettuali, perfettamente in linea con il suo lavoro passato nella fotografia e nel cinema. Il suo Orfeo è ricco di dualità: amore e morte, dolore e gioia, cielo e terra, mondo e inferno, magia e realismo e, infine coscienza e subconscio.
Lei ha immaginato fin dall’inizio quest’opera in bianco e nero per incarnare alcuni di questi paradossi, ma anche per rimanere fedele al suo stile caratteristico, in cui i contrasti tra i diversi elementi di una storia sono sottolineati in termini visivi. e in questo è stata fondamentale la drammaturgia ideata in accordo con Yvonne Geabuer e la perfetta sinergia con tutto il suo team.
Ed ecco che ci ritroviamo davanti fin dalle prime scene video in bianco e nero con la coppia stesa sul letto matrimoniale che a poco a poco si alza e lui mentre si veste fissa lei osservare, con grande tristezza, fuori dalla finestra il figlio che non c’è più. Orfeo è un essere umano in conflitto con il proprio ego, dibattuto tra il suo narcisismo e l’amore incondizionato per sua moglie Euridice. La morte di sua moglie suicida lo distrugge e lo rende incapace di distinguere tra illusione e realtà, tra vita e morte, innocenza e colpa. La regista ribadisce con la sua maestria cinematografica questo disorientamento del protagonista che lo fanno ritrovare immerso nelle prove delle sue colpe. Shirin Neshat ci fa percepire il passaggio di Orfeo agli inferi come un viaggio nell’oscurità, nel dubbio, nel dolore e nei limiti umani. Mentre Euridice è invece tormentata dalla perdita del figlio e dalla crudeltà e incapacità del marito di piangere questa tragedia e infine si getta nella morte. Quando Orfeo grazie ad Amore appare negli inferi per liberarla, lei torna esitante alla vita solo per ritrovarsi disillusa e sopraffatta dall’assenza di suo figlio.La regista fa iniziare e finire questa opera in tre atti come un film muto in bianco e nero che ci proietta noi spettatori in un altro livello narrativo, offrendoci uno sguardo più intimo sui personaggi e sulla relazione alquanto in disordine fra Orfeo e Euridice.
Shirin Neshat aveva già diretto nel 2022, questa volta al Festival di Salisburgo, L’Aida di Verdi che verrà riallestita nel 2025 all’Opéra di Parigi.
Nel 2025 la prestigiosa Galleria d’Arte Lia Rumma aveva presentato in anteprima Do U Dare!, la più recente opera filmica di questa prestigiosa artista che ha reso impareggiabile l’apertura della Stagione Lirica di Parma con il suo riuscitissimo intervento poetico grazie anche alla Filarmonica Arturo Toscanini e al Coro del Teatro Regio di Parma perfettamente preparato da Martino Faggiani.
La reinterpretazione di Shirin Neshat di questo mito riletto da Gluck nel ‘700 fa seguito a quella altrettanto affascinante di Rainer Maria Rilke che ai primi del ‘900 ci propose Orfeo, Euridice ed Hermes
in cui percepivamo un Euridice profondamente mutata dalla morte. Ma l’evoluzione di questo celeberrimo mito nella letteratura prosegue con Cesare Pavese che nella sua famosa raccolta di racconti Dialoghi con Leucò pubblicò l’Inconsolabile, un dialogo tra Orfeo e Baccà. in cui ricordiamo la celebre frase di Orfeo verso la sua compagna: Valeva la Pena di Rivivere ancora? Ci pensai , e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Ma questi temi affascinarono anche lo scrittore, drammaturgo e regista francese Jean Cocteau che nel 1950 diresse il film Orphée, adattamento dell’opera teatrale omonima del 1926, Il film reinterpretava in chiave moderna la storia della coppia mitologica, unendo un gusto surrealista a un tono drammatico. I protagonisti erano Orfeo, Euridice e una principessa, nientemeno che la Morte in persona, innamorata del poeta. Ma anche in Italia, nel 1980 Italo Calvino pubblicò sulla rivista Gran Bazaar L’Altra Euridice, un racconto paradossale che capovolge il mito così come lo conosciamo, ipotizzando un mondo sotterraneo ricco di vita in cui originariamente Euridice vive assieme a Plutone, il Re degli inferi per i romani. Questo racconto contenuto in Tutte le Cosmicomiche mostra Orfeo come responsabile della risalita in superficie della giovane ammaliata dal suo Canto ingannatore. In questo mondo rovesciato la “superficialità della superficie” si contrappone all’autenticità della vita del sottosuolo a cui Euridice è stata ingiustamente sottratta.
Chissà come ne avrebbe parlato Eugenio Montale della regia multimediale di Shirin Neshat. Lui Montale, nel 1958 alla Scala vide una rappresentazione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck con la regia di Gustav Grundgens e con la direzione musicale di Lovro von Matacic. Ne mise in giusta evidenza la capacità di riunire le due opposte e necessarie qualità della forza e della delicatezza che il pubblico scaligero apprezzò. Montale ammirava in Gluck la sua capacità di mantenere la sua atmosfera, che non ha bisogno di essere pittorica perché è intensamente musicale. Tutto, per Montale, arie, recitativi, danze e pagine corali, costruisce un racconto di una coerenza meravigliosa. e io penso che questa ulteriore riuscitissima rilettura di Shirin Neshat avrebbe affascinato anche il sommo poeta.
Le fotografie dello spettacolo sono di Roberto Ricci.