Nadia Tarantini
A proposito di “Una gatta alla fine del mondo”

La pace di Kalia

Robert Perišic racconta (con gli occhi del piccolo Kalia) la nascita di una civiltà burrascosa e guerresca (l'Europa?) dove solo gatti e bambini cercano la pace

«Alito, soffio… di vento. Mi senti, lì accanto alla spazzatura? Butto queste parole nel silenzio dell’afa pomeridiana, nelle pause tra le macchine di passaggio, nel tuo orecchio medio e nei cerchi degli pneumatici, le lancio come un cestista che manca il canestro e come uno spirito ventoso, che si è imbattuto su quest’isola migliaia di anni fa. […] Non sono uno spirito qualunque, non come la gente lo immagina […], bensì sono uno spirito della famiglia degli spiriti ventosi […]».

Un personaggio senza corpo sgomitola il racconto di Una gatta alla fine del mondo di Robert Perišic (Bee edizioni, 366 pagine, 20 Euro): Tiravento, corrente ora dolce ora burrascosa, commenta e accompagna il lungo viaggio nella storia e nella vita di Kalia, protagonista principale. Da Sud a Nord, da Siracusa al confine meridionale del cuore dell’Europa, in Illiria terra dei Liburni. Non è l’unico elemento poetico di un romanzo che intreccia profonde conoscenze storiche ad un’immaginazione ricca.

Storia di colonie greche – Taranto, Siracusa; di una nuova colonia da fondare là dove pare finisca il mondo conosciuto; storia di amicizia fra uomini, tessiture della vita tramate da alcune donne. Solidarietà e pace contrapposta all’odio e alle brame del potere, stupore e meraviglia per la natura, e di ciò che gli uomini sanno fare con le mani: case, barche, città – e cosa ci possono insegnare la gatta Miu e l’asino Mikro – altri due protagonisti del romanzo.

Tiravento, come un padre, cerca di proteggere Kalia – che nelle pagine dello scrittore iugoslavo trascorre la vita dall’adolescenza alla morte. Kalia, all’inizio del romanzo, vive in una casa agiata, protetto dalla governante Liburna, confinato nei suoi spazi perché della casa è abitante ma non possessore – come Pigras, coetaneo che ne può percorrere tutte e dodici le stanze. E che, quando gioca con lui, finisce sempre per aggredirlo e fargli del male.

Non è benvisto neppure da Zenobia, Kalia, la madre di Pigras – e quando nella grande casa arriva la gatta Miu, le ostilità deflagrano. Arriva imprevista nella ricca residenza possidente Sabas (qual è il suo rapporto con Kalia? Pare mostrargli benevolenza, ma il ragazzo non gli si deve avvicinare troppo), la gatta, uscendo dalla sacca del marinaio giunto dalla Grecia (ma non è caso mai l’Egitto la terra da dove l’animale è partito?), regalo per Pigras che ne sarà il proprietario. La sua preferenza va però a Kalia, alle cui gambe si struscia non appena tocca terra – e alle gatte, si sa, non puoi imporre amore o preferenza – sono loro a scegliere chi amare. Come afferma il saggio Tiravento: «Mi è capitato raramente di vedere un gatto che si lega così fortemente all’uomo, tanto da pensare che sia sua madre e che sia lui stesso un essere umano, e quindi decida di viaggiare con lui, sulle sue spalle».

Eppure la gatta Miu, fra diffidenze e timidi tentativi di fuga – decide di seguire Kalia nel suo lungo viaggio da Siracusa alla terra dei Liburni. Insieme all’asino Mikro. Quando il dissidio intorno alle sue preferenze è scoppiato – e l’unica strada per Kalia è abbandonare la casa, nel timore di gravi conseguenze per se stesso e la micina. S’imbarca su quelle navi stipate di reduci dalle guerre siracusano/cartaginesi, di oppositori del tiranno Dioniso (quand’anche parenti stretti), di semplici avventurosi e vagabondi che sempre ce ne sono nelle migrazioni. Costruiranno la loro apoidikia, la casa lontano da casa; e lui, Kalia, non sarà più schiavo come è stato fino a quel momento. Glielo ha preconizzato Liburna, pur addolorata per la sua partenza; Liburna che vede in lui la vendetta del destino contro la propria sorte. Liburna, il cui vero nome è Menda, viene proprio da quella terra dove lui si dirigerà: «Lassù la tua schiavitù sarà una cosa lontana. Così come da qui è lontana la mia libertà. Quando mi hanno portata qui, io ripetevo di non essere una schiava, ma la cosa non valeva nulla. Così ora tu andrai in Liburnia e, al contrario di me, tu sarai libero. A parti invertite, disse. Aggiunse che gli regalava la sua libertà di Liburnia, quella vita che le era stata tolta, affinché lui sapesse nel profondo del suo animo di essere libero e non si voltasse indietro. Disse che era contenta che fosse arrivata quella gatta e che lui avesse colpito Pigras».

Storia di colonie greche – Taranto, Siracusa – e di una nuova colonia da fondare sull’isola di Issa, dopo aver fatto tappa sulle due isolette di Pelagousai, là dove è sepolto Diomede e uccelli in volo piangono la sua morte. Storia di amicizie e cura (fra umani, fra umani ed animali), contrapposte a odio e conflitti, allo spirito di guerra. Come l’amicizia fra Kalia e Teogene – che ha in testa muro per muro, strada per strada, la città che vuole costruire; o con Arion, l’uomo da un braccio solo, padrone del gatto El. L’uomo che ha ripudiato la guerra. Che rivela a Kalia le menzogne del potere.

Il potere, che quando c’è da costruire e conquistare s’inabissa, con la finta solidarietà e il necessario spirito di squadra – che si risveglia, dopo, con la sua avidità; e spartisce di nuovo amici e nemici, pure quelli un tempo alleati preziosi devono temerne le vendette, mosse da invidia o pericolo di successo per chi ha più qualità. E con menzogne, false verità, esilii e calunnie – i meno dotati quasi sempre arrivano a prevalere.

E così è proprio vero che Kalia è morto nella guerra contro i Liburni? (Ma c’è veramente stata quella guerra?) Se lo chiede Tiravento, ce lo chiediamo noi. Oppure è stata una guerra interna ai coloni – come si affanna a negare Leonidas, che ha preso il potere, con tanta foga da far pensare che sia proprio lui a non esserne sicuro? È ancora Tiravento a raccontarcelo: «In seguito si disse di tutto. Molte di queste dicerie circolavano a bassa voce. […] Successivamente, Leonidas spiegò a tutti con voce minacciosa: Quelli che raccontano che un cittadino di Issa si è rivoltato contro un altro cittadino di Issa, quelli che dicono che un elleno ha aggredito un altro elleno, cercano di seminare la discordia. Ce ne erano, ma Loenidas li cacciò dalla città. Alcuni persino dall’isola. Erano così arroganti da sostenere che quel giorno non vi era stata alcuna battaglia con gli Illiri».

E come in tutte le guerre, alle donne non importa quale sia stata la causa della scomparsa dei loro compagni, figli, talvolta padri. Piangono la mancanza, si crucciano dell’assurdità delle guerre. «Avita ricordava nella sua mente le parole di Kalia, l’uomo che stava dimenticando e che rimproverava per essere scomparso. Perché non ti sei difeso? Perché mi hai lasciato così?, gli chiedeva di notte».


Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.

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