Gianni Usai
A proposito di "Polpa"

Il futuro è un corpo

La scrittrice argentina Flor Canosa immagina un futuro in cui l'intelligenza artificiale vuole cancellare il corpo e i desideri. Ma c'è chi prova a resistere...

Sono molti gli scrittori e le scrittrici che negli ultimi anni si sono cimentati con il genere distopico. Per comprendere le ragioni di tale rinnovato interesse è forse necessario rivolgere lo sguardo alle inquietudini che in questo particolare momento storico turbano la nostra società. Il mutare dei rapporti di forza tra le varie potenze che pare destinato a produrre un nuovo ordine mondiale, le guerre, il conseguente ritorno dello spauracchio nucleare. A questo si aggiungono la crisi di istituzioni democratiche che si consideravano ormai consolidate e, non ultime, le incognite derivanti da un progresso tecnologico inarrestabile e difficile da governare, il quale promette di trasformare le nostre esistenze in modi imprevedibili e con una rapidità che non ha precedenti nella storia umana. È inevitabile, dunque, che la letteratura adoperi i propri strumenti per interrogarsi sulle implicazioni di quanto appena descritto.

Uno dei tentativi meglio riusciti e più interessanti, a parere di chi scrive, lo si trova in Polpa (112 pagine, 16 Euro), breve romanzo della scrittrice argentina Flor Canosa, uscito in patria nel 2019 e pubblicato in Italia lo scorso novembre da Neo Edizioni nella traduzione di Giovanni Barone. Poco meno di cento pagine, al netto degli apparati paratestuali, sufficienti all’autrice per proporci un’idea di futuro originale quanto disturbante.

Un futuro in cui una regione senza nome, che il contesto ci permette di collocare in Sud America, è governata da una tecnocrazia facente capo alla RACK, un sistema basato sull’intelligenza artificiale che ha soppiantato il vecchio web divenendo l’unica fonte di conoscenza e il centro di controllo di ogni attività umana. La popolazione che ha passivamente accettato di soggiacere a questo apparato è ora suddivisa tra reietti, “integrati produttivi” e una ricca élite cui è permesso di accedere a ogni depravazione, a patto che non si oltrepassino i limiti imposti dal sistema. E dopo avere imbrigliato gli intelletti e inibito i sentimenti, il controllo si è esteso ai corpi: ci si accoppia per compatibilità genetica allo scopo di procreare – un figlio per ogni genitore, gli altri verranno affidati al sistema – e si è privati del dolore, vietato per legge. Il nuovo ordine è “sostenuto da concetti come la pena che nessuno conosce, l’informazione che nessuno riceve, il dolore che nessuno prova.” Oltre i confini protetti ed elettrificati, tra i boschi, gli “uomini-bestia” vivono secondo abitudini ormai obsolete o dimenticate: cacciano gli animali, li arrostiscono al fuoco e se ne cibano, amano, soffrono e tramandano oralmente il proprio sapere.

Il testo è suddiviso in tre parti, ognuna delle quali è affidata a un differente io narrante. Sarà quindi il sovrapporsi dei punti di vista di Irma, Lunes e di suo fratello Enero a completare il quadro e dare pieno significato a quanto accade.

Irma ha dodici anni quando si trasferisce nella casa della nonna appena deceduta. E proprio quel giorno, mentre sua madre provvede a “polverizzare” il cadavere della donna secondo le disposizioni della RACK, lei sperimenterà le potenzialità del proprio corpo, attraverso le ferite provocatele dalle spine di una bouganville e il contestuale sopraggiungere delle prime mestruazioni. Sangue, dolore e piacere fisico da quel momento saranno per Irma inscindibilmente legati, a comporre una triade della carne, evocata dal titolo del romanzo, che troverà il proprio corrispettivo speculare nell’incontro con Lunes. L’uomo, ricco, privo di qualunque senso morale e ossessionato dalla comprensione del dolore, al punto di spingersi a trafficare con malati terminali e cadaveri, rivolgerà sulla ragazza le sue insane pulsioni e i due saranno risucchiati in un vortice autodistruttivo di dipendenza reciproca. Vittima e carnefice accomunati dal bisogno di sottrarsi alla legge e dalla consapevolezza di non poter sopravvivere fuori da essa.

Il corpo, dunque, è al centro del racconto. L’oggetto che la tecnologia, la medicina e l’ingegneria genetica vorrebbero emendare dall’imperfezione, e nell’impossibilità di riuscire in una simile impresa viene depotenziato, silenziato. Niente più malattie, nessun dolore, né sangue. Per creare, in definitiva, un’umanità meccanica sgravata della passione e del desiderio.

«Il desiderio è ciò che trasforma nessuno in qualcuno. Noi siamo le persone che programmano il desiderio. Una macchina che gestisce un programma privo di passione, di volontà, di desiderio e propositi soggettivi può solo costruire una società soggetta a quei parametri. Una società senza anima, senza volontà, senza desiderio, senza propositi. Questo siamo. Un popolo morto».

Ma può accadere che quello stesso corpo torturato, oltraggiato, mutilato, assurga a strumento di ribellione, per ribaltare il paradigma che vede l’utopia tramutarsi in distopia. Dove questo condurrà i protagonisti del romanzo, e l’intera società che rappresentano, lo si scoprirà solo nella terza parte del libro, affidata alle parole di Enero, unico osservatore esterno, ma tutt’altro che neutrale, delle vicende narrate. Qui aggiungeremo soltanto che nel racconto di Flor Canosa l’essere umano è sempre fautore del proprio destino. Il libero arbitrio resta una sua prerogativa, quando accetta di sottostare ai dettami della RACK, quando intraprende una via alternativa come accade ai cittadini delle nazioni vicine – con quali risultati non ci è dato saperlo –, o che scelga di tornare alla natura e vivere nei boschi, rinnovando il mito del buon selvaggio caro ai romantici.

Si sarebbe tentati di intravvedere in questa visione dell’autrice un barlume di ottimismo per il futuro della nostra civiltà, il cui progresso, d’altronde, procede da sempre per tentativi ed errori. A frenarci ci sono le inquietudini cui si è accennato all’inizio. Ma, in fondo, non devono essere dissimili dalle inquietudini che hanno afflitto l’umanità, ogni volta che si è trovata ad affrontare gli snodi cruciali della sua storia. Forse oggi ne abbiamo una maggiore consapevolezza, e questo illuminante romanzo ne è una prova. La speranza è che si riesca a metterla a frutto.


Accanto al titolo, un’opera di Tiziana Contu fotografata da Gianni Usai.

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