Al Maxxi di Roma
Dio e Bob Wilson
L'ultima performace di Bob Wilson mette insieme la Pietà Rondanini di Michelangelo e lo Stabat Mater di Arvo Part. Ne è nato un intervento inquietante che dalla Creazione arriva all'«afasia di Dio»
«Quando ho visto per la prima volta la Pietà non finita di Michelangelo, sono rimasto seduto a guardarla per oltre un’ora. Era straordinario solo averla di fronte. Aveva un potere enorme, una sorta di mistero. Era qualcosa che avrei potuto guardare per molto tempo. Essendo incompiuta, era come guardare attraverso una porta aperta, uno spazio che dà il tempo di pensare e il tempo di sognare. Sono stato tentato dall’idea di metterla in scena, ma un capolavoro non ha davvero bisogno di una messa in scena. Basta dare uno spazio con una finestra aperta per permettere alle persone di avere i loro pensieri e le loro sensazioni ed emozioni, che saranno rafforzati dalla musica di Arvo Part. Part e io condividiamo il senso del tempo e dello spazio».
Con queste parole, il regista americano Robert Wilson, scomparso da pochi mesi, ha presentato uno dei suoi ultimi progetti, Mother, incentrato sulla Pietà Rondanini di Michelangelo (in realtà il suo calco in gesso di Cesare Gariboldi) e sullo Stabat Mater del compositore estone Arvo Part. La performance sarà in scena al MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, fino al prossimo 18 gennaio.
Nell’atrio del museo, accanto alla nuova biglietteria, è proiettata in loop l’Autobiografia di Robert Wilson, un video di sette minuti circa, in cui il regista, in un travestimento che oscilla tra la geisha giapponese e il clown bianco di felliniana memoria, rievoca sé stesso attraverso l’Ultimo nastro di Krapp di Beckett. La pellicola è graffiata e squarciata, piena di bruciature di luce, sembra una delle meravigliose cinematografie destrutturate di Rosa Barba, esposte in un’altra galleria del MAXII. Cosa dica Wilson è inudibile, non si comprende se per scelta o per il rimbombante rumore di fondo dell’ingresso. Fatto sta che nel finale di partita, il regista ci sbeffeggia con smorfie talmente grottesche da sfociare nel tragico.
Si sale fino al terzo piano del Museo per assistere alla “performa”: così la definisce la custode dalla ricrescita felice che ci controlla i biglietti e che ci invita a spegnere i telefonini.
Il mio IPhone rigurgita notifiche, gli Stati Uniti hanno appena invaso il Venezuela, arrestato il suo presidente Maduro. Con un’angoscia prodromica a scenari da dottor Stranamore, percorro le nere passerelle sospese di Zaha Hadid e finisco proiettato in un corridoio lungo e buio, illuminato da sottili linee sul pavimento.
Stiamo rientrando nel ventre, nell’utero, questo è lo spazio della maternità. Utero in ebraico è parola che al duale, Rahamim, vuol dire Misericordia. Questo è lo spazio della misericordia.
Nella sala, l’unico elemento illuminato è una grossa pietra bianca, a simboleggiare la materia da cui Michelangelo non ha mai finito di ricavare il suo capolavoro. E, sempre in ebraico, pietra si dice Even, e racchiude in sé due altre parole Av, padre e Ben, figlio. Padre e figlio, ma senza la presenza materna la pietra rimane inerte, non c’è creazione.
Da una finestrella in alto un raggio di luce squarcia il buio. Il momento è quello della Genesi. Il momento in cui Dio si ritrae dall’universo, si contrae e lascia soltanto una virgola di luce, una scintilla. Si illuminano due volti che si fondono uno nell’altro, un uomo e una donna che sono uno, come è detto al verso 1, 27 della Genesi: «Dio creò l’uomo a Sua immagine; lo creò a immagine di Dio; maschio e femmina (lo) creò».
E che ci troviamo nello spazio e nel tempo della Creazione, ce lo confermano i bozzetti di Wilson, visibili a fine spettacolo, in cui un fiume di fiamme si riversa sul gruppo scultoreo di Buonarroti.
Con la luce e con la parola, Dio crea l’uomo a sua immagine, come ne creasse una replica, una copia. E quella che abbiamo davanti è una replica, il calco in gesso della scultura. Non siamo davanti a un atto creativo, ma alla sua rappresentazione.
Man mano, però, che la luce scava nei volti di Gesù e di sua madre, man mano che i lineamenti del Cristo sembrano sperdersi nel suo cranio sfondato, man mano che gli occhi di Maria riflettono solo morte, entriamo in un tempo diverso, in uno spazio di fine. E i segni dello scalpello sul torace incompiuto di Gesù sembrano essere i segni divini del progetto di creazione prima che si definisca, lettere senza forma, parola di vita non ancora compiutasi, o parola di vita che si sfalda in un corpo privo di spirito divino.
Emerge, nel gruppo michelangiolesco, un braccio a sé stante, l’unica parte della Pietà Rondanini scolpita nei minimi dettagli. Ed è quando Wilson gli rovescia addosso una cascata bluastra di luce livida che realizzo che è lo stesso braccio di Adamo della volta della Cappella Sistina. E che si tratti proprio di Adamo lo conferma la pietra che il regista pone a lato del gruppo scultoreo. È l’unico elemento a venire tinto da una luce rossa, è il sangue. In ebraico Dam. Che è quello che dà la vita ad Adam, l’uomo dal cui nome deriva tutta la terra, Adamah.
Ma la pietra insanguinata è anche pozza, è lì che si è raggrumato tutto il sangue del Cristo morto, senza più Ruach, una carcassa che sua madre si ostina a trascinare per le ascelle, a portare via da un teatro di morte e disperazione.
Ed è allora che mi rendo conto che il braccio perfetto di Adamo è spezzato, è precipitato dal cielo della Sistina in un mondo senza più misericordia. In cui resta solo un vagito di pietà e la testarda ostinazione di una madre.
Il corpo di Cristo si sta disfacendo senza speranza, non c’è più divinità in lui, resta solo la sua commovente nudità, quelle gambe appena lucide su cui la luce di Wilson scivola delicatamente in un singulto di compassione.
La musica dello Stabat Mater di Part è lontana dallo strazio barocco di Cherubini, gioca sul “contatto di elementi opposti”. Come dice il compositore, «sembra impossibile che elementi così diversi si incontrino; tuttavia, in questo brano è esattamente ciò che accade. Il testo ci presenta l’esistenza simultanea del dolore incommensurabile di questo evento e della potenziale consolazione».
Ma la musica di Part si assottiglia fino a svanire effimera nel buio, effimera come la nostra esistenza, la parola cantata svanisce e, con essa, la nostra luce, la nostra consolazione, la nostra pietà che oggi “l’è morta”.
Non c’è più la creazione in questo mondo, Trump ha deposto il presidente venezuelano Maduro e vanta come atto di giustizia, nel suo discorso, l’essersi appropriato del paese sudamericano, delle sue risorse petrolifere. Dell’essersele riprese.
Le parole non sono più pietre, non sono più uno strumento di creazione, sono state pervertite nel loro significato. E ci saranno nuovamente esauste madri a trascinare per le ascelle i figli morti, con il cranio sfondato. La musica ha lasciato luogo al silenzio e, poi, al frastuono del museo, a voci incrociate a suoni di esposizioni retoriche.
Nell’atrio del MAXII, Robert Wilson ripete la sua stanca pantomima da baldracca nipponica, ma il nastro del magnetofono non emette nessun suono.
È destinato a rimanere muto. Senza più parole.
È l’afasia di Dio.