Storia di una prelibatezza secolare
Ode al tramezzino
Battezzato da d'Annunzio cent'anni fa (che forse copiò il nome da Alfieri), il tramezzino ha finito per diventare una rappresentazione tipica «de' costumi italicheschi»
C’è una ricorrenza in corso che mi perseguita da qualche tempo, forse in quanto torinese doc e piemontese da decine di ripetitive generazioni: il centenario del tramezzino. Molti interventi giornalistici mi hanno ricordato recentemente come il suddetto panino di morbida mollica e appetitosi bocconi di salumeria, formaggi o verdure sia stato inventato dal bar Mulassano di Piazza Castello a Torino, uno dei tanti meravigliosi caffè storici della prima capitale d’Italia; in particolare famoso per essere diventato nei primi anni del secolo scorso il ritrovo obbligato dei futuristi (uso l’aggettivo non a discapito della proverbiale amabilità di quel locale ma per l’altrettanto proverbiale autoritarismo delle avanguardie storiche che, in tutte le epoche fino ai giorni nostri, hanno sempre esercitato un potere assoluto di inclusione o esclusione indiscutibilmente autoreferenziale). Da Mulassano, insomma, si trova il tramezzino da cent’anni e ancora oggi un vero torinese lo va a consumare proprio lì e da nessun’altra parte: in realtà probabilmente Mulassano lo ammanniva già prima di quel 1926 quando Gabriele d’Annunzio lo ha battezzato in quel modo così fortunato. Trovo il ricordo dell’episodio nel bell’articolo di Carlo Ottaviani sul Messaggero del 13 gennaio 2026: d’Annunzio, geniale inventore di neologismi e marchi commerciali, coniò il nuovo nome per evitare il termine inglese di sandwich che un Lord omonimo, duecento e otto anni prima, aveva trasmesso al panino imbottito; ma che il fascismo non poteva tollerare insieme ad altre invasioni nemiche nella lingua patria . E qui mi è venuta voglia di chiedere a Succedeoggi ospitalità per un soprassalto di pedanteria erudita.
Nulla da eccepire alla primogenitura del prodotto di Mulassano; né alle molte fantasiose varianti che chef innovativi hanno introdotto ovunque, anche a Roma, come segnala Ottaviani invitandoci a sperimentarle per esempio a Trastevere: ma invece all’originalità dell’invenzione dannunziana, al preteso neologismo “tramezzino” ho qualcosa da eccepire. Il termine è stato usato per la prima volta da un altro grande poeta italiano anche lui frequentatore dei primi raffinati caffè settecenteschi di Torino, Vittorio Alfieri: quando nel 1803 scrisse in versi la sua ultima commedia, Il divorzio, e diede a un personaggio petulante e pettegolo, il nome parlante di Don Tramezzino; il quale è un prete che si mette appunto “tra-mezzo” ovunque, per seminare scompiglio e dir sempre la sua. Non vorrei che qualcuno pensasse che voglio fare una polemica ideologico-intellettuale con d’Annunzio, di questi tempi ogni pretesto è buono per buttare le migliori intenzioni in caciara politica; il Vate è uno dei miei autori preferiti, anche in quanto drammaturgo: e ho anzi il rammarico di non essere mai riuscito a metterlo in scena, nonostante molti progetti avviati in tempi remoti e recenti.
Di Alfieri, invece, ho messo in scena alcune cose, tra le quali appunto Il divorzio: straordinaria commedia di costume sull’identità italiana, una quindicina d’anni fa recensita su questa rivista da Nicola Fano. Devo confessare di avere sempre pensato che quel neologismo “tramezzino” sia stato suggerito a d’Annunzio, uomo di sterminate letture, proprio dal vivace don Tramezzino alfieriano (interpretato, nel mio allestimento, dall’ottimo Fabrizio Martorelli). E qui, senza voler attribuire il premio della primogenitura all’uno o all’altro dei miei poeti del cuore, mi sembra di poter decidere salomonicamente che i corsi e i ricorsi della lingua e della buona cucina sono rivoli di invenzioni incontrollabili, non patrimonio di nessuno ma di tutti, il tempo della storia distribuisce con equanime equilibrio il babà tra l’originaria Polonia, la Francia di Luigi XV° e la Napoli borbonica dove è diventato icona identitaria; così come succede alle parole e alle invenzioni artistiche che è vano cercare di rinchiudere nella formula della “riconoscibilità nazionale”.
Per finirla con tarallucci e vino, anzi con tramezzini e Alta Langa, mi piace riandare con la memoria all’invettiva finale di quella commedia, quando Agostino Cherdalosi (interpretato dal tonitruante Stefano Moretti) si rivolge al pubblico dei suoi tempi; forse perché ci ritrovo a proposito dell’identità nazionale un richiamo severo con quel neologismo dispregiativo “italicheschi” (anche il Conte era un inventore di parole da non sfigurare in gara con D’Annunzio…)
“O fetor de’ costumi italicheschi,
Che giustamente fanci esser l’obbrobrio
Di Europa tutta, e che ci fan persino
De’ Galli stessi reputar peggiori!
Spettatori, fischiate a tutt’andare
L’autor, gli attori e l’Italia e voi stessi,
Questo è l’applauso debito ai vostri usi.”