Paolo Puppa
Un racconto di solitudine

L’uomo che scriveva lettere

«Si osserva per un attimo nello specchio dell’ingresso. Nel corridoio tutto conferma la sua solitudine di precoce pensionato, smessi presto i panni odiati dell’agente immobiliare»...

Passa ormai la giornata a scrivere lettere, a mandare messaggi ai più disparati destinatari, dal direttore di banca al commercialista, dalle Assicurazioni alla redazione di giornali, dove spesso prova una gioia tumultuosa a vederle pubblicate. Man mano che scrive, lo stile migliora, si fa stringente, puntuto, secco, con sentenze brevi come schiocchi di dita. Punti dappertutto a fare pause, perché il lettore non si stanchi e respiri bene leggendo. Più che altro, interventi da polemista consumato. Un tempo era diverso. In passato, infatti, le sue erano lettere d’amore o d’amicizia, sentimenti molto forti in lui, nella formazione della sua personalità, specie prima di trovare un lavoro stabile come agente immobiliare. Se l’altro o l’altra tardavano a rispondere, il tono si faceva accorato, e lui esibiva lagrime e implorazioni prima di cambiare bruscamente interlocutore. Anche se di solito cercava di fermarsi un attimo prima dello strappo, per conservarsi una qualche speranza che il rapporto potesse continuare. Con i pochi amici che riusciva a fagocitare, tentava in tutti i modi di portarli a teatro a sentire musica. Con le ragazze, le trascinava, appena poteva, al cinema, a tentare approcci anche violenti.  Ma per lo più, gli andava male sia con i compagni di ascolto musicale (ovviamente rapporti rigorosamente a due, perché se il numero aumentava lui scoloriva e si annullava) sia con la ricezione filmica. Da anni, ormai, in tutte le missive infila soltanto proteste di varia natura, l’ultima sulla raccolta differenziata. Sul suo tavolo, fa bella mostra uno schedario tenuto in verticale grazie ad un supporto, un maialino di legno, con tutti i numeri e le mail dei servizi e delle utenze da raggiungere. Ma è fiero, in particolare, per la corrispondenza intrattenuta con iI Sindaco, o meglio con la segreteria del Sindaco, riguardo alla poca sicurezza garantita ai cittadini. Racconta ogni volta con aggiunte più espressive il furto subìto in vaporetto ad opera di qualche zingara incinta, e soprattutto del tentativo di entrare, attraverso il bagno a piano terra, effettuato da qualche africano di turno, sbarcato da terre lontane a portargli affanno. Se nessuno abbocca, se gli fanno la scortesia di non rispondere, spiega una simile maleducazione con la evidente conferma della ingiustizia del mondo, nel suo insieme certo impegnato a rovinargli la vita. Da anni, inoltre, invia ai canali televisivi e di recente alle piattaforme maledizioni per le tante, troppo interruzioni pubblicitarie, che lo fanno infuriare.

Ogni tanto si alza dal tavolo, e trascina il suo corpo, divenuto grasso e ben diverso in confronto all’agilità dei suoi vent’anni, nel piccolo giardino, in pratica poco più di un orto, a controllare che non ci siano topi, lanciati al di là del muro divisorio dalla vicina ostile. E intanto l’umore che tende alla depressione non viene aiutato dalla luce declinante di questo pomeriggio decembrino, un che di lattiginoso e quasi nebbioso che entra dai vetri e gira nelle stanze male riscaldate. E fra poco sarà Natale, fra poco verrà assediato da alberi con stupide luminarie e da offerte pubblicitarie che rallentano a dismisura i programmi televisive. Gli verrebbe allora da scrivere che farà di tutto per non comprare i prodotti reclamizzati in maniera ripetuta allo sfinimento, convincendo i suoi conoscenti a fare altrettanto. Ma scrivere in questo caso a chi? In più, per il sovrappeso evidente, si ripromette esami del sangue a verificare lo stato di salute. Un po’ di panico, a questo proposito, anche se trova bizzarro un timore del genere, dal momento che la sua vita non presenta alcuna ragione valida per proseguirla a tutti costi.

Quando lui era giovane, non c’era la mail. Dunque, lavoro di carta e penna, con  spreco di francobolli. In particolare per una maestrina molto graziosa, col bubi sui capelli castani, alta e magra. L’aveva conosciuta in patronato (frequentava il patronato vicino a casa, da ragazzo). La portava al cinema, per baciarla al buio, vincendo con fatica la strenua resistenza della giovane, molto devota. Niente lingua in bocca, lo supplicava, e lui invece smaniava dal desiderio. Poi correva a casa e si toccava fino allo sfinimento immaginando congiungimenti prolungati e ansanti.  Pareva regredire alla condizione di un adolescente in pubertà. Ma poi si era accorto che la maestrina stessa se la faceva con un suo collega giovane, dagli occhi ardenti, decisamente belloccio, la camicia spalancata sul petto villoso. Aveva spedito anche a lui allora una lettera sconsolata, piena di frasi ben tornite, secondo lui efficaci, dove ostentava amarezza e dolore per il tradimento scoperto casualmente.  Avrebbero potuto diventare amici tutti e tre, ma nella sincerità, non nella doppiezza. Naturalmente entrambi non gli avevano risposto e la maestra in cambio aveva smesso di andare con lui al cinema. Poi, man mano che la sua vita scivolava verso una faticosa e scomoda maturità, se gli capitava di vedere per strada una coppia abbracciata, magari le bocche incastrate una sull’altra, manifestava insofferenza e sibilava che avrebbe scritto alla polizia, per denunciare quei comportamenti sconci. Se passava un bambino da quelle parti urlava, e quelli se ne andavano sghignazzando.

Si osserva per un attimo nello specchio dell’ingresso. Nel corridoio tutto conferma la sua solitudine di precoce pensionato, smessi presto i panni odiati dell’agente immobiliare. Andare a cercare case per gente mai contenta e con poco denaro, un vero incubo. Si trova fisicamente disgustoso e allora, come al solito, per tirarsi su il morale pensa che dopo un po’ belli e brutti finiscono per assomigliarsi sotto terra. Si sciolgono le differenze, le proprietà specifiche dei corpi sul catafalco. Quali i primi aspetti che svaporano? Le favole religiose, le Madonne che partoriscono senza seme maschile con la Festa dell’Immacolata, o le candele accese all’inaugurazione del Tempio, in ricordo di chi difese la circoncisione. Tutta questa montagna di assurdità, di miti sclerotici per cui si è odiato per millenni e si è pure ucciso. Come distingui un morto cristiano da uno ebreo?  Basta abbassargli i pantaloni? Ma più avanti, quando restano solo ossi scarnificati e niente più pelle? Dopo aver rotto con la parrocchia, ha iniziato a intensificare questi temi, trovando ovunque occasioni per infilarli in qualche lettera fulminante. Ha mandato ad esempio messaggi aggressivi al Ghetto, o meglio alla Sinagoga di San Giobbe, protestando per l’arroganza degli ebrei americani. Si era intrattenuto a far polemica, con gravi problemi di comunicazione per la diversità di idioma, con una famiglia di quel ceppo, la quale pretendeva di occupare con enormi valigie il vaporetto in cui lui desiderava sedersi per la stanchezza che lo assediava negli ultimi tempi.  In più, considerava profondamente ingiusta la pretesa di quelle persone gonfie di dollari a esprimersi in inglese, nella convinzione stupefacente, e si era a Venezia, ossia in Italia, che anche lui dovesse usare la medesima lingua. Come se lui a New York volesse parlare in dialetto veneziano. L’aveva scritto a puntate nelle Lettere al «Gazzettino», con successo, a vedere le reazioni di altri cittadini.

Ogni tanto si fa coraggio e prova comunque a uscire. Non per le spese. A quello provvede Amazon, attraverso cui accumula vettovaglie da rifugio atomico. E spesso, quando i   corrieri osano cambiargli l’orario di arrivo, si precipita a protestare nel servizio clienti del sito web, ipotizzando di ricorrere a bravi avvocati. E riesce a volte a rimediare rimborsi incredibili. Non lo fa per i soldi, ma per principio. Se poi si azzardano a chiedergli un commento sul servizio, si scatena con lunghe lettere feroci e minacciose.  Guai a dargliela vinta a questi colossi. Se tutti facessero resistenza come lui, il mondo andrebbe avanti meglio. Se fosse più socievole, potrebbe persino costruire una chat con altri acquirenti. Perché no? Ma poi sarebbe costretto a perdere tempo e non si sa chi potrebbe capitargli sul pc. Perché lui non tollera le sorprese. Esce di casa insomma per fare i classici due passi. E oggi, all’incrocio tra la sua calle e la fondamenta, si imbatte in una donna che trascina a fatica un enorme passeggino con una ragazza disabile dai segnali espliciti, il dondolio della testa spettinata, una specie di belato, la moccia che le esce copiosa dal naso. Lui però le conosce bene, abitano vicino, e costituiscono un autentico spettacolo. Sono una madre e una figlia, e lui non prova pietà ma solo fastidio e imbarazzo. Teme infatti di essere interpellato per aiutarle nel passare il ponte che sorge a pochi metri più avanti, in fondo alla calle. Stavolta, la donna lo prega di badare per pochi secondi alla ragazza che rotea gli occhi spaventata dal nuovo contatto. Deve rientrare jn casa, avendo dimenticato la lista della spesa. “Tranquilla, tranquilla”, le ripete con fermezza e poi all’improvviso scompare.  Lui si trova così bloccato, sbigottito per il coraggio sfrontato della signora, stravolta da un compito superiore alle sue forze. Per un attimo si immedesima nell’esistenza di quella donna, per sbarazzarsi, subito dopo, della scomoda immedesimazione. Lui non c’entra niente in quella situazione. Controlla indispettito l’orologio. Sono trascorsi ormai interi minuti, rispetto ai pochi secondi preventivati. Nessuna traccia della donna e intanto la ragazza comincia a piangere tossendo a fatica. A questo punto, lui alza la voce e quasi grida “Che fine ha fatto questa qua? Non si può fare così!”. Vuol procurarsi l’indirizzo postale (probabile non ci siano pc in quella casa, pensa con disprezzo), e le dirà come giudica un comportamento del genere. Da denunciare. Ma come? Lasciare una malata a un quasi sconosciuto?  E se lui fosse diverso, eh? Se non fosse una persona a modo? Se avesse in testa strane voglie? Fissa la ragazza, in particolare le belle labbra tumide, con uno sguardo gelido, il che aumenta le crisi di pianto. “Dov’è finita quella pazza di tua madre? Non si fa così! Ma scherziamo?”. Alle sue spalle sbuca una vecchia che domanda sospettosa: “Cossa nasse qua?”, e lui si irrigidisce: “Me lo sa spiegare lei, per caso? Sto aspettando sua madre che è sparita”. Al che l’altra ribatte: “Ea conosemo tuti la Nerina. Ea a fa sempre cussì”. La ragazza adesso sputa aggressiva, alzando le braccia fuori dalla cintura del passeggino.  E lui in tono esasperato: “Io chiamo la questura, sa. Non ci metto niente. Io sono tollerante con le diversità. Ma la denuncio, non posso mica perdere la mattina con questa roba qua”, e indica la ragazza che contorce il viso paonazzo nello sforzo di alzarsi. Ma la vecchia scuote la testa: “Nooo, niente questura, noo. Ea vien subito, ea fa sempre cussì”. E infatti preceduta da urla scomposte vede la donna apparire in lontananza, in fondo alla calle. Quando arriva più vicino, la vede agitare una borsa di plastica: “Radicchio e carciofi buoni di Sant’Erasmo. Me li ha portati mio nipote che ci va in barca”.  Ma lui scosta con un gesto altezzoso il dono, deciso a mostrarle la propria indignazione. La vecchia intanto abbraccia la donna: “Sto sior gera in pensiero, Nerina”.  Lui si stacca dal gruppo, senza salutare. “Che sia la prima e ultima volta”, mormora ansando. Ma poi, chiuso con forza il portone di casa dietro di sé, si trova all’improvviso ributtante, al punto da arrossire di se stesso.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

Facebooktwitterlinkedin