Letterature diverse
Cantare a Zanzibar
Nel mondo swahili la poesia si incrocia con la musica nel taarab, antico genere "aristocratico" che oggi invece esprime la cultura popolare di Zanzibar. Ce ne parla la studiosa e tradutrice Flavia Aiello
Nell’ambito degli appuntamenti dedicati alla letteratura dei Paesi africani, in collaborazione con i professori di africanistica dell’Università Orientale di Napoli, abbiamo intervistato Flavia Aiello, professoressa di Lingua e letteratura swahili presso l’Università Orientale di Napoli (nella foto sotto).
Quando ha incominciato ad occuparsi di swahili?
Ho studiato swahili all’Orientale e la professoressa Zúbková Bertoncini chiedeva ai suoi studenti, come appendice della tesi, di tradurre un’opera letteraria swahili. Io tradussi un romanzo di uno scrittore zanzibarino, Said Ahmed Mohamed; l’opera si chiama Utengano, che vuol dire “separazione”. Dopo alcuni anni, nel 2005, la traduzione è stata pubblicata. È l’unico romanzo swahili tradotto in italiano ad essere stato pubblicato, da Iride Edizioni del gruppo Rubbettino. Il romanzo è ambientato nella Zanzibar post-rivoluzionaria ed è un’opera abbastanza critica sia dal punto di vista politico che sociale. Ruota attorno a un capofamiglia che, nel pubblico, è un politico progressista, esponente del governo, ma in famiglia è un padre padrone, un vero patriarca, e alla ribellione di alcune donne nei suoi confronti, tra cui sua figlia. Negli anni poi mi sono concentrata sulla canzone e sulla poesia swahili.
Mi parla del taarab?
Si tratta di un genere poetico-musicale tipico della cosmopolita costa swahili, in cui confluiscono influenze musicali orientali, africane ed europee. Secondo le ricostruzioni degli studiosi, a Zanzibar si è sviluppato verso la fine dell’Ottocento, durante il sultanato di Said Barghash. Nei primi decenni del Novecento, quando il protettorato britannico si era ormai sovrapposto al sultanato omanita, il taarab è stato poi fatto proprio dalle classi subalterne. Quindi, da fenomeno di élite è diventato un fenomeno popolare. Non c’è documentazione sulle tematiche del taarab dell’epoca del sultanato, ma le canzoni erano in arabo e destinate a intrattenere la famiglia del sultano e la sua corte. Si sa invece molto del periodo in cui si diffuse, in lingua swahili, nei quartieri popolari.
Chi era la cantante più famosa?
La cantante più famosa era Siti Binti Saad (nella foto accanto al titolo, ndr), una donna con una forte personalità che da umile campagnola divenne una vera e propria diva. Suonava in un gruppo che si esercitava e si esibiva nei quartieri popolari, per un pubblico misto uomo-donna. Le canzoni si ispiravano agli avvenimenti quotidiani, di vicinato, a eventi giudiziari che colpivano la loro attenzione, ai rapporti uomo-donna. Una loro famosa canzone, Muhogo wa Jang’ombe, rimprovera un vicino che esagerava troppo con l’alcol, disturbando in particolare le donne del quartiere. Il rimprovero non è sul fatto che bevesse, ma per non rispettare le sue vicine. Vi erano anche canzoni che criticavano le decisioni dei tribunali coloniali. Una canzone molto famosa, Kijiti, parla di un caso di femminicidio. La giustizia coloniale britannica, invece di condannare l’assassino, aveva condannato le amiche della donna perché l’avevano coinvolta in una serata in cui si beveva alcol, che era stato proibito per legge dagli inglesi. Essendo diventati molto famosi, incominciarono a essere invitati anche dalle famiglie patrizie zanzibarine e dal sultano. Infine, perfino i britannici si appassionarono alla loro musica e, con la Columbia e la His Master’s Voice, li portarono a suonare a Bombay, registrando dei dischi. Alcuni materiali sonori sono consultabili in un archivio a Londra.
La tradizione va avanti?
La sua tradizione è stata tramandata a un’altra donna, Bi Kidude, scomparsa nel 2013, anch’essa zanzibarina (nella foto a sinistra). Molto conosciuta sull’isola, sia per le canzoni e le danze ngoma — legate ai riti di passaggio locali e ai matrimoni — sia per il taarab. Durante il mio dottorato ho svolto una ricerca, recandomi a Zanzibar, sulla musica taarab, intervistando alcuni musicisti e autori/autrici di testi. All’epoca le donne cantavano soltanto e non suonavano mai strumenti, inoltre spesso non firmavano i testi che componevano, preferendo rimanere in incognito, mentre oggigiorno le donne spesso suonano e sono molto più esposte, anche mediaticamente.
Sono nate anche collaborazioni successive al dottorato?
Con uno di questi autori, che intervistai per la tesi dottorale nel 2002, Haji Gora Haji, poeta e autore di testi di taarab, amatissimo a Zanzibar e morto da poco, ho collaborato anche successivamente. Molti anni dopo, nel 2016, un’amica, Alessia Lombardo, da anni residente a Zanzibar dove lavora nel settore della cooperazione e dell’industria culturale, ci rimise in contatto, perché lui desiderava pubblicare le sue poesie. In passato aveva già pubblicato una prima raccolta con l’aiuto dell’Università di Dar es Salaam, ma ora aveva una nuova raccolta di poesie e non aveva i fondi per pubblicarla. Così, insieme a Irene Brunotti, docente di swahili all’università di Lipsia, che lo aveva conosciuto durante la sua tesi dottorale sulle ngoma di Zanzibar, abbiamo proposto a una fondazione tedesca di pubblicare il nuovo diwani. Per riuscirci abbiamo dovuto proporre alla fondazione di tradurre le poesie in inglese e non in italiano. Ne è nato un lavoro interessantissimo: ottenuto il finanziamento, siamo andate a Zanzibar e abbiamo lavorato con lui, poesia per poesia, controllando tutto a casa sua.
È stato semplice?
Per nulla! Haji Gora Haji compone mescolando la parlata di Zanzibar, base del swahili standard, al suo dialetto nativo, di Tumbatu, una piccolissima isola dell’arcipelago di Zanzibar, creando un linguaggio poetico complesso e ricco di espressioni rare o auliche. Dovevamo controllare insieme al poeta parola per parola, con lui che ogni tanto cambiava versi che non amava più e noi che tentavamo di cogliere ogni sfumatura per farla emergere nella traduzione inglese.
La pubblicazione, dal titolo Shuwari (“La calma”), è totalmente bilingue, swahili-inglese, con due introduzioni di importanti autori, tra cui il poeta Abdilatif Abdalla. Il libro non è con il testo a fronte, ma da un lato in swahili e, girandolo, dall’altro in inglese. Per la traduzione inglese, non essendo noi madrelingua, ci siamo fatte aiutare prima da uno scrittore, Ahmed Mgeni Ali, che ha insegnato tutta la vita inglese nelle scuole di Zanzibar, e poi da Nathalie Arnold Koenings, americana, docente di creative writing nelle università americane e antropologa. Il suo lavoro è stato prezioso: parla benissimo swahili perché ha vissuto in Africa orientale e ha svolto molta ricerca a Pemba, nell’arcipelago di Zanzibar.
Oltre al libro, ci sono nove video del poeta che recita alcune delle sue poesie, ora disponibili su YouTube, realizzati da due studenti di Irene Brunotti che avevano una start-up di videografia.
Mi parla dei lavori sulla poesia swahili?
Sempre in quegli anni abbiamo lavorato con il ricercatore di letteratura swahili e lingue bantu Roberto Gaudioso, pubblicando una selezione di testi dei poeti di lingua swahili Euphrase Kezilahabi e Abdilatif Abdalla, tradotti in italiano. L’idea era, da un lato, veicolare poesia composta in una lingua africana presso il pubblico italiano, dall’altro provocatoriamente mostrare agli specialisti che questi due autori, così diversi dal punto di vista della lingua e della poetica, in quanto Kezilahabi rivoluziona il verso e Abdilatif usa le forme tradizionali, in realtà hanno anche diversi punti in comune. Entrambi amano la libertà e la difesa dei diritti, contro ogni tipo di politica censuratoria. A questa pubblicazione open access intitolata Ushairi na Uhuru, “Poesia e libertà”, ha partecipato anche il poeta Mimmo Grasso, che ha realizzato una versione di due loro poesie in napoletano.
Sta traducendo altre opere di letteratura swahili?
Recentemente, sempre con Gaudioso e il ricercatore Emiliano Minerba, stiamo traducendo un dramma, Kinjeketile, di Ebrahim Hussein, autore molto interessante, che nasce come poeta ma poi si dedica completamente di teatro. È il primo poeta ad aver recitato pubblicamente una poesia swahili in versi liberi, Ngoma na vailini, nel 1969. L’autore, scrivendo poi di teatro, non pubblicò mai la poesia in una raccolta, questa venne però ripresa nel cruciale articolo di Farouk Topan “Modern Swahili Poetry” (1974), in cui il professore aprì ai versi liberi, rompendo un tabù.
L’opera di Hussein che stiamo traducendo è un dramma storico ed esistenziale. La trama ruota intorno a un personaggio storico, Kinjeketile, un mganga, guaritore e leader spirituale, che durante il dominio tedesco in Africa orientale ebbe una rivelazione e nel 1905 guidò la rivolta cosiddetta Maji Maji (“acqua acqua”), fondata su una alleanza di diverse popolazioni che abitavano l’attuale Tanzania meridionale dominata dai tedeschi. Hussein lo sceglie come icona di un movimento in qualche modo idealmente precursore della lotta anticoloniale per l’indipendenza dai britannici, ottenuta in Tanganyika nel 1961. Ma non è un’opera anticoloniale né tantomeno patriottica in senso classico.
Perché?
Non mette mai in scena grandi battaglie o momenti epici di una rivolta che comunque finì male, con la morte di migliaia di persone. Anche se si tratta di un periodo storico importante, perché fu la prima grande rivolta anticoloniale interetnica, ciò che interessa soprattutto a Hussein è mostrare che Kinjeketile, che aveva avuto una profezia di liberazione e che convince moltissime persone a seguirlo, ha un dubbio. È un Amleto swahili che si domanda se abbia avuto una vera profezia, se sia stato davvero posseduto da uno spirito o se invece sia stato vittima di un inganno della mente e stia mandando molta gente a morire inutilmente. Hussein mette quindi in scena il dubbio critico. Nell’opera, Kinjeketile, colto dal dubbio, decide di dire alle persone di prepararsi bene alla battaglia, di non andarci solo con la convinzione della vittoria dovuta alla profezia e all’acqua sacra. È una riflessione sullo spirito critico, sul non affidarsi alla sola fede, alla religione o all’ideologia in modo acritico. L’opera è stata pubblicata nel 1969. All’epoca venne accolta bene come opera nazionalistica, senza coglierne tutte le sfumature. È molto bella anche dal punto di vista del linguaggio: è un’opera teatrale, ma quando il protagonista è in trance sembra recitare poesia. Dovrebbe uscire l’anno prossimo. È anche una delle rare opere in swahili autotradotte, perché Hussein stesso la tradusse subito anche in inglese. Negli anni Settanta ha girato per festival teatrali in Africa, tra cui quello di Lagos.
Con Roberto Gaudioso state lavorando anche sul swahili del Congo?
Sì, insieme abbiamo fatto una ricerca sul campo a Lubumbashi: è un luogo molto interessante sia per la lingua che per la poesia. Stiamo lavorando per far conoscere il poeta Patrick Mudekereza.
Perché uno studente dovrebbe decidere di studiare lo swahili?
Il swahili è diventato un’importante lingua internazionale, con circa cento milioni di parlanti, nell’Africa orientale e nelle comunità della diaspora. Ha uno status ufficiale in molti Paesi, nell’Unione Africana e in altre organizzazioni africane. Può essere utilissima per chi vuole lavorare con l’Africa orientale in diversi settori, da quello economico-commerciale a quello culturale o della cooperazione.