Danilo Maestosi
Alla Saletta di Via Laurina a Roma

I tarocchi rivelati

Giancarla Frare torna a esporre con una serie di opere dedicate agli arcani dei tarocchi: una personalissima galleria di sogni che diventano incubi

Il viaggio. Tra le tante metafore con cui è stato battezzato il mosaico di simboli e storie dei Tarocchi, è quella che inquadra con più precisione il senso e il fascino secolare dei Tarocchi, un accumulo di icone e simboli che probabilmente risale all’antico Egitto ed è approdato in Europa come svago popolare e di corte nel tardo Medioevo. Le carte che ti si snodano davanti come un percorso di incontri e di sfide che condensa il transito e l’avventura del vivere. È la stessa definizione con cui i sinti e i loro eredi, la più fantasiosa delle tribù zingare, hanno sigillato ad uso interno le attrazioni dei luna park che portavano in giro per le piazze d’Europa. L’azzardo e la vertigine di esperienze intensificate o capovolte – nucleo primigenio della realtà virtuale di oggi – offerti come un gioco per tutte le età.

Comprensibile per chi conosce e apprezza il suo immaginario e il suo rigore d’artista che Giancarla Frare abbia rimosso questa deriva nomade sconfinante nel gioco dal manifesto di intenzioni con cui spiega la mostra, in scena fino a metà febbraio nella saletta di via Laurina che il gallerista Fabrizio Russo ha da poco aperto come ribalta delle proprie collezioni. Una mostra dedicata appunto ai Tarocchi. Ma non all’intero mazzo di 78 carte. Troppo severa con sé stessa l’autrice non si concede da tempo l’intrattenimento collettivo senza scopo, la sospensione mimetica neppure della briscola, del tressette o dello scopone, che pure nella Campania dove è nata e cresciuta sono occasioni d’incontro familiari. Figuriamoci la scommessa della divinazione, che nel dépliant distribuito in galleria dichiara – a mio avviso mentendo – di non aver mai praticato.

No, ai tarocchi ha rubato, seguendo la lunga scia di altri grandi maestri – da Mantegna e Botticelli fino a De Chirico, Dalì e Picasso – solo le 22 figure allegoriche che precedono, caratterizzano e impreziosiscono il gioco. Gli Arcani appunto, tema e titolo di questa riapparizione in pubblico che rompe un lungo digiuno di meditazione e di solitudine, di lutto, di paura e di dubbi. Un richiamo al mistero, alimentato da un deposito di immagini sovraccarico di echi, ambiguità, stratificazioni, valenze espressive, che ha rimesso in moto, come in un’irresistibile parata di specchi, i riverberi di un più personale serbatoio d’icone, incamerate come memorie e presagi, che hanno accompagnato i suoi tormenti di donna, i suoi slanci poetici. le sue fantasie di pittrice e scultrice.

Un viaggio tra i fantasmi e le ombre di altri viaggi, veri o sognati, registrato dalla convivenza di due sguardi simultanei, che da sempre convivono in precario equilibrio nella sua fragilità di persona e di artista. Un occhio da bambina che spia l’infinito dietro una siepe d’innocenza, e un occhio da adulta che si aggrappa alle rocce trasfigurate del già accaduto e dell’intravisto, anche quelle della paura e del dolore, per non essere trascinata via dal flusso del tempo, che non può fare a meno di esplorare.

Ne esce fuori un paesaggio tormentato e cupo sicuramente spaesante per i cultori ortodossi dei Tarocchi abituati a interpretare in piena luce la ricchezza di dettagli, svolte, contraddizioni che la decifrazione degli Arcani propone come tuffi seducenti, pettegoli e senza rischi nella piscina del proprio destino. Ma chi ha detto che l’arte per raggiungerci debba risultarci prevedibile e gradita? Rinunciando alla tensione straniata che può moltiplicare i miraggi dell’invisibile, donarci parole meno scontate per dirci?

Ecco, dal mazzo di arcani che Giancarla Frare ha confezionato tiriamo fuori ad esempio una prima carta. Quella del Carro. Nelle letture canoniche è la sintesi del procedere, del movimento, l’annuncio d i qualcosa in arrivo che può imprimere nuove direzioni impreviste alla vita. Giancarla Frare ci pone di fronte ad un’altra più scomoda, innegabile verità: che fatica e a quante prove difficili ci consegna ogni volta il viaggio del vivere.

Il messaggio è affidato ad un doppio incastro di materiali e punti di vista. Un esercizio di stile che ricorre in quasi tutti questi suoi arcani. La prima mossa è imprimere sul foglio la foto di una carrozza a cavalli di almeno due secoli fa, scattata in chissà quale museo, e ripescata per quella forma così massiccia e rudimentale, quelle sbarre ai finestrini che evocano pericolo di strade dissestate e clausura. La seconda mossa, quasi nascosta, è aggiungere con rapidi segni a carboncino la massa di una sorta di bestione primordiale che si aggrappa ad una ruota per impedirne la partenza e il cammino.

Giriamo un’altra carta che più mi ha colpito, la Luna. Anche qui una foto da souvenir, la bizzarra scultura di un acquasantiera all’ingresso della cattedrale di Vernon. Anche qui un intervento grafico, una macchia di colore di un verde polveroso e sfacciato

che sdoppia la visione, evidenziando una maschera di Luna che sbuca a sorpresa tra le ali di un angelo capriccioso e imbronciato. Non più una domanda di ariose soluzioni che ci arriva dall’immensità sconosciuta della notte e dal cielo,ma un enigma che ci aggroviglia la pancia come un peso da digerire per un occhio da bambino.

L’infanzia come terreno obbligato d’indagini ingorde e la pietra corrosa e scolpita che trattiene come illusione d’eternità le smorfie e i sussulti del tempo. Ecco due illuminanti pilastri su cui si regge l’immaginario poetico di Giancarla Frare, l’incanto delle sue visioni. E il senso di solitudine come l’eco di un’innocenza perduta che sembra governare tutte le sue creazioni.

Anche qui in questa sua originalissima riscoperta degli Arcani, che ne viola ad ogni passo le ambizioni cosmologiche e la leggerezza iconografica. Un cimitero d’ìmmagini simboliche a cui le invenzioni dei segni e dei montaggi fotografici di Giancarla Frare tolgono il fluido territorio d’aria e di vuoto in cui molte di quelle allegorie galleggiano e respirano come in una placenta identitaria. Un remoto sberleffo di marmo ruba distanza alla Luna, Il Sole è incastonato nello spazio come una metopa di travertino. Il Mondo è un cerchio impastato di una rosetta di pane vigilato da un Leone scolpito.

Una sola eccezione, le Stelle. Un varco azzurro che sfonda una cupola di tempesta. Ma anche qui a guidare e indirizzare lo slancio verso quella breccia ecco l’abbraccio barocco di due divinità pagane preso in prestito da una fontana della reggia di Caserta.

Un’oasi in un deserto di continui ritorni, che Giancarla Frare attraversa avvolta dalla polvere d’incanto dei suoi fantasmi in cornice, senza alcuna pretesa di indicarci una strada al futuro. Bastano e avanzano a ripagarci i dubbi, gli stupori e le ombre d’amore allo stato nascente che dilagano nei suoi tarocchi e impediscono alle carte di irrigidirsi in esercizi di maniera e di stile.

E trasformano in uno scrigno prezioso questa piccola grande mostra.

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