Roberto Mussapi
Every beat of my heart

In quella pausa d’essere ch’è il cielo

La poesia di Arturo Onofri, «voce non imperiosa ma non secondaria del nostro tormentato e ricco Novecento». È come immersa in «un’antica e rivissuta sapienza cosmologica», nella «memoria di una cultura cosmica e celeste». Con esiti anche luminosi

Poesia cosmologica, masse di smeraldo e incandescenze, il cielo e i duri tronchi obbedienti a un odine sovracreaturale, in cui splende un verso memorabile, sapiente: «in quella pausa d’essere ch’è il cielo».
Arturo Onofri (1885-1928) è una voce non imperiosa ma non secondaria del nostro tormentato e ricco Novecento. Identificò con la profezia di una rigenerazione dell’uomo l’intera sua attività poetica, la propria stessa voce di poeta. Che riporta agli inizi del secolo la memoria di una cultura cosmica e celeste. La sua lezione divenne in lui spesso dogmatica, non s’immerse nel sangue umano dell’evento, ma resta come esempio di poesia legata a un’antica e rivissuta sapienza cosmologica. Con esiti a volte luminosi, come in questi versi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Simili a melodie rapprese in mondo,
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillio turchino
del mare che smiracola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è il cielo:
azurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe, all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.

Arturo Onofri

Facebooktwitterlinkedin