Diario di una spettatrice
Cinema degli affetti
Il nuovo film di Joachim Trier mescola la passione per il cinema (con citazioni da Woody Allen a Fellini) alla complessità dei rapporti familiari: una pellicola assolutamente da non perdere
Per spiegare perché Sentimental value di Joachim Trier – premiato a Cannes col Grand Prix speciale della Giuria, Golden Globe al miglior attore non protagonista e ora in corsa con 9 nomination agli Oscar – è tra i film più belli che ho visto negli ultimi anni, partirò dal significato del titolo, facendo mia l’interpretazione del direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. Sentimental value si può tradurre con il valore degli affetti e infatti il cinquantenne regista e sceneggiatore norvegese mette questo tema al centro del suo film: l’affetto tra due sorelle, l’affetto del padre per loro, l’affetto che lega una famiglia attraverso le generazioni, l’affetto che la famiglia ha per la casa in cui vive da decenni e che diventa essa stessa un personaggio del film.
Ma è possibile un’altra lettura: il valore sentimentale riguarda anche il cinema che Trier omaggia ripetutamente nel corso della pellicola. C’è un regista anziano che vuole fare un film per rivelare una verità che non ha mai affrontato e questo film lo progetta proprio nel momento in cui il futuro del cinema non è mai stato tanto in bilico, le grandi piattaforme impongono i format graditi al mercato ma il regista va avanti, nonostante i suoi dubbi, nonostante le resistenze della sua famiglia, nonostante tutto. “E il valore di quel sentimento riguarda allora noi che stasera siamo usciti di casa e abbiamo attraversato la pioggia per essere qui in sala a vedere questo film. Che non è un film di Netflix, è un film che parla proprio a noi che vogliamo capire qualcosa del mondo ascoltando un regista e i suoi attori.” Bastano queste parole di Farinelli a spiegare perché Sentimental value è imperdibile.
L’inizio del film regala allo spettatore un punto di vista sorprendente: quello della casa che ospita da generazioni la famiglia Borg. Una voce narrante si interroga sui sentimenti che la casa ha per i suoi ospiti: è più felice quando è invasa dagli amici dei figli che ballano e pestano i suoi pavimenti oppure preferisce il silenzio? È ferita dalle urla e dai litigi tra i coniugi? Ama essere piena o essere vuota? E perché si è formata negli anni una crepa che l’attraversa tutta da cielo a terra e che impercettibilmente la fa sprofondare, ma così lentamente che la storia della famiglia che la abita, al confronto col tempo della casa, è solo un attimo?
Questo è il “contenitore” della storia. Il regista accompagna in scena i tre protagonisti: Gustav Borg, interpretato dallo straordinario attore svedese Stellan Skarsgård, è un regista settantenne che non fa film da quindici anni e che ha trascorso la vita sul set trascurando totalmente le figlie Nora – Renate Reinsve, l’attrice norvegese al terzo film con Trier, rivelata da La persona peggiore del mondo e giudicata tra le migliori della sua generazione – e la sorella minore Agnes, interpretata dalla bravissima Inga Ibsdotter Lilleaas. L’attenzione di Trier si focalizza subito su Nora (evidente riferimento a Ibsen): è l’opposto di suo padre che esiste solo sul set, lei recita in teatro ma non vuole farlo, la vediamo crollare un istante prima di entrare sul palcoscenico in una scena di straordinaria maestria.
La famiglia si riunisce per il funerale della madre e si presenta a sorpresa Gustav, andatosene di casa quando Nora e Agnes erano piccole. Il padre è tornato perché vuole Nora protagonista del film che segnerà il suo ritorno, ma la figlia non ne vuole sapere, cova da anni una rabbia feroce nei confronti del genitore. Gustav non demorde, quel film ha a che fare col ricordo che lo tormenta dall’infanzia: il suicidio di sua madre sopravvissuta a un campo di sterminio nazista. Pur di realizzarlo è disposto a tutto: contatta Netflix e ingaggia la star statunitense Rachel Kemp, interpretata da Elle Fanning (Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen e ancora con Timothée Chalamet in A complete unknown). Ma l’attrice si rende conto di non essere adatta per quella parte e rinuncia. Per caso Agnes legge il copione e convince Nora ad accettare la storia che il padre ha scritto apposta per lei.
In Sentimental value ci sono il teatro di Ibsen e le atmosfere intime e profonde di Ingmar Bergman e dei film di Woody Allen che a lui si sono ispirati, da Interiors a September (e c’è anche una citazione esplicita di Another Woman e Everyone Says I Love You quando le figlie spiano le sedute della madre psicanalista). Ma è possibile cogliere in tutta la pellicola un omaggio al grande cinema non solo citato ma reinterpretato dallo sguardo di Trier: come nella scena che evoca La dolce vita, quando Gustav e l’attrice americana passeggiano sull’immensa spiaggia di Deauville, passa un driver che sta allenando un trottatore e lei torna in hotel sul sulky in un’esplosione di felicità.
È un film che commuove quando si addentra nella complessità dei legami familiari, delle complicità e delle rabbie che ogni relazione nasconde, ma che fa anche ridere (il padre mostra alle figlie lo sgabello su cui è salita la nonna per impiccarsi e le figlie attonite: ma davvero? con lo sgabello Ikea?). È soprattutto un film scritto con straordinaria precisione e intelligenza e che riesce a mettere a fuoco personaggi e sentimenti come succede raramente. È quello che Trier sa fare benissimo e gli attori che dirige danno infatti una delle prove migliori della loro carriera.
La pellicola si chiude sul set del film che Gustav Borg riesce infine a girare e che sua figlia Nora accetta di interpretare. E con quella scena Trier ci riporta per un attimo dentro Effetto notte di Truffaut e noi spettatori ringraziamo il cielo che il cinema esista e gli auguriamo una vita lunghissima.
Un’ultima cosa vorrei sottolineare: Sentimental value è l’esempio di quello che potrebbe essere un grande cinema europeo alla faccia del cinema americano. Prodotto da Norvegia, Svezia, Danimarca, Francia e Germania, è un film in cui si parlano quattro lingue: norvegese, svedese, danese e inglese. Vederlo appiattito in un doppiaggio tutto italiano è un delitto, peggio, è un errore.