Carlo Alberto Bucci
In memoria di un maestro

Le mani di Gentili

Ritratto (personale) di Augusto Gentili, grande storico e critico d'arte che ha dedicato la vita allo studio della pittura veneziana, da Carpaccio a Tiziano

“Sono andato a vedere La migliore offerta di Tornatore. Ma lo sai che Donald Sutherland ti assomiglia un sacco?” dissi qualche anno fa ad Augusto Gentili invitandolo ad andare al cinema. “Sì, me lo hanno detto in molti…”, mi rispose lui con un sorrisetto soddisfatto, e vanitoso, per essere stato paragonato a un attore di quel peso e carisma. Anche Augusto Gentili, del resto, era un uomo molto bello. Aveva grandi occhi azzurri e splendide mani che muoveva con grazia e forza, da pianista e da portiere di calcio, quale da giovane era stato.

Lo so, nel ricordarlo a pochi giorni dalla morte – se ne è andato nel sonno domenica pomeriggio, 18 gennaio, a meno di un mese dal suo 83esimo compleanno, a Roma, dove era nato – dovrei innanzitutto celebrarlo come uno dei maggiori storici dell’arte a cavallo tra XX e XXI secolo, quale effettivamente è stato; soprattutto un grande esperto e analista di Tiziano con il quale noi si tendeva ad identificarlo (anche fisicamente) e al quale ha dedicato il libro che lo ha reso famoso sin dalla prima edizione Feltrinelli del 1980 (Da Tiziano a Tiziano. Mito e allegoria nella cultura veneziana del Cinquecento) oltre che la splendida, monumentale monografia per i tipi di 24 Ore Cultura (2012). Ma ci saranno altre occasioni per studiare e capire meglio l’apporto alla storia, all’arte, alla cultura più in generale, di questo grande studioso che, in un Paese come il nostro, dalla tradizione storicista e purovisibilista, si è formato alla scuola warburghiana dell’iconologia, da lui reinterpretata in chiave contestuale, fino a farne una teoria, un vessillo, un grido di battaglia: “l’iconologia contestuale”, ha scritto nel suo ultimo libro Ritratti al dettaglio. Venezia e dintorni, 1500-1575 (Bulzoni), è “quella che, senza rinunciare ai formidabili referenti delle fonti scritte e delle tradizioni figurative, privilegia tuttavia quelli direttamente costituiti dagli accadimenti storici, pubblici e privati”. Quindi, certo, Ovidio e il Vangelo, visto che classicità e cristianità sono i due filoni principali della pittura del Rinascimento, ma incrociati ai diari di Marin Sanudo (tanto per restare a Venezia), alle notizie tratte dai documenti d’archivio, come testamenti o elenchi di corredi nuziali, messi in relazione con gli elementi parlanti del quadro: le immagini.

Se qui mi concentro sull’uomo partendo anche da alcuni particolari fisici – del resto Gentili è stato un teorizzatore dell’importanza del dettaglio e per coglierlo si è anche arrampicato sugli altari delle chiese pur di vedere bene la pala – è perché è stato lui a insegnarci a guardare la persona dentro al pittore, a scoprirne l’anima dietro al pennello, ad apprezzarne il pensiero tra le righe del mestiere o tra le rughe del personaggio ritrattato: un modo specifico di guardare l’opera d’arte, alla realizzazione della quale concorrevano gli sforzi congiunti di committenti, consulenti e naturalmente degli artisti, una scuola per me e per i molti, fortunati allievi dei corsi alla Sapienza fino al 1997 (dove gli avevano cucito una cattedra ad hoc per i suoi studi: Storia dell’Arte veneta) e, poi, alla Ca’ Foscari a Venezia (ordinario di Storia dell’Arte moderna fino al 2013).

Con una studiata mimica, il professore si sedeva lentamente al tavolo nella grande aula di Lettere dedicata ad Adolfo Venturi nel primo ateneo romano, mentre il fido usciere spegneva la luce e accendeva il proiettore delle diapositive. Gentili schermava la lampada da cattedra con la sua chilometrica sciarpa di lana e prendeva tempo, finché il chiacchiericcio degli allievi, accorsi alle due ore di lezione, immancabilmente di pomeriggio ad uso anche dei diversi studenti lavoratori, non finiva del tutto. A quel punto, iniziava a leggere la pagina di un romanzo, oppure faceva ascoltare una musica, quindi sparava la foto di un quadro, che fosse di Bellini, Carpaccio, Lotto, Tiziano o Giorgione, pittori per lungo tempo oggetto quasi esclusivo delle sue indagini. E davanti all’immagine iniziava a spiegare, a dettagliare, a raccontare. Le mani volteggiavano come farfalle intorno alle parole per sottolineare un concetto o accompagnare una suggestione. Poi riscendevano a riprendere il filo del discorso impresso nei multicolori appunti sul quaderno portato per l’occasione: per noi suoi studenti, una sorta di diario delle meraviglie, dagli anelli di ferro e dalle pagine con i buchi laterali, vergati da una scrittura originalissima e minuta, una sorta di mercantesca simile a quella che ci mandava a studiare all’esame – indispensabile se volevi laurearti in Arte veneta – di Paleografia e diplomatica del mitico Armando Petrucci.

Gli annunci dei corsi e quelli con le date degli esami che venivano appesi sulla bacheca del corso erano, invece, scritti a macchina ma impiegando sia il nastro nero sia il rosso. E a battere sui tasti della Olivetti non era un assistente o una segretaria, ché non ne aveva, ma lo stesso Gentili, attento peraltro a contare le battute per centrare la frase nel foglio. Questa maniacalità, che si ritrova identica nel complesso sistema di sottolineatura dei libri su cui il giovane allievo di Maurizio Bonicatti si era formato nella stessa Sapienza in cui poi ha insegnato, era funzionale a una strutturata organizzazione del pensiero e all’allenamento di una straordinaria memoria, impiegata per riandare a libri e a storie dell’arte, ma anche per rievocare vite passate: ricordava perfettamente tutti i nomi e le imprese dei suoi compagni di squadra alla Lazio Primavera nei primi Sessanta, come abbiamo potuto constatare quando per i suoi 70 anni, con altri due amici, scrivemmo e gli regalammo il libro Augusto Gentili, il numero uno, ancora reperibile in Rete.

Ma il vero omaggio al maestro è quello che trentacinque suoi studenti gli hanno dedicato nel 2023, per i suoi ottanta anni e con un saggio a testa: Giardino di conversazioni. Scritti in onore di Augusto Gentili. Il volume riprende nel titolo quello di un suo fondamentale libro (I giardini di contemplazione. Lorenzo Lotto, 1503/1512, Bulzoni 1985) ma al contempo rievoca le splendide merende e le accorate discussioni che il professore aveva organizzato per e con i suoi allievi nella casa a Grottaferrata dove ha a lungo abitato prima di trasferirsi a Venezia. Quei momenti felici, conviviali, da “concerto campestre”, arrivavano in estate dopo una lunga e dura stagione di lavoro, nella quale Gentili era a disposizione di neofiti, di biennalisti, di laureandi e dottorandi, brillanti o meno che fossero. Chiedetelo in giro se non ci credete: seguiva personalmente tesine e tesi di laurea leggendo e correggendo ogni pagina. Io ricordo bene quando, vedendomi in grande difficoltà, nell’autunno del 1988 mi invitò a portargli il primo capitolo della mia tesi e, per spiegarmi cosa non andasse, mi invitò a pranzo in una trattoria di San Lorenzo, il quartiere popolare attaccato alla Sapienza, e lì, tra macchie di sugo e di sigaro su quelle pagine sofferte, mi spiegò per filo e per segno, dai contenuti alla forma, dalla sintassi alle virgole, dagli incisi alle note, come e in cosa dovessi trasformare il mio testo. Non lo dimenticherò mai.

Molti suoi allievi sono entrati come funzionari e dirigenti nella macchina ministeriale della cultura italiana e qualcuno è salito in cattedra (tutti con le proprie forze: non essendo un barone, Gentili non ha fatto nulla per raccomandare i suoi protetti). Altri insegnano al liceo, oppure fanno le guide turistiche, lavorano in case d’asta o sono giornalisti. Ma quante e quanti avevano uno studio originale e interessante da proporre, hanno trovato spazio per pubblicare il proprio lavoro nella rivista semestrale Venezia ‘500 (50 numeri dal 1991 al 2015, anno della chiusura) da Gentili ideata, diretta, redatta, infinitamente amata. Forse la sua più originale creatura.

Gentili aveva una grande cura per la scrittura – alimentata da una cultura vastissima che andava dalla musica al cinema, dalla semiotica alla letteratura – che limava fino a renderla perfettamente aderente al suo pensiero, e inimitabile. Lo stesso impegno e rigore impiegava su riviste di alta divulgazione, come Art e Dossier, dove ha seduto nel comitato scientifico, o su testate specialistiche come Artibus et Historiae. Era estraneo al mondo dell’attribuzionismo e si teneva alla larga dai mercanti, come dai salotti. Ha curato in prima persona poche mostre, memorabile quella sul San Girolamo di Lotto a Castel Sant’Angelo nel 1983, ed evitato quelle blockbuster, ma ha partecipato alle esposizioni dei colleghi che apprezzava scrivendo nei loro cataloghi. Il caso più clamoroso è quello del 2017 alla Thyssen-Bornemisza di Madrid quando, in occasione di una mostra sul Rinascimento a Venezia, ha reso nota una delle scoperte sue più rilevanti e meglio argomentate: la vera identità dell’uomo d’arme protagonista della tela carpaccesca fino ad allora nota come Il Cavaliere Thyssen. Quello studio, incentrato su uno dei capolavori del maestro al quale aveva già dedicato il fondamentale Le storie di Carpaccio. Venezia, i turchi, gli ebrei (Marsilio, 1996), apre ora la raccolta di saggi, vecchi e nuovi, dell’ultima fatica di Augusto.

Per concludere, traggo dall’“introduzione morettiana” all’ultimo libro sul ritratto, il suo testamento, edito come s’è detto a fine 2025 a Roma dopo che un editore milanese per due anni ha colpevolmente rimandato la pubblicazione fino ad annullarla, queste iniziali parole: «Vengo dalla critica, da un mondo inesauribile di idee. Sono stato anticonformista, se non proprio sovversivo, fin da piccolo, per natura o destino e non per eredità o educazione. Da giovane e meno giovane, scansando con ironica soddisfazione i tormenti della catalogazione e dell’attribuzione, sono stato fortunato da attraversare un’epoca in cui si poteva leggere Warburg e Panofsky, o magari Leo Steinberg, approdare alla critica della cultura di Adorno, incontrare maestri solitari e inconsapevoli, anarchici e disperati, come Eugenio Battisti, che parlava e scriveva di “antirinascimento”, di fiaba, astrologia e iconologiadegli automi, o come Maurizio Bonicatti, che parlava e scriveva di Lukács vs Stalin, di Pieter Bruegel o dell’abate Knipping, della passacaglia nell’ultimo movimento della quarta sinfonia di Brahms. Ora che sono vecchio, sopporto con fatica il minuto specialismo internalista di direttori, conservatori, curatori e parecchi restauratori, quelli che confondono il muso col progetto, la mostra con la ricerca, la materia con l’opera».

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