A proposito di "Soste"
Letterature e paesaggi
In una fondamentale raccolta di saggi, Massimo Onofri traccia il ritratto dell'identità italiana tra Ottocento e Novecento. Da Manzoni e Foscolo, da Borgese a Serra, da Ungaretti a Cerami, poesia e letteratura diventano paesaggi
Basterebbero, tra gli altri, i titoli delle due raccolte di saggi pubblicate da Inschibboleth – Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento (2019) e il recente Soste. Prosatori italiani tra Otto e Novecento (2025) – a raccontare quale sia il modo di vivere la critica di Massimo Onofri. Se con i personali baedeker dei Passaggi (2015-2016) “l’etrusco istintivo, allegro e mercuriale” metteva in scena la dialettica del personaggio-critico, tra biologia e poesia del nulla, per approdare a una libertà di scrittura che tutto riesce meravigliosamente a tenere insieme – rapsodica quanto si vuole, ma sempre tesa al servizio di una “verità personale” –, nell’aggiornare le mappe del suo personalissimo portolano, in Soste (602 pagine, 32 Euro), indugia sul fatto che il sostare appunto abbia a che fare con la conquista di un paesaggio. Ed è la letteratura, al massimo grado, a permetterci di appaesarci davvero in un luogo: per quel sortilegio che si rinnova ogni qualvolta “la realtà trapassa nelle pagine di un vero scrittore”.
A ritornare, ma in vista sempre di una verità condivisa, è qui anche la scheggia autobiografica. Non come compiacimento memoriale, bensì come dispositivo conoscitivo: una messa alla prova del proprio sguardo nel tempo. Come accade nelle pagine nostalgiche dedicate alla vicenda culturale della rivista viterbese Malavoglia, fondata da Angela Giannitrapani insieme ad alcuni giovani (tra cui lo stesso Onofri) negli anni Ottanta. Questa sezione iniziale, “prologo italiano” alla raccolta, chiarisce subito la postura del libro: fiume di contribuiti critici qui ricomposti in unità. Riemergono gli specialissimi rapporti di Onofri con la Sicilia e la Sardegna, e con le pagine dei loro scrittori. È in questo spazio preliminare che si affaccia una differenza colta quasi per caso, ma destinata a restare: “se in Sardegna il silenzio e la solitudine s’increspano quasi sempre in paesaggio, in Sicilia, invece, anche la natura più remota finisce per apparire come il risultato d’una qualche civiltà, d’un coro di voci e di echi”. Belli e preziosi anche i Due lemmari per l’Ottocento, in cui riattraversa l’Ortis di Foscolo e I promessi sposi di Manzoni, due romanzi fondativi dell’italianità, tra egotismo monumentale e autobiografia della Nazione. Perché Onofri ne è sempre più convinto (memore dell’insegnamento baldacciano) che, per quanto ci s’ingolfi sul canone del Novecento, è sull’Ottocento che bisognerebbe tornare a rompersi la testa: è sull’Ottocento che “i conti continuano a non tornare” (così rileggendo un classico di grande verità come L’eredità Ferramonti di Gaetano Carlo Chelli). Nell’abbozzare l’ennesimo ritratto del Borgese “prosatore di pensiero”, Onofri chiama in causa le pagine dello Chateaubriand delle Memorie dell’oltretomba da leggere come “l’equivalente ottocentesco di Golia. Marcia del fascismo”.
E ragionando sul filo delle possibili analogie, così prosegue: entrambi diversamente poligrafi; entrambi pronti ad affrontare di petto le questioni cruciali del loro tempo. Per concludere, andando a spigolare i pochi passaggi delle opere del siciliano in cui viene chiamato in causa l’autore delle Memorie, che Borgese in fondo riconosce in Chateaubriand la proiezione di una figura specchio, un “sé stesso inscritto in un proprio progetto”: diventare un poeta e un romanziere. Riflettendo su questa totalizzante ostinazione di Borgese, Onofri azzarda una suggestiva ipotesi storiografica ponendolo all’origine di quel romanzo di pensiero – dalla tradizione “plurale e magnificamente europea” – che trova compiuta espressione a noi più vicina in W.G. Sebald e in altri autori assai diversi tra loro; eppure, accostabili entro una siffatta oscillazione di sguardo: da Canetti a Berlin; da Berger a Nooteboom; da Handke a Brokken.
Nella dialettica circa il modo di vivere e declinare la critica non poteva mancare, tra gli scandagli onofriani, il perfetto antagonista del Borgese, quel Renato Serra di cui compulsa Le lettere dal fronte per dire di quella guerra che, se non spostava di una virgola il suo convincimento riguardo alla letteratura, stava forse cambiando lo stesso Serra. Lo si avverte in una lettera indirizzata al De Robertis, datata 2 maggio 1915: “mi secca un poco l’aria dell’uomo che non sa far altro che raccontarsi; e se avessi del tempo vorrei e potrei arrivare a una costruzione oggettiva”. Quel Serra proteso, nel suo naturalismo critico, ad ascoltare sé stesso e di sé darsi notizia: come a dire che le sue oscillazioni di gusto non sono altro che l’esito di questa cromosomica disposizione. Onofri si ferma un attimo prima di registrare la partita vinta e chiusa definitivamente da Serra su Borgese, nella longue durée, se molti critici d’oggi virano sempre più verso l’autobiografia, non di rado risolta in fatto spirituale, segnando la vittoria del cesenate come originario e non so quanto inconsapevole modello.
E dal confronto intimo tra Serra e Borgese parte per riconsiderare Il romanzo del Novecento di Debenedetti, l’insieme dei quaderni universitari vergati dal 1961 al 1966, convinto ancora che si tratti del “più grande racconto di un’avventura concettuale che in Italia sia mai stato scritto”. Da leggere sia come studio, sia come narrazione di quella stessa esaltante vicenda. Sul versante tra critica e racconto, oltre gli esercizi di ammirazione e gli attestati di gratitudine per campioni del saggismo italiano come Garboli, Berardinelli e Nigro, meritano attenzione le pagine dedicate a Franco Cordelli, con le sue scritture sempre “in flagranza di romanzo”, finanche nella prosa critica che sembra, scrive Onofri, concepita come “cartone preparatorio” per esperimenti narrativi o potenziali racconti. Per una sofisticatissima partita giocata tra scrittura e vita. Nella consapevolezza disperata che la vita non è mai davvero raccontabile, giacché è fallimento, perdita secca. Al più componendo un difficile regesto dello stato delle cose.
Entro questa costellazione, al crocevia tra narrazione e critica, non poteva di certo mancare Raffaele La Capria, il cui sorprendente saggismo narrativo convoca sulla pagina quella “fantasia della memoria” di un uomo che vive: un inventare (nel senso di invenire), che fa della scrittura “una questione d’intonazione della voce”. Che poi, a voler chiudere il cerchio, è il medesimo destino del critico. Per quell’inguaribile ottimismo biologico che lo contraddistingue, La Capria è accostabile ad altri scrittori del cuore del critico viterbese come Comisso, Soldati e Parise.
Tra i saggi dedicati ai poeti si impone per limpidezza il Ritratto cordiale (per tutti) di Giuseppe Ungaretti, risolto entro i due decisivi estremi di L’allegria e del Sentimento del tempo: dalla fretta del dire con rapida profondità di parole della precaria condizione di fante in guerra, alla svolta verso un tempo più oggettivo e bergsonianamente concepito, con la vita che si oggettiva in stemmi ed emblemi, e che offre un paesaggio non solo fisico ma spirituale del tutto mutato, con il suo ritorno al cristianesimo. Tra questi due esiti e approcci sembrò oscillare tutta la futura produzione ungarettiana: così se con Il dolore torna al dramma privato e alla confessione, con La terra promessa sembra accordarsi alla medesima tensione oggettivante del Sentimento, sollevando “all’altezza del mito la propria biografia, mascherandola”. Ma è nel Monologhetto di Un grido e Paesaggi che Onofri individua un momento di verità che tanto assomiglia a un’autocritica: “Poeti, poeti, ci siamo messi/Tutte le maschere; ma uno non è che la propria persona”. Più intimo e segnato da un sentimento di “irredimibile amicizia”, il ritratto dedicato al poeta marsalese Nino De Vita, di cui ricostruisce il passaggio dall’esordio in lingua italiana con Fosse Chiti alla riscoperta della lingua natìa con Cutusìu, segnato dal salto dal tempo biologico a quello umano, dalla natura alla storia. Romanzo di formazione in versi, dalla nascita alle soglie dell’adolescenza, vergato in una lingua che rivela “un operoso e cordiale romanzo d’ombre”. Ma è alla nota che accompagna il saggio dedicato a Ninuzzu che affida il momento di verità più estrema, se nel ribadire il grande affetto che lo lega al bardo di Cutusìu così conclude: “La vita (…) viene sempre prima per me della letteratura. Lo scrivo qui a suggello di questo libro. E come dichiarazione di poetica”.
Aggalla con maggiore insistenza in questi saggi il bisogno di Onofri di ribadire una sorta di presa di distanza dalle sirene della letteratura, per un discorso critico che in maniera sempre più totalizzante (basti pensare ai libri messi insieme negli ultimi dieci anni) inglobi, senza più filtri distanzianti, il discorso sulla vita. Quando non proprio l’amaro rilevare lo scacco di una personale deprivazione, se nel celebrare Vincenzo Cerami – scrittore solo in apparenza facile, ma ostico proprio in quanto “moralmente arduo” –, nel rammaricarsi per non aver fatto in tempo a recensire il suo libro di poesie Alla luce del sole, così chiosa il dispiacere per l’atto mancato: “rimarrà come l’ennesimo rimorso d’una vita di corsa, la mia, detestabilissima, che non ha più soste per l’amicizia vera, com’era la nostra, e per le verità importanti”.
Messa a fuoco la composita materia di Soste – raccolta ponderosa che sfiora le seicento pagine – viene da chiedersi a quale filosofia della vita il critico rimandi: uguale a sé stesso, ma in fondo persuaso, se appena si guarda indietro, che il lavoro intellettuale non sia, alla fine, che mera dissipazione. Per chi lo legge e lo frequenta da oltre vent’anni, s’instilla il sospetto che qualcosa, in lui, sia irrimediabilmente mutato.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.