Storia di piccole passioni
Triangoli
«Poi, di notte, era entrata furtiva nella stanza, sedendosi su una seggiolina vicino alla porta. Chiedeva scusa, supplichevole, ma le era impossibile per il momento fare altro. Lui era così comprensivo e buono e paterno...»
Capì di amarla, non appena s’era accorto di arrossire e di non reggerne lo sguardo se lei gli sorrideva con la solita fiducia filiale. Perché anche lui in passato si considerava una specie di padre sostitutivo per Sara, orfana e moglie povera di Daniele, il cuoco massiccio e baffuto ma dall’aria mansueta. Si era a lungo ripromesso di fare testamento lasciando tutto il poco che aveva a quella giovane donna, gentile e piena di dignità. Il biondo oro dei capelli, oltre alle fossette nel volto minuto, e il grembiulino infantile aiutavano a confondergli le idee. Lui andava a cenare nella loro trattoria a Cannaregio, attratto dall’affetto che circolava in quella coppia, più che dalla qualità del cibo. Ogni tanto spuntavano pure due bambini vocianti e mai fermi, cui la vecchia nonna paterna faticava a star dietro. Un’autentica passione coniugale sprigionava negli sguardi tra loro, nell’intesa con cui si incrociavano tra cucina e sala, nonostante Rosa in tutti i modi facesse capire di non soffrire il mite orgoglio della nuora. Orgoglio assurdo, precisava la vecchia, se si era sposata “con la pansa”, con un nome certo ebraico. Senza parenti, aggiungeva, una trovatella. Ma lui andava a scaldarsi a quel fuoco. Aveva il suo tavolo fisso, nell’angolo a destra del locale, vicino alla finestra col davanzale pieno di eriche. E da lì poteva vedere parte della cucina stessa e così controllare la complicità di quei due giovani, entrambi troppo belli. Frasi come “Sta note te fasso in tochi”, sussurrate da lui quando la sfiorava sulla porta della cucina, lo turbavano stranamente. Almeno una volta alla settimana, da tempo immemorabile, prendeva posto e poi aspettava che Sara gli si sedesse a fianco per scambiare qualche frase banale sui vaporetti (lui era impiegato alla ACTV) e chiedergli conferma della consueta ordinazione, affettati per antipasto e tortellini in brodo, il tutto bagnato da un calice di pinot grigio. Ma lui non era là per i cicchetti, specie il tris di baccalà, o per l’insalata russa preparata da Daniele con ingredienti segreti, la fine del mondo a detta di tutti, e lo spritz, il vero brand dell’esercizio. L’inverno era la sua stagione, perché nato di capricorno e con la neve. Se poi c’era la nebbia e l’umido si incollava ai cappotti, lui entrava nella Hostaria, il vero nome del locale, ancor più felice. Era come infilarsi in un letto caldo a sentire una favola a lieto fine. Eppure non era vecchio. Viveva da solo in un appartamento, in una calletta dietro San Geremia, dove di notte si sentiva il fischio dei treni, di proprietà della madre e da lei ereditato. Aveva poche spese, tranne le cene periodiche a prezzo sempre identico da Daniele, e nessuna esigenza. Nessun capriccio, nessun vizio, come gli rinfacciavano bonari i colleghi all’ufficio. Qualcuno mormorava che non fosse a posto con la testa. Ma l’unica follia, sopraggiunta all’improvviso, fu quando si vergognò di mostrarsi affamato davanti a Sara, quasi le mostrasse il proprio corpo. In precedenza, se la ragazza restava seduta un po’ troppo al suo tavolo, Daniele la invitava a lasciar perdere il “moroso”, perché si fingeva geloso e la gente ai tavoli rideva di gusto. E anche lui prima sorrideva di quella presa in giro amichevole. Dopo no, da quando appunto arrossiva e non riusciva più a sostenerne i limpidi occhi della ragazza. Perché, a poco a poco, nonostante l’anagrafe che segnava quasi il doppio di vita, nonostante il loro fosse un rapporto fino a quel momento soltanto affettuoso, basato su solidarietà reciproca, lui entrava in quella Hostaria facendo fatica a celare la tensione. Non aveva più voglia del prosciutto crudo e dei carciofini sotto aceto, e dei tortellini in brodo sommersi dal parmigiano. Alla fine, rinunciò con dolore a usufruire della cena settimanale, con la scusa di sentirsi malato, e proprio allo stomaco. Urgevano esami all’Ospedale Civile, questa la sommaria spiegazione rilasciata in tono freddo e quasi polemico a Daniele, che lo ascoltava incredulo, trattenendo a fatica i gesti dell’allegria. Tanto da smettere di salutarlo con le grandi pacche sulla schiena. Ma un giorno aveva incontrato Sara al Mercato di Cannaregio. Comprava verdura e pareva molto stanca. Sì, gli aveva confidato, lo sguardo velato da pianti precedenti, di essere spaventata, perché “anche” Daniele non stava bene, aveva fitte terribili alla schiena e doveva farsi dei controlli, anche lui. Quell’”anche lui” significava che la giovane aveva creduto alle ragioni che tenevano lontano il suo protettore fedele. Prima di salutarlo, lei però non aveva resistito e gli aveva chiesto con rassegnata malinconia, che gli aveva fatto scoppiare il cuore selvatico: “Insomma, lei non cena più da noi? Ci ha dimenticato? Il medico cosa dice?”. Lui aveva farfugliato che invece presto sarebbe tornato. Intanto, teneva gli occhi bassi, fulminato dal sorriso sfinito della ragazza. Nondimeno, aveva ignorato la trattoria finché non l’avevano informato al lavoro che Daniele era ricoverato all’Angelo, a Mestre. Si era così precipitato al locale, ma la lanterna sopra la porta era spenta e tutto appariva chiuso e sigillato. Incombeva la minaccia di pericolosi mutamenti all’orizzonte. Anche perché Daniele era lo chef, e senza la sua competenza la piccola azienda doveva fermarsi. Lui, comunque, non poteva starsene da parte, senza far niente. Così si era presentato nella loro abitazione a chiedere notizie. C’era soltanto Rosa in casa che dalla finestra gli aveva urlato che suo figlio stava morendo. Pochi giorni dopo, al cellulare aveva sentito la voce di Sara che si soffiava il naso e lo pregava se aveva qualche ora libera di aiutarla con i bambini, dal momento che lei e sua suocera dovevano assistere quell’omone schiantato, tornato finalmente a casa, solo per essere trattato con i palliativi. Si era trovato pertanto a fare il nonno, a portar fuori le due creature, ad aiutarle a fare i compiti di scuola, semplici eppure capaci di confonderlo tanto poco era abituato a trattare la matematica e la grammatica italiana. Dalla stanza del malato, sentiva Sara che lanciava piccole grida: “Non stancatelo, bambini, mi raccomando. Fate quello che vi dice”. Non osava entrare nella camera dell’agonia, mostrarsi in salute davanti a quel corpo grosso e vincente, divenuto un ammasso di carne abbandonata nella cupa attesa. Adesso, in compenso, poteva guardare fisso negli occhi Sara, che pareva rimpicciolita, con i biondi capelli spettinati e impotenti. Ma sentiva in quei momenti un impulso tremendo a abbracciarla, anche davanti alla suocera sospettosa e ai piccoli, curiosi per la sua presenza, e avvertiva i moti di un amore irrefrenabile, che di notte non gli concedeva tregua.
I funerali di Daniele furono rapidi e una gran folla si era radunata nella Chiesa dei Santi Apostoli. Lui sentiva le domande tra i presenti sul destino della trattoria. Bisognava cedere la licenza, e col ricavato “tirare a campare per qualche mese, ma poi?”. Già, Sara doveva “mettersi a servizio”, perché la pensione della suocera era minima, oltre al fatto che la vecchia aveva diritto a una quota della cifra ricavata dalla cessione dell’esercizio. Qualcuno guardava perplesso verso di lui, seduto in prima fila, vicino ai bambini, la mano della piccola Nadia nella sua, più curiosa che addolorata, a differenza del fratello Fulvio che frignava in silenzio in braccio a Rosa. Fu quasi naturale presentarsi una mattina a casa loro, una casa enorme senza più la presenza dell’uomo imponente e tanto comunicativo, e spiegare balbettando a Sara esterrefatta che aveva intenzione di occuparsi lui dei piccoli, cui era “troppo” affezionato. Nessun problema. Aveva chiesto e ottenuto la pensione anticipata per una malattia invalidante scoperta di recente (dunque qualcosa aveva davvero, di “degenerativo” come le spiegò con fierezza). Di conseguenza, poteva donarle tutto il tempo che desiderava per il bene dei figli. La camicetta bianca immacolata di Sara, sotto il golfino celeste sciupato, pareva tremare senza autocontrollo. E intanto lui la fissava, gonfio di desiderio, con il timore che lei accettasse e insieme con il terrore che rifiutasse. Lei si limitò solo a mormorare “Lo sa che mia suocera non vuole che lei venga qua?”, e allora esultando con l’imbarazzo di farle una proposta irriguardosa aveva ribattuto al volo: “Venite tutti a stare da me. C’è posto, oh se c’è posto!”. Sara a quel punto s’era portata una mano alla bocca, stralunata, scuotendo il capo a lungo, per poi sibilare “Va bene”, così a voce bassa che lui l’aveva pregata di ripetere la risposta.
In vaporetto, diretto al loro primo appuntamento per una passeggiata in Piazza, a fare assieme il liston, il cielo latteo che premeva sui vetri dei finestrini, intonato alla grande incertezza che si covava dentro, rimuginava sui tempi rapidi dell’accettazione da parte di lei. Com’era possibile? Non aveva dovuto insistere minimamente. E nessun bacio tra di loro aveva siglato l’accordo. Anche perché lui era brutto o insignificante, quasi anziano a 54 anni, non paragonabile al vigore, al brio di Daniele trentenne, specialista nei cicchetti con il baccalà. Come poteva Sara dimenticare i muscoli del ragazzo che guizzavano sotto la giacchetta bianca dello chef, o i grandi occhi azzurri ammiccanti e ironici? I figli poi, Fulvio in particolare, come avrebbero reagito a vederlo ciondolare di sera, nella camera da letto della madre? Anche se si faceva vedere in vestaglia, per nascondere il pigiama, sarebbe stato sempre un importuno. Per non parlare del bagno in comune. E i bambini avrebbero colto in ogni caso sotto la vestaglia il suo corpo nudo, certo avvizzito e sbiadito, ma il corpo di un estraneo che aveva osato entrare nel privato di Sara. Subito, una stretta al cuore a quel pensiero. Stretta non di sgomento, in verità, ma di eccitamento. La vedeva mentre si spogliava, per lui. O Dio, era davvero possibile quel miracolo? Erano almeno dieci anni che non toccava una donna, dopo che l’Alda, la sua compagna di una vita, se n’era andata sbattendo la porta, dandogli del pezzente e dell’impotente. Un colpo basso per il suo io. Per tutto quel tempo, aveva fatto a meno del sesso, provando così che si poteva sopravvivere senza. Ma senza amore, no, senza amore non aveva senso continuare a esistere, si ripeteva, sconcertando il controllore che riconoscendolo l’aveva omaggiato.
Le nozze, seguite al loro controverso patto, erano state sobrie, in Municipio, in una fredda giornata di primavera con due testimoni dell’Azienda, assente la nonna furiosa, a soli sei mesi dalla morte di Daniele, come imprecava al mercato davanti ai passanti.
Rosa poi era andata ospite, tempo previsto un mese, da una sua sorella, più grande di lei, a sparlare di quell’orrendo matrimonio. Ma quest’ultima l’aveva fatta ragionare. Perché quel tradimento verso il figlio era un affare con cui si liberava in un sol colpo della nuora detestata e del peso dei nipoti, troppo vivaci per i suoi acciacchi. Lui ora stava da Sara, aspettando che finissero i lavori di restauro, bagno, cucina e pareti, nella sua casa a San Geremia, che di lì a poche settimane, sarebbe stata la loro casa definitiva. Niente viaggio di nozze. Lei in fondo era ancora a lutto. La seconda camera da letto era angusta, riempita dai due letti a castello, non adeguati all’età dei bambini, ma concepiti per reggere alla loro crescita.
La prima notte era finalmente venuta. Ma s’era svolta in modo diverso dalla sua immaginazione, dalle sue grandi speranze e dalle sue torbide paure. Sara si era messa i figli, quali guardiani entusiasti di quel compito, nel grande letto matrimoniale, e lui si era sistemato nel lettino di sotto, nella cameretta dei piccoli. Poi, di notte, era entrata furtiva nella stanza, sedendosi su una seggiolina vicino alla porta. Chiedeva scusa, supplichevole, ma le era impossibile per il momento fare altro. Lui era così comprensivo e buono e paterno. Sì, lei aveva detto di sì perché non reggeva all’idea di vivere a fianco di Rosa, aggressiva e sgarbata, senza il suo, senza il suo…. E il nuovo sposo invece era così caro e dolce. Ma non riusciva, non riusciva proprio a, a, a…Lui si era sollevato, appoggiando la schiena sulla paretina verde, tenendo il capo storto per non sbattere sul lettino di sopra. Aveva sorriso come un ebete e sospirato. Nel frattempo Sara, piangendo affranta, gli confidava di sentire dappertutto l’odore di Daniele, di vedere i suoi baffi al buio, quando l’afferrava per baciarla e lei si scioglieva tutta. Gli piaceva persino la puzza di Daniele, e chiedeva perdono per quei particolari brutti brutti. Ma doveva aver pietà di lei. Era tutta stravolta, il biondo dei capelli scomposto sul piccolo capo, tanto che lui aveva alzato una mano, in segno di assenso. Come volesse accarezzarla da lontano.
La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.