Una storia al telefono
Congedi
«Il cellulare sul comodino vibra nervoso. Gli ha tolto, come sempre di notte, la suoneria, e adesso quello pretende ascolti attenti. Lo afferra esausto, e subito riconosce la voce: "Fammi parlare, per favore. É tanto che non ci sentiamo”»...
Non ha chiuso occhio tutta la notte. Maria al suo fianco, rumorosa con il tipico respiro di fumatrice, ha continuato imperterrita a ronfare. Sono due mesi che non si toccano. Ma lei sembra soddisfatta lo stesso. Lui nel buio intanto vede Lilli, la giovinetta conosciuta qualche mese fa nel negozio vintage del centro di Padova, mentre si rivestiva dopo gli assalti. Si sistemava lo chignon sui capelli e sembrava una bambina, coetanea della sua Marta. Lui ha pianto dal piacere mentre veniva con irruenza. Era entrato in quel piccolo spazio stracolmo di oggetti bizzarri per comprare una collana di ambra (destinata a Maria), che troneggiava sulla vetrina, e gli era mancato il respiro davanti alla personcina dalla voce angelicante. Una vera sirena. Hanno parlato guardandosi a lungo negli occhi, e lei pochi minuti dopo gli aveva rivelato che si era liberata a fatica da un amore tossico, un operatore Tim manesco e alcolista.
Il cellulare sul comodino vibra nervoso. Gli ha tolto, come sempre di notte, la suoneria, e adesso quello pretende ascolti attenti. Lo afferra esausto, e subito riconosce la voce: “Fammi parlare, per favore. É tanto che non ci sentiamo. Il mese scorso tua moglie non mi ha nemmeno salutata al mercato. Ma sì, ti giuro, ero a Venezia a fare compere. No, non è questo il problema. No, per favore, fammi finire. Giorgio adesso vorrebbe parlarti. Vuole salutarti. Si prepara. Si sta preparando. Vuole salutare tutti. Cioè quelli che sono stati. Insomma, può farlo?”. Lui rivede le passeggiate domenicali un secolo fa alle Zattere, le discussioni infinite, la mano dell’amico che si levava oltre la spalla ad appoggiare progetti di ricerca, le dita sottili che si aprivano nello sfondo azzurro dell’aria primaverile. E le famiglie fedeli e rispettose accanto, mogli con mogli e ragazzi con ragazzi in attesa del gelato. Poi, tutto era finito. A poco a poco. Per un concorso, vinto da lui e perso da Giorgio, rimasto nell’ospedale di San Bonifacio, come in castigo. Erano trascorsi anni senza quelle passeggiate. Ma adesso in primo piano, per lui, in quei giorni, sta il suo tradimento ai danni di Maria, il primo, e non ha voglia di dialogare con l’amico degli anni innocenti. O magari prendere il treno per Verona, trascinandosi dietro Maria. Non è davvero il caso. Perché poi magari si metterebbero a piangere. Non può permettersi più, più intimità con sua moglie. Non è più possibile. Anzi, si deve preparare a scegliere le parole giuste, per aprirle gli occhi. Sì, le era sempre stato fedele prima di scoprire la Lilli. Anche lei, del resto, potrebbe, dovrebbe rifarsi una vita. É ancora giovane. Cosa sono cinquantadue anni, oggi? Perché Maria ha due mesi più di lui. Quasi gemelli sono, già. La voce al telefono, però, insiste: “Non vi costa nulla, credo. Venite qua, solo un attimo, se non volete fermarvi a mangiare. Decidi tu quando. Ma l’oncologo di Aviano consiglia di fare presto. Molto presto. Non c’è molto da. Poche frasi, come una pacca sulle spalle se venite. Se non puoi restare di più. Ha chiesto tante volte di te. Sai il bene che ti ha voluto. E te ne vuole ancora”.
Ma lui contempla nella penombra la bella faccia infantile di Lilli, la gioia di quegli occhi, durante e dopo l’amore. E se l’è risentito duro, duro, come quello di un ragazzo, o di un giovane militare. Niente congedi, ormai. Gli dispiace. Certo che gli dispiace. La voce mormora qualcosa, trattenendo a stento la rabbia. Lui sta per rispondere a tono. Non si chiama alle sette del mattino, per pretendere assurdi appuntamenti con malati terminali, con gente sparita da un’infinità di tempo. Non vorrà mica intendere quella rompiscatole che Giorgio s’è beccata la malattia per il concorso perso? Caduta delle difese immunitarie? Stiamo scherzando? Ci vuole tanta pazienza, anche perché quello è un momento sbagliato. Prova a farsi didattico. Si rende conto la voce alla cornetta cosa significa dirigere un Istituto di cardiologia padovana? Stare dietro a tutti i pusillanimi e cercarne il consenso per le votazioni relative agli indirizzi di ricerca? Non concedere nulla ai colleghi e insieme non disgustarli per non perdere consenso e autorevolezza. E non lo fa per sé, ovvio, ma per quello che sta costruendo, tra mille ostacoli e resistenze. In particolare, mantenere contatti importanti con quelli che operano al Ministero, quelli che controllano e promuovono i finanziamenti. Rancore perché, poi? Se il concorso l’ha vinto lui, è l’altro che l’ha perso. Mettiamo le cose in chiaro. Quando ha pagato il conto dell’albergo, mano in mano con Lilli, s’è chiesto come avrebbe fatto non con Maria, ma con suo suocero. CEO, nonostante l’anzianità, nella grande azienda di abbigliamento nel cuore di Venezia. Costui lo ha sempre aiutato, in fondo. La voce purtroppo ricomincia, poco convinta dai suoi ragionamenti, e sempre più supplichevole: “Perché taci? Scusa, ci sei ancora al telefono? Vorrei capire. Per favore. A te va bene tutto. Sei sano, hai vinto il concorso…”.
A questo punto, lui abbassa con gesto affettato il cellulare e lo sporge alla moglie, perché prenda il suo posto e lo salvi da quell’assedio. Ne osserva il corpo che si va rigirando pigramente sul letto, mentre geme: “Si può sapere chi è? Ma che ore sonooooooooo?”. Sì, Maria non intende sostituirsi in quel dialogo allucinante. Si impegna invece ad abbracciare il cuscino, di solito tenuto ai piedi, felice della sua salute, paga del ménage coniugale, pur naufragato fisicamente a sua insaputa, pronta a scattare per la colazione dei figli in vista della nuova giornata scolastica, ignara di quello che l’aspetta fra qualche giorno. O qualche mese? Ma avrà mai il coraggio, lui, di rompere con suo suocero, fumantino e vendicativo? La voce si fa piagnucolosa, sempre meno convinta: “Insomma, non vuoi venire? Non vuoi dargli questa prova? Sento la voce di Maria. Prova a dirle che è la Cati”. Fra poco ci sarà l’assalto ai due bagni, e i ragazzi sono veloci e spietati. Bisognerebbe decidersi a cambiar casa. Un trasloco, una vendita e un acquisto di immobile a Venezia? Pura follia, specie con il fantasma di Lilli che incombe. Sente nel frattempo il proprio nome ripetuto in modo affannoso nel cellulare abbandonato sul letto, e lui scuote Maria, perché è giusto che intervenga con il suo stile misurato e prenda posizione. Già, in fondo sono anche amici suoi, no? E invece Maria, capita alla fine l’identità della scocciatrice, sussurra un “nooooo” sorridente, e con una mano accenna a interrompere la comunicazione. Spenga, metta giù, faccia finire quello strazio. Hanno altro per la testa loro. “Cosa vuole ancora quella là?”.
A tavola, poche sere prima, quando il discorso, neanche a farlo apposta, si era spostato su Giorgio, lei ha sentenziato che era una brava persona, fragile e gran signore. Ma che l’aveva delusa per la reazione isterica, da rosicone, al concorso perduto. Perché era una gara, quella, e che vinca il migliore, no? La Cati comunque era solo “una stronza insopportabile”, con le arie che si dava, nonna duchessa qua e nonna duchessa là. E gridava, alzandosi esultante: “Bell’amico, quello. Ti ha tolto il saluto!”. Lui la guarda di nuovo, e si accorge che la donna è stranamente ingrassata. Come ha fatto a non vederlo? Troppi spritz con patatine fritte assieme alle amiche chiacchierone alle Zattere? Si sente un po’ umiliato, come uomo. Ma ora c’è la Lilli, in soccorso. Basta con i compromessi, con le finzioni. E i ragazzi, che ne sarà dei ragazzi? Marta che deve mettersi l’apparecchio sui denti e non vuole, e Stefano divenuto maschietto tutt’a un tratto, e che gira per casa sfinito per i probabili toccamenti solitari. Lui poi vuol bene a Maria, come a una sorella, a una madre. Tanto buona e dolce e comprensiva, e brava ad aiutare il padre minaccioso con gli ordinativi e i negozi. La cornetta riprende a gracchiare “Dunque? Cosa pensi di fare? Se te lo passo, gli parli? Non sai nulla della malattia, mi raccomando per carità”. Poi, il contatto è saltato, ma prima che lui riesca a spegnere il cellulare, ecco immediata la ripresa. La voce adesso s’è fatta più grave, rassegnata e lontana: “Dimmi solo se non vuoi né venire a salutarlo, né parlargli adesso. Va bene, come vuoi. Non ti preoccupare. Tolgo il disturbo. Troverò una scusa con lui. Ma ti, ma vi resterà un grande rimorso. Ciao. Un bacio ai ragazzi. Quanti bei ricordi. Auguri per tutto, di cuore”. Lui sta per commuoversi, quando vede sul cellulare l’arrivo di un messaggio. Lilli, è la sua Lillina. Chiede se ha già parlato con la moglie. Allora si morde le labbra e comincia ad agitarsi. Qualcosa in quelle parole sembra guastare l’identità della mansueta, accomodante bambina, insaziabile in compenso a letto. Lilli era del resto passata da un villano ubriacone, che vendeva smartphone e tablet, a un brillante primario appetito da tutte le femmine dell’Ospedale padovano, colleghe, infermiere, malate e forse non solo da quel genere. No, qualcosa pare appartenere ad una donna adulta, tessitrice di trappole e di ricatti. Si irrigidisce. Sente Maria al suo fianco che vuol leggere cosa gli ha scritto la stronza. Lui cancella alzando le spalle. “Figurati. Ossessiva, patetica”. Maria si mette in ginocchio, con atteggiamento euforico e accarezzandolo gli sussurra “Adesso, sai cosa facciamo?”. Lui trema e mormora “Ma è tardi, fra poco piombano in camera i ragazzi”. Lei protesta allegra: “Cosa hai capito, porcellone? Solo a quello pensi, anche se in queste settimane mi è venuta l’idea che hai fatto voto di castità. Noooooo. Con quello che si sente in giro, vedi la stronza, adesso io alla mammella e all’utero e tu alla prostata, facciamo un bell’esamino preventivo. Sissignore. Tira fuori il tuo carisma ospedaliero, professore, scattare! Un, due, tre”. E la donna, avvoltolandosi tra le lenzuola e celando così le grandi natiche, schiocca le dita e ride di gusto.