Luca Fortis
Una nuova frontiera dell'architettura

Lo spirito del territorio

Incontro con Kamil Khan Mumtaz, architetto pakistano che ha rivoluzionato il rapporto fra territorio e tradizione: «Non è vero che quello che abbiamo sia progresso. Anzi, quello che abbiamo creato rischia di distruggerci»

Oggi in vari luoghi nel mondo ci si interroga su come creare città più a misura d’uomo e dell’ambiente. Città che sappiano coniugare cultura, filosofia di vita e natura. Abbiamo intervistato Kamil Khan Mumtaz: è il principale teorico e pratico dell’architettura tradizionale e islamica in Pakistan. Ha promosso un’architettura basata su principi spirituali, proporzione, artigianato locale e continuità culturale, in opposizione al modernismo occidentale. Ha fondato il National College of Arts di Lahore come centro di riflessione critica sull’identità architettonica. È autore di testi fondamentali come Architecture in Pakistan e Modernity and Tradition.

Dove ha studiato?

Ho studiato architettura a Londra nel ‘57 alla Architecture Association School. Il modernismo era all’apice e l’Architecture Association era il cuore di questo movimento, così la mia formazione è stata modernista. In quegli anni il Pakistan, nato da poco dalla partizione dall’India e post-coloniale, puntava tutto sullo sviluppo e sul modernismo. Così quando nel ‘66 tornai a Lahore, volevo contribuire anche io alla modernità del paese attraverso una visione incentrata sulla scienza. Il mio era riconosciuto come un buon lavoro modernista di stile occidentale. Il modernismo non è legato allo stile, ma alla filosofia modernista. Dopo qualche anno però mi resi conto che non ero capace di comunicare al mio pubblico.

Perché?

Realizzai che ci doveva essere un problema di comunicazione perché chiaramente quello che facevo non era compreso del tutto. Quindi mi chiesi cosa sbagliassi io. Realizzai che c’era una grande differenza di sensibilità nel mio paese, nella mia gente, nella mia società: una sensibilità in conflitto con quello che mi era stato insegnato come modernista. Compresi che non sapevo nulla della mia cultura e decisi quindi di educare me stesso. Il primo libro a cui ebbi accesso fu sull’architettura tradizionale persiana.

Che cosa apprese da quel libro?

Compresi che l’architettura tradizionale non è una questione di forme, di archi, disegni o decorazioni, ma ha radici in una visione del mondo completamente diversa da quella modernista. Compresi che per me aveva molto più senso e che quella modernista per me era falsa.

Cambiò quindi il suo modo di vedere l’architettura e la vita?

La cosa più importante da comprendere è la centralità che in tutte le culture tradizionali, tutte quelle pre-moderne, hanno le risposte alle domande della vita: chi siamo, da dove veniamo, cosa è reale, dove vogliamo andare. Il mondo fisico è un’illusione, la realtà è metafisica e si manifesta con i fenomeni. Ma noi non siamo la nostra forma biologica fisica: siamo una manifestazione dell’universo, così tutto nell’universo è una manifestazione o un attributo del divino. Questo è lo scopo di tutto. Il successo si può misurare solo riconoscendo questo.

Nella quotidianità cosa comporta tutto questo?

Tutte le creazioni, comprese quelle dell’uomo, sono già perfette perché manifestazioni divine. Quindi non c’è nulla da sviluppare: è un approccio completamente diverso da quello modernista. L’uomo moderno misura il suo successo su quanto possiede, ma quello tradizionale dice “io sono umano”, e la misura del suo successo è essere umano e non ciò che possiede. Questo cambia tutto. Non ha nulla a che fare con il materiale che si usa o la forma di un arco: si tratta di una filosofia di fondo.

Ha quindi cambiato completamente percorso?

Capito questo, ho intrapreso un lungo viaggio di studio per riorganizzare il mio lavoro. Non è stato veloce da mettere in pratica. Uscire dal lavaggio del cervello del modernismo non è stato facile, ma una volta riusciti, ci è stato riconosciuto il lavoro fatto per rappresentare la nostra identità e cultura. Da quel momento ho cambiato completamente visione: il progresso infinito non è il destino dell’uomo. E la crisi ecologica mondiale lo dimostra.

Perché?

Non è vero che quello che abbiamo sia progresso. Anzi, quello che abbiamo creato rischia di distruggerci. Non è quindi una questione di romantico attaccamento alla tradizione. L’architettura e lo sviluppo del passato non ci hanno portato la crisi ambientale. Non si tratta nemmeno di utilizzare alcune cose del passato per progredire: si tratta di capire che rischiamo l’estinzione per colpa dell’idea dello sviluppo eterno. L’industrializzazione sta portando a continue estinzioni di esseri viventi. Dobbiamo smetterla con questa industrializzazione e globalizzazione che porta solo a ulteriori estinzioni. Dobbiamo ricominciare a vivere e costruire con risorse locali. Non è una questione di identità, ma di sopravvivenza.

Come vede il futuro della sua città, Lahore?

Faccio parte di un comitato di cittadini che pensa al futuro di questa città. Abbiamo creato delle linee guida per il masterplan di Lahore. Oggi la città ha più di dieci milioni di abitanti, ma non vogliamo una megalopoli inquinata e pensata per le auto, bensì un luogo per le persone. Vorremmo una città con una densità di popolazione massima di 300 persone per ettaro, con tutte le urban facilities vicine. Non costruita in altezza, ma bassa, low tech. Non una mega city, ma un susseguirsi di piccoli centri che favoriscano anche lo sviluppo delle campagne attorno. Vogliamo un’economia non basata sullo sfruttamento, ma su agricoltura organica e manifattura artigianale: questo rende tutto compatibile con il vero sviluppo, un ritorno alla società preindustriale.

Il giornalista e accademico inglese Chris Moffat ha scritto un libro su di lei, intitolato The Time of Building: Kamil Khan Mumtaz and Architecture in Pakistan. Me ne parla?

È una conversazione con l’accademico Chris Moffat. È la storia di questa presa di coscienza. Moffat è stato capace di intessere un dialogo molto profondo e di cogliere alcuni punti essenziali della mia ricerca. Abbiamo parlato del rapporto tra tradizione e modernità, del senso di tempo e di luogo nella costruzione, dell’importanza dell’artigianato, dei materiali locali e soprattutto della spiritualità nella pratica architettonica. Fondamentale nel libro è poi la riflessione sull’impatto dei mutamenti climatici, delle disuguaglianze sociali e delle crisi globali sull’architettura.

Cosa dovrebbe fare un buon architetto?

Deve saper distinguere tra giusto e sbagliato. Oggi si tende a dire che sia tutto grigio, soggettivo, che non ci sia più nulla di nettamente giusto o sbagliato. Questo secondo me è un errore. Bisogna prima capire cosa sia giusto o sbagliato e poi fare il giusto. Non perché salverà il mondo, perché non lo farà, ma perché è giusto. Capire che le promesse del modernismo – che possiamo cambiare il mondo, che siamo padroni del nostro destino – sono vane. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in queste promesse.

Per avere città più umane ed ecologiche, bisogna ridurre la popolazione?

Siamo troppi. Abbiamo superato la capacità del pianeta di sostenerci. Stiamo distruggendo il territorio delle altre specie e il prezzo di questo “successo” sarà la nostra estinzione. Prima si pensava che fossimo una parte della creazione, parte della natura. Oggi si è persa questa consapevolezza e dobbiamo tornare all’equilibrio. Se prendiamo meno di quello che ci serve biologicamente moriamo, ma se prendiamo troppo morirà il pianeta. Bisogna navigare tra questi limiti.

Cosa ne pensa della mobilità internazionale, dei viaggi?

Non c’è nulla di sbagliato nel viaggiare, così come nello scambio di conoscenze, ma non devono diventare industrie. I confini dovrebbero essere aperti, ma non tecnologici e industriali. Sono per esempio contrario agli spostamenti in aereo.

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