Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Viva Caporetto!

Storia di un libro di Curzio Malaparte, tra i più misteriosi e controversi del Novecento italiano, pubblicato nel 1921 a firma C. Erich Suchert. Considerato una apologia di quanti avevano abbandonato il campo di battaglia e dunque disfattista, fu sequestrato da Giolitti

Uno dei libri più misteriosi e controversi del Novecento italiano è senz’altro Viva Caporetto! di Curzio Malaparte. Le notizie al riguardo sono contraddittorie e ben lungi dall’essere esaurienti. Si è persino dubitato dell’esistenza di questo titolo, nonostante sia unanimemente citato nelle bibliografie riguardanti l’autore toscano. Secondo il compianto Lucio Gambetti, che schedò il volume nel suo Rarissimi. Riflessioni sul collezionismo letterario del Novecento italiano(Biblohaus, 2015), l’unico esemplare reperito si troverebbe presso la Biblioteca della Fondazione Gramsci di Roma. Nella scheda allestita all’uopo si riporta che il libro, edito nel 1921 presso le Edizioni della Rivista “Oceanica” di Roma, risulta firmato da C. Erich Suchert (ma il vero nome dell’autore era Kurt Erich Suckert). La copertina è riprodotta a pag. 79 del succitato testo di Gambetti: al centro campeggia il disegno di un volto con la dicitura “Rembrandt 1635”. La misura del libro è di cm. 20 x 14. Il titolo, con sottotitolo Varsavia 1920, è riportato senza punto esclamativo, presente invece sul recto del frontespizio. Sotto il titolo si legge: «Libro prescelto e ammesso alla Biblioteca Comunista di Mosca dal Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista». Il testo, letteralmente infarcito di refusi, occupa le pp. 3-138 e termina con la dicitura: «Varsavia – nelle giornate di sangue e di battaglia del 1920».

Malaparte aveva firmato il manifesto dell’Oceanismo, movimento facente capo alla rivista «L’Oceanica», diretta dall’autore stesso, che si riprometteva di operare in virtù di un «sentimento oceanico della nostra umanità», profondamente avverso al mercantilismo e al razionalismo di origine borghese. Malaparte compose il libro tra Varsavia e Roma, proponendolo per la pubblicazione a Giuseppe Prezzolini. Quest’ultimo tuttavia aveva licenziato nel 1919 Dopo Caporetto presso la Società Anonima Editrice La Voce, in cui sosteneva una tesi non compatibile con quanto asserito da Malaparte, ovverosia che la disfatta derivasse da una sorta di «disgregamento morale» delle truppe e non da una rivolta della fanteria, considerata dallo scrittore pratese «il proletariato della guerra» ed esasperata da una serie di situazioni contingenti, tra cui l’atteggiamento intransigente degli ufficiali. Scrisse Prezzolini: «Quando Malaparte era un giovane principiante, mi venne ad offrire il suo primo libro I Santi maledetti di Caporetto, come mi par si intitolasse un’operetta che faceva in un certo modo l’apologia di coloro che avevano abbandonato armi e bagagli in quella occasione. Non mi piacque. Non dico lo stile, ma l’idea. I soldati che scappano, dicevo io, scapperanno sempre, anche se cambia il regime italiano. O, almeno, ci sarebbe voluta da parte loro la dimostrazione di una grande fede, differente da quella della patria e del dovere, qualche cosa come la fede cristiana, che li avesse mossi. Ma non ce la trovavo. Ora, Malaparte non se n’ebbe per male. Qualunque altro letterato italiano, credo, se la sarebbe legata al dito. O, diciamo, per essere caritatevoli ed ipotetici, una buona parte me l’avrebbe giurata. Invece Malaparte no».

Il libro fu stampato a proprie spese presso lo Stabilimento Lito-Tipografico M. Martini di Prato, città natale dell’autore, dove nel 1918, a nome di Kurt Suckert, si sarebbe pubblicata anche l’altrettanto introvabile canzone, di stampo patriottico, Alla Brigata “Cacciatori delle Alpi”. Raro risulta inoltre il fascicolo A Giovanni Marradi, edito per conto del Liceo Cicognini di Prato nel 1914, forse in 800 copie non numerate, contenente una poesia di «Kurt Suckert, Studente di Prima Liceale», come riportato in copertina. Le tesi espresse in Viva Caporetto!, titolo che lo stesso scrittore definirà in seguito «infelicissimo», crearono sommosse e disordini per il loro contenuto considerato disfattista, tanto da costringere Giolitti a sequestrare il libro. Le copie sopravvissute furono confezionate dall’autore nell’arco dello stesso 1921 con il nuovo titolo La rivolta dei santi maledetti, cambiando copertina e frontespizio. Il libro risulta edito dalla Casa Editrice Rassegna Internazionale che faceva capo alla rivista “Rassegna Internazionale” fondata da Guglielmo Lucidi e presenta in copertina un cliché tipografico a cerchi concentrici riportanti le iniziali UDC, sigla della Union Democratic of Control, organo dell’internazionalismo. Il volume subì analoga sorte, venendo di nuovo sequestrato.

Infine, nel 1923, Malaparte lo ripubblicò, a nome Curzio Suckert, con testo riveduto e accresciuto, ma lo stesso titolo e l’indicazione di seconda edizione, 8° migliaio. Fu stampato a Pistoia dalla Ditta Alberto Pacinotti & C. – Officina Tipografica. La copertina riporta in aggiunta un Ritratto delle cose d’Italia, degli eroi, del popolo, degli avvenimenti, delle esperienze e inquietudini della nostra generazione. Scrive Luigi Martellini, curatore delle Opere scelte, edite nei Meridiani di Mondadori nel 1997: «Nell’edizione non figura la data di stampa, ma è possibile indicare il 1923 sulla base dei riferimenti bibliografici forniti dallo stesso Malaparte, delle sue testimonianze biografiche, delle affermazioni della sorella Edda e, infine, di una lettera a Binazzi del luglio 1923». Anche questa tiratura venne sequestrata. La quotazione di un esemplare del libro La rivolta dei santi maledetti del 1921 oscilla tra i 1000 e i 1500 euro mentre una copia del 1923 si attesta intorno ai 500 euro. Viva Caporetto! è naturalmente senza stime.

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