Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il rumore della sconfitta

Il nuovo film di Josh Safdie, questa volta senza il fratello Benny, racconta la storia di un perdente: un antieroe che vive di ping pong tra New York e Londra

Marty Supreme è la storia di un perdente, nella vita prima che nel ping pong che è la sua ossessione. Per di più il protagonista Marty Mauser è un perdente antipatico: formidabile inventore di balle, scommettitore incallito persino contro se stesso, manipolatore spregiudicato, strafottente e bugiardo, cinico e ipercinetico, è l’incarnazione di una vita autodistruttiva divorata dalla megalomania. Per lasciarsi travolgere da questa storia sbagliata bastano le prime scene del nuovo film diretto, co-sceneggiato e co-prodotto da Josh Safdie, questa volta senza il fratello Benny, passato anche lui a giocare al singolare e vincitore a Venezia del Leone d’argento per The Smashing Machine.

Presentato in anteprima e con grande clamore l’ottobre scorso al New York Film Festival e ritenuto da molti la mina vagante nella prossima notte degli Oscar, Marty Supreme potrebbe in effetti sparigliare i giochi dell’Academy, a cominciare dalla corsa alla statuetta per il migliore attore protagonista.

New York 1952. Marty fa il commesso nel negozio di scarpe dello zio nel Lower East Side, pare il cugino americano di Antoine Doinel in Baci rubati: faccia a punta e corpo smilzo, baffetti sottili come un tratto di penna, occhialini tondi con la montatura di metallo, sguardo inquieto e gesti sincopati di chi ha troppi pensieri. Mentre calza le scarpe alle clienti Marty ha in testa solo la sua ossessione: il ping pong, appena può si intana a giocarlo e a scommetterci sopra in posti improbabili frequentati da gente col coltello facile. Perché lui deve trovare a tutti i costi i soldi per andare a Londra e vincere il British Open battendo il campione ungherese in carica Béla Kletzki. I soldi li troverà svuotando la cassaforte dello zio, a Londra si piazzerà al Ritz perché l’hotel destinato ai giocatori sconosciuti è da pidocchiosi, sedurrà un’attrice in disarmo ma bellissima com’è ancora Gwyneth Paltrow, aggancerà suo marito che è il boss mondiale delle penne stilografiche nell’illusione di farsi finanziare da lui, in semifinale batterà il campione ungherese, ma verrà sconfitto in finale dal genio del giapponese Koto Endo, sordo per le bombe americane che hanno distrutto il suo paese e simbolo della riscossa di un popolo dopo Hiroshima.

Inizia così la corsa forsennata del protagonista che esige la sua rivincita a dispetto di tutti e inchioda lo spettatore per due ore e mezza all’inseguimento di un personaggio tanto delirante da sembrare inventato, ma che si ispira alla vita reale del campione americano Marty Reisman detto “the needle” per la corporatura esile e la lingua tagliente, truffatore e showman, ripetutamente medaglia di bronzo ai campionati mondiali di tennis da tavolo negli anni ’50.

Marty Supreme è un film che travolge e stordisce con una valanga di parole a mitraglia, dialoghi concitati, musica a palla che esaspera ogni scena – la pellicola si apre a sorpresa con l’inno degli anni ’80 Forever young degli Alphaville che qui ci sta a meraviglia – immagini montate a ritmo da cardiopalma con inquadrature strettissime sparate sulle facce degli attori.
In breve: è tutto troppo.

Ha dunque ragione l’autorevole critico del Domenicale del “Sole 24 Ore” Roberto Escobar che lo ha stigmatizzato con la battuta “tanto rumore per nulla”?

La battuta è legittima e riguarda la modalità scelta dal regista per raccontare questa storia, modalità che peraltro è la cifra distintiva dei fratelli Safdie. Ma nonostante tutto il “rumore” che lo contraddistingue Marty Supreme merita di essere visto per la prova eccezionale dell’attore che lo domina in tutte le scene: Timothée Chalamet trova con Marty il ruolo della vita che gli farà conquistare con ogni probabilità l’Oscar sfuggitogli l’anno scorso. Dopo essere diventato il clone di Bob Dylan in A complete unknown, Chalamet spinge l’immedesimazione col personaggio all’estremo del possibile, impugnando la racchetta come un cinese della nazionale olimpionica e incarnando, nell’America che ancora credeva ai sogni, i chiaroscuri molto dark di un uomo divorato dall’ambizione di diventare, a dispetto del mondo intero, il più grande pongista di tutti i tempi.

Non ha senso raccontare la trama affannosa e caotica del film, lascio allo spettatore la scoperta dei continui colpi di scena inventati dalla sceneggiatura. La prima parte del racconto ambientata tra New York e Londra mantiene una sua linearità, in seguito si sfilaccia perdendosi nei meandri di troppe situazioni estreme con troppi personaggi minori, come se il regista non fosse mai sazio di un piatto in cui continua ad aggiungere ingredienti che alla fine confondono i sensi dello spettatore fino alla nausea. L’obiettivo è chiaro: innalzare un monumento al magnifico perdente e al suo sogno impossibile, quel sogno per il quale Marty è disposto a subire umiliazioni imbarazzanti fino al disastro finale.

Un altro antieroe patetico e sfacciato nella galleria dei fratelli Safdie, personaggi che sembrano usciti dai romanzi di Simenon o dai racconti di Hemingway con le loro malinconiche e brevi vite felici.

Facebooktwitterlinkedin