A proposito di "Pornorama”
Sotto il vestito, i social
Il nuovo romanzo di Claudia Grande è un giallo ambientato nel mondo del porno. Una vicenda intricata dove ogni personaggio ha un suo linguaggio e un suo universo personale
Se prodotto da una buona penna, un testo polifonico ci può far godere del turbinio di voci diverse che impregnano il racconto. Diverse è parola chiave: non sono casi isolati quelli in cui romanzieri magari ancora acerbi fanno comunicare, senza che ciò sia intenzionale, i protagonisti dei loro lavori con registri linguistici pressocché identici, appiattendo la narrazione su un unico livello e dimostrando scarsa o nulla cura per lo stile. In Pornorama (Il Saggiatore, 488 pagine, 19 euro) Claudia Grande attribuisce a ogni soggetto una personale espressività, caratterizzandone non solo la parlata ma anche, di conseguenza, la psicologia. Attraverso la scelta di determinati giri di frase, motti più o meno comuni e logorree inarrestabili viene plasmato il retropensiero dei personaggi, retropensiero che confluisce nelle azioni: psicologi esaltati che ritengono normale sottoporre i pazienti a procedure quantomeno discutibili, ventenni insicuri che esplorano sé stessi mentre si improvvisano detective, detective reali che si licenziano per inseguire una pista anche se potenzialmente fallimentare, attori che sono così tanto calati nel ruolo da vivere una vita in funzione di esso (si veda Gatta Sibilla, che si crede per l’appunto un gatto), e poi gli influencer e le pornostar con le loro idiosincrasie, fissazioni, manie.
Si parte da una serie di suicidi verificatisi nell’industria del porno e che stando alle indagini ufficiali sono scollegati tra loro. Le ragazze che si tolgono la vita suscitano l’attenzione e l’interesse dell’ispettore capo Vittoria De Feo, che invece tra quelle morti ipotizza una connessione: è, infatti, propensa a credere che ci sia dietro un qualche tipo di manipolazione. Come nei più classici dei polizieschi, l’ispettore viene osteggiato nel suo percorso, tanto da essere qui costretto a indagare privatamente e ad abbandonare il distintivo. E se la tentazione di gridare al cliché è forte, bisogna però sottolineare che l’originalità del congegno artistico disinnesca il pericolo. È vero che Vittoria, sempre stando al cliché, tende a un abuso di psicofarmaci abbinato a volte ad alcolici, ma sembra che Grande, più che cadere nello stereotipo, stia semmai omaggiando un genere, intarsiando delle dinamiche nuove su una base conclamata. Nell’evolversi delle vicende, non passa inosservata la denuncia del mondo dei social che, si noti bene, non sono criminalizzati o elevati al rango di male assoluto: piuttosto, ne viene esposta la pericolosità, optando per requisitorie più mirate come la mercificazione dei corpi o la pornografia del dolore, che com’è noto trovano nell’universo digitale un’alta concretizzazione.
Pornorama è un’opera complessa in cui sia lo stile sia i contenuti sono equilibrati sul fil rouge del grottesco: si ride, spesso e volentieri, ma è un riso amaro che scatena una sensazione di scomodità e inadeguatezza a cui il lettore non può non cedere. La forma, lo si anticipava in apertura, cattura l’occhio: è evidente la meticolosità dell’autrice che mette nero su bianco le follie dei nostri, dando al tempo stesso un’idea di credibilità e inverosimiglianza e creando un cortocircuito di estrema forza. Basti pensare ai gesti sconclusionati di Gatta Sibilla, descritti a metà tra pura schizofrenia e mero distaccamento dalla realtà, così da essere implausibili e orrendamente veri al contempo, oppure alle imprecisioni nei resoconti di Bet, altra figura centrale e a tratti inaffidabile, resi con una scrittura che oscilla e traballa quanto i suoi ragguagli. In questa sua ultima uscita Claudia Grande conferma, di nuovo, di possedere le carte in regola per affermarsi con la sua indiscussa bravura, mettendo in gioco risorse che conferiscono a Pornorama solidità e spessore.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.