Luca Fortis
Un Paese in crisi profonda

Chi salverà l’Iran

Ecco chi sono i leader carismatici in grado di far uscire il paese dalla dittatura e dal caos. Ma il vero problema è che un Iran libero e democratico spaventa i “vicini” e il mondo intero...

Nell’ultimo mese, dopo la violentissima repressione delle proteste in Iran che ha causato, secondo molte fonti, decine di migliaia di vittime, mi è capitato spesso di non essere d’accordo con molti analisti che sostenevano che l’opposizione iraniana mancasse di leader che possano creare un futuro stabile per il paese e che solamente i militari possano risolvere la situazione.

La maggior parte degli analisti che parlano di Iran sono spesso persone che non si recano nel Paese da anni. Questo potrebbe essere un limite, perché analizzare documenti, il web o le riflessioni di persone che vivono nel Paese a volte non basta. Non è la stessa cosa che recarsi in Iran, perché anche le proprie fonti possono vivere all’interno di bolle informative o di reti di amicizie limitate. A volte è necessario “respirare l’aria”.

In generale, la vulgata più diffusa sostiene che in Iran esistano un vasto malcontento e proteste diffuse, ma nessuna organizzazione o leadership in grado di garantire un futuro politico stabile. Questa posizione ha talvolta come corollario l’idea che, nonostante le decine di migliaia di probabili morti (non esistono ancora dati certi), sarebbe preferibile mantenere in piedi il fragile regime degli ayatollah, in un Paese in crisi, piuttosto che favorire il caos. O, quantomeno, favorire l’instaurazione di un regime militare che prenda il posto di quello religioso: cosa, peraltro, già in parte avvenuta, visto che le Guardie della Rivoluzione e altri gruppi militari si sono già da tempo impadroniti delle industrie nevralgiche del Paese e di numerosi centri di potere.

A mio parere, questa opinione presenta due punti deboli. Il primo è che le vaste masse iraniane non protestano soltanto per un maggiore benessere economico, ma anche per una società in cui l’individuo sia libero di agire come vuole. Certo, i motivi delle proteste in Iran sono molti e variegati, ma sia nelle grandi città sia nelle zone abitate da minoranze linguistiche la questione della libertà individuale non è affatto secondaria.

La seconda ragione per cui non sono del tutto convinto di questa analisi è che chi la sostiene raramente porta prove concrete a supporto delle proprie affermazioni. Per sostenere che in Iran non esistano leader o organizzazioni in grado di guidare un possibile futuro, bisognerebbe analizzare tutti i leader carismatici emersi nell’ultimo ventennio, illustrandone punti di forza e criticità. Cosa che molti analisti non fanno, o fanno solo in riferimento a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah. Ma è nelle carceri iraniane o nelle abitazioni in cui alcuni leader sono agli arresti domiciliari che bisognerebbe guardare.

La risposta al quesito se questi leader possano o meno guidare stabilmente il Paese verso un futuro di diritti e stabilità non è univoca, ma un’analisi seria non può che partire da loro.

Farò quindi un breve elenco di persone che in passato hanno guidato forme di protesta e goduto di un certo sostegno popolare, con l’intenzione di capire che fine abbiano fatto e se possano essere ancora “spendibili”.

Mir-Hossein Mousavi (nato il 2 marzo 1942) è un politico, architetto e intellettuale iraniano. È stato primo ministro dell’Iran dal 1981 al 1989, durante gli anni più duri della guerra Iran-Iraq, sotto la guida di Ruhollah Khomeini. Dopo l’abolizione della carica di primo ministro, si è ritirato per molti anni dalla politica attiva, dedicandosi all’arte e all’architettura. È tornato al centro della scena nel 2009, candidandosi alle elezioni presidenziali come esponente riformista. Dopo l’annuncio della vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, Mousavi denunciò brogli elettorali e divenne il volto simbolo del Movimento Verde, che portò a proteste di massa duramente represse. Dal 2011 è agli arresti domiciliari senza processo, insieme alla moglie Zahra Rahnavard, ed è rimasto una figura simbolica dell’opposizione riformista iraniana. Nonostante il lungo isolamento, è ancora considerato un riferimento storico per una parte della società iraniana.

Sicuramente, avendo 83 anni, non è più giovanissimo, ma considerando che Trump compie 80 anni quest’anno, sarebbe interessante capire perché l’ex primo ministro di Khomeini — riformista, amato dal popolo e ai domiciliari da anni — non potrebbe governare il Paese per il tempo necessario a riscrivere la Costituzione e indicare uno o due delfini. Se vi fossero problemi di salute o altri impedimenti, gli analisti che sostengono che non possa governare dovrebbero indicarli esplicitamente.

Zahra Rahnavard è la moglie di Mir-Hossein Mousavi. È un’intellettuale iraniana: accademica, artista e attivista politica riformista. È stata la prima donna cancelliera universitaria in Iran dopo il 1979 ed è diventata una figura simbolo del Movimento Verde nel 2009, impegnata per diritti civili e delle donne. Dal 2011 è agli arresti domiciliari insieme al marito.

Mehdi Karroubi, nato il 26 settembre 1937, è un politico e religioso riformista iraniano. Chierico sciita e figura storica della Repubblica Islamica, è stato presidente del Parlamento iraniano (Majles) per due mandati, dal 1989 al 1992 e dal 2000 al 2004. Nel tempo si è distinto per la difesa dei diritti civili, della libertà di stampa e per le critiche agli abusi di potere. Nel 2009 si è candidato alle elezioni presidenziali insieme a Mousavi. Dopo la repressione del Movimento Verde denunciò apertamente torture, violenze sessuali sui detenuti e brogli elettorali: prese di posizione rarissime in Iran.

Per questo, dal 2011 è stato posto agli arresti domiciliari senza processo. A differenza di Mousavi, ha avuto seri problemi di salute, che hanno attirato l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani. Dopo la fine della detenzione domiciliare nel 2025, non vi sono rapporti pubblici e verificabili che indichino un peggioramento critico della sua salute nel 2026, ma è noto che gli anni di isolamento lo abbiano reso fisicamente fragile. Sarebbe interessante capire perché Karroubi e il suo entourage non possano avere un ruolo nel futuro dell’Iran o almeno indicare nuove figure politiche.

Mohammad Khatami, nato il 14 ottobre 1943, è stato presidente dell’Iran dal 1997 al 2005 ed è la figura simbolo del riformismo iraniano tra gli anni Novanta e i primi Duemila. Durante la sua presidenza promosse aperture culturali e sociali e il progetto del “dialogo tra le civiltà”. In patria godette di enorme consenso, ma fu ostacolato dagli apparati conservatori. Non è mai stato arrestato, ma per anni i media iraniani non potevano pubblicare sue foto o dichiarazioni. È oggi rispettato, ma criticato da una parte dell’opposizione per la sua eccessiva prudenza. Rimane tuttavia, per molti, preferibile a un eventuale regime militare sul modello cinese.

Hassan Rouhani, presidente dal 2013 al 2021. Non è un riformista “puro”, ma molti iraniani lo associano alle aperture sul nucleare e a un periodo relativamente meno repressivo. Resta influente nei circoli politici.

Mostafa Tajzadeh, ex viceministro dell’Interno, figura riformista molto esplicita e radicale. Ha criticato direttamente la Guida Suprema ed è stato più volte arrestato. Per molti giovani è uno dei pochi riformisti che “dice le cose come stanno”.

Abdollah Nouri, ex ministro dell’Interno di Khatami. Religioso riformista, processato e incarcerato negli anni ’90. È una figura di riferimento intellettuale, soprattutto tra i riformisti religiosi.

Vi sono poi intellettuali e religiosi, in Iran e all’estero, che potrebbero avere un certo peso. Vediamo chi sono.

Abdolkarim Soroush, nato nel 1945 a Teheran, filosofo, teologo, scienziato sociale e riformista islamico. È noto soprattutto per aver cercato di conciliare Islam e modernità, e per aver sviluppato un pensiero critico sulla dottrina politica della Repubblica Islamica, in particolare sul velayat-e faqih (il potere del giurista islamico). I suoi contributi e scritti principali si concentrano sulla distinzione tra religione e interpretazione umana della religione. Secondo Soroush, la religione è divina, ma la comprensione umana è fallibile. Questo permette di criticare le leggi religiose che diventano strumenti di oppressione senza mettere in discussione la fede stessa.

Ha sostenuto che democrazia e Islam possono coesistere. Ha introdotto il concetto di “Islam riformista” e incoraggiato la libertà di pensiero all’interno della religione. Difende il pluralismo politico e religioso. Ha criticato la chiusura culturale e l’idea che lo Stato debba imporre una lettura unica della religione. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, inizialmente partecipò al dibattito culturale della nuova Repubblica Islamica, ma con il tempo divenne sempre più critico verso l’assetto politico-religioso del sistema. Alla fine è stato costretto a lasciare l’Iran e vive da anni in esilio, insegnando in università straniere, soprattutto negli Stati Uniti.

Un’altra personalità interessante è Mohsen Kadivar – teologo riformista. Critico della dottrina del velayat-e faqih (potere assoluto della Guida). Molto rispettato negli ambienti accademici e religiosi riformisti.

Shirin Ebadi è una delle figure iraniane più conosciute nel mondo, soprattutto per la difesa dei diritti umani e delle donne. Nata il 21 giugno 1947, a Hamadan, Iran. Avvocato, ex giudice, attivista per i diritti umani. Premio Nobel per la Pace: 2003. Ebadi è stata la prima donna giudice in Iran dopo la rivoluzione islamica, ma è stata costretta a dimettersi a causa delle restrizioni imposte alle donne nel nuovo sistema. Fondatrice dello Human Rights Defenders Center in Iran. Difende soprattutto donne, bambini e minoranze vittime di ingiustizie legali e persecuzioni politiche. Ebadi ha combattuto contro leggi discriminatorie nei confronti delle donne e per il diritto all’istruzione e al lavoro. Ha scritto numerosi libri per sensibilizzare sul ruolo delle donne nella società iraniana. Ha difeso prigionieri politici, giornalisti, attivisti e minoranze etniche.

È stata spesso minacciata dal governo iraniano per il suo lavoro. Vive in esilio volontario, principalmente in Europa, per motivi di sicurezza.

Continua a scrivere, parlare e difendere i diritti umani, restando una voce influente per riformisti e attivisti iraniani. Ebadi è oggi simbolo globale della lotta pacifica contro l’oppressione, rispettata sia in Iran sia all’estero.

Nata nel 1972 a Zanjān, Narges Mohammadi è diventata una delle figure più emblematiche della lotta per i diritti umani e delle donne in Iran. Laureata in ingegneria e giornalismo, ha dedicato la sua vita a difendere le vittime di discriminazioni legali, torture e violenze, fondando e collaborando con organizzazioni per i diritti civili come il Defenders of Human Rights Center di Shirin Ebadi. Il suo impegno le è costato anni di carcere, condanne pesantissime e decine di frustate. Nonostante la detenzione e le condizioni spesso critiche, Mohammadi è rimasta una voce instancabile contro l’oppressione, promuovendo la fine della pena di morte, il rispetto dei diritti delle donne e la libertà civile per tutti.

Nel 2023 le è stato conferito il Premio Nobel per la Pace, riconoscendo il suo coraggio e la sua lotta pacifica, che continua a ispirare giovani e attivisti in Iran e nel mondo. Anche durante le proteste del movimento “Woman, Life, Freedom”, Mohammadi è rimasta un simbolo internazionale della resistenza civile, incarnando la determinazione di chi sfida un regime autoritario con la forza della legge e della coscienza.

Oggi, pur vivendo in condizioni di grande difficoltà e con la salute compromessa dai lunghi anni di detenzione, Narges Mohammadi resta una delle figure più rispettate e influenti della società iraniana, simbolo di coraggio, resilienza e speranza per il futuro dei diritti umani nel Paese.

Noor-Ali Tabandeh (1927–2019), noto come Majzoub Ali Shah II, è stato il leader dell’Ordine Niʿmatullāhī Gonabadi, il più grande ordine sufi in Iran. Nato a Beydokht, Khorasan, proveniva da una famiglia di maestri sufi e studiò giurisprudenza a Teheran, conseguendo poi un dottorato in legge alla Sorbona. Dopo il ritorno in Iran, fu attivo come giurista, insegnante e leader spirituale, integrando la pratica mistica con un impegno per tolleranza, diritti civili e servizio alla società. Nel 1997 divenne Qutb (maestro supremo) dei Gonabadi dervisci, guidando la comunità in un periodo di tensioni con il regime. La sua comunità fu perseguitata negli anni 2000–2010, culminando nelle proteste dei dervisci del 2018 e nella sua sorveglianza negli ultimi anni di vita. Morì nel 2019 a Teheran all’età di 92 anni. È ricordato come guida spirituale, difensore dei diritti umani e voce di dialogo tra spiritualità e dignità umana. Pur non essendo più in vita il leader, le organizzazioni sufi potrebbero fare molto per il Paese.

Per quanto riguarda Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, per tanti anni ho pensato che non avesse alcun reale sostegno nel Paese. Ma negli ultimi tempi, devo ammettere che con mia grande sorpresa mi è capitato molte volte che commercianti, venditori di kebab, signore che in Italia, in modo poco politically correct, avremmo definito “la casalinga di Voghera”, mi dicessero che speravano nel ritorno di Reza Pahlavi. Mi sono quindi reso conto che fuori dai circoli intellettuali iraniani, tra il popolo, anche Reza Pahlavi gode di un certo seguito, difficile da valutare.

L’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma il senso dell’articolo è quello di chiedere a chi sostiene che in Iran manchino leader che possano guidare il Paese di spiegare meglio perché, a loro parere, tali personalità, tutte professioniste nel campo della politica, del diritto e della religione, non abbiano l’autorità o le capacità tecniche per farlo.

Per quanto riguarda poi l’affermazione, spesso ripetuta, che gli iraniani in fondo cercherebbero solamente un maggior benessere economico e si accontenterebbero di un modello militare simile a quello egiziano o pakistano, a mio parere ha diversi punti deboli. Potrebbe funzionare nel breve termine: gli iraniani inizialmente, pur di cambiare la situazione, potrebbero accettare qualunque cosa, ma nel lungo termine le proteste tornerebbero. Le battaglie per i diritti umani, delle minoranze e le istanze ambientaliste non sono fenomeni puramente cittadini, ma hanno ormai profonde radici anche in provincia. Le tematiche ambientali e quelle legate ai diritti delle minoranze sono anzi prettamente legate alle realtà di provincia.

Forse sarebbe più onesto dire che un Iran ricco di gas e petrolio, che commercia con il mondo e democratico, sarebbe per vicini come l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan e la Russia un incubo ben maggiore dell’Iran di oggi. Darebbe forza ai movimenti per i diritti civili in tutta la regione e verrebbe visto come una forza più destabilizzante dell’Iran khomeinista da molti regimi regionali. Questo potrebbe spiegare perché le potenze vicine si oppongono a qualunque forma di condanna del governo iraniano, perfino se fatta dalla Commissione per i diritti dell’uomo dell’ONU.

Questo crea un grande dilemma: chi ama i diritti civili e si oppone a guerre unilaterali può però non fare nulla di pratico di fronte a chi spara sulla folla? Non fare nulla di pratico e dirsi solamente indignati non lascia poi come uniche alternative la guerra o guardare la gente morire? Quale istituzione internazionale oggi si può dire ancora efficace?

Tutte queste questioni non possono che interrogare i difensori dei diritti civili; le risposte non avranno conseguenze solamente sugli iraniani, ma anche sul nostro futuro. Questo perché forse, più che l’impossibilità di aiutare l’Iran a divenire una democrazia, c’è una mancanza di volontà, in un mondo che sogna più uomini forti e militari che diritti civili. Forse, in vasti frammenti delle opinioni pubbliche, lo Stato di polizia è più attraente che un mondo multicolore.

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