Mimmo Stolfi
Su “Radu Lupu. The Unreleased Recordings”

Radu Lupu ritrovato

Un cofanetto di sei cd riporta alla luce una serie di importanti incisioni rare e "perdute" di Radu Lupu, il pianista mitico e mitizzato che «sognava il silenzio»

Nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistere a un suo concerto, Radu Lupu appare come un uomo in ascolto di qualcosa che non apparteneva interamente alla Terra. Si avvicinava al pianoforte con passo lento, come se ogni gesto dovesse maturare prima di farsi presenza, e si sedeva su una sedia da salotto – la sua celebre “Paderewski” – con il busto arretrato, gli occhi rivolti in un punto che non era la platea. Sembrava difendersi dal gesto stesso di farsi vedere. Poi, appena le dita toccavano i tasti, il mondo cambiava colore. Il suono – un velluto timbrico di cui parlano ancora molti suoi colleghi ammirati – si liberava come una presenza viva, discreta, capace di accendersi e spegnersi con la precisione lunare di un pensiero. Una volta alla tastiera, con il corpo sposato alla sua musa, al suo strumento, la sua reticenza svaniva, e lui metteva a nudo in modo palpabile la sua anima. Attraverso fantasticherie di suoni e sfumature, ricordi sussurrati e paesaggi epici, consegnati come in trance da un altro mondo, parlava la lingua di un grande visionario.

Con il passare degli anni, Lupu aveva scelto il silenzio: sempre meno concerti, pochissime incursioni in studio dopo gli anni Ottanta, quasi nessuna intervista. Aveva paura del microfono, diceva, ma forse era il contrario. Forse la musica, nel suo farsi, non tollerava di essere catturata. Registrare non era per lui documentare, era imprigionare. Così, per anni, abbiamo creduto che ciò che esisteva fosse tutto: la discografia ridotta all’essenziale, i ricordi di serate irripetibili, l’ultima apparizione londinese del 2019 con un bis di Brahms che sembrava già un addio

Poi, la sorpresa. Un cofanetto da sei CD, Radu Lupu – The Unreleased Recordings, approvato dagli eredi e appena pubblicato per l’ottantesimo compleanno del pianista, riporta alla luce più di trent’anni di registrazioni mai rese pubbliche: nastri Decca e trasmissioni radiofoniche, dal 1970 al 2002. Non “scarti”, ma musica che non esisteva altrove, repertorio che Lupu non aveva mai inciso ufficialmente e che ora ci raggiunge come un dono postumo, accarezzato dal tempo.

Nel primo disco, troviamo Mozart. I Quartetti per pianoforte con il Quartetto d’archi di Tel Aviv (1976) hanno la naturalezza delle cose che sono nate bene una volta per tutte: interpretazioni tra le migliori in catalogo. Un Mozart schietto, cantabile, dove il pianoforte non spicca né svetta, ma respira dentro il gesto collettivo, come se la musica avesse finalmente trovato la sua casa. E poi la K.545 di Aldeburgh, 1970: un Mozart giovanile, luminoso, interrotto per un attimo da un vuoto di memoria, subito trasformato da Lupu in una parentesi di grazia.

C’è Schubert, il suo Schubert, naturalmente. Le Sonate D.840 Reliquie e D.850 Gasteiner sono più che pagine ritrovate, sono stanze di solitudine, movimenti lenti che Lupu trasforma in riflessioni respirate, luce che filtra da una finestra chiusa. Ogni nota lo attraversa come un pensiero che affiora e si ritira, senza peso. Ascoltandolo, si ha l’impressione che la musica nasca dal silenzio e vi ritorni, più densa, più vera. E poi, all’improvviso, un altro volto di Lupu: un recital di Haydn del 1988 alla Wigmore Hall di Londra, acerbo e geniale, un Bartók feroce e primitivo, Mussorgskij in un viaggio visionario nel colore, Copland dove il pianista sembra cercare un’altra lingua e, per un istante, la trova. È un Lupu meno ieratico, più esploratore, si muove in territori che poi abbandonerà, ma quel passaggio è prezioso perché lo rivela umano, curioso, fallibile.

Il tempo dei dischi scorre come una biografia segreta. Si apre nel 1970 a Leeds con Chopin, giovane e furioso; si chiude nel 2002 in Germania, con un bis di Mozart dove l’emozione è già memoria. Dentro, il cuore di una vita, una voce che tende all’invisibile, un timbro che sembra custodire un pensiero comune tra l’uomo e lo strumento.

Di Radu Lupu si diceva che non suonasse la musica: la riconduceva al punto in cui nasce. Quel punto è un luogo senza rumore. È un soffio che precede la parola, una vibrazione che precede il nome. Era questo che cercava: raccontare una storia spontanea e convincente, oppure tacere, perché «se non è convincente, non ha valore». Ora quel silenzio che aveva scelto si incrina. Si sente una voce, postuma e lontana ma limpida. Non restituisce un artista, ma un segreto, e lo lascia di nuovo al mondo. Forse Lupu non avrebbe voluto che quella voce tornasse a parlarci. Eppure, parla. Sottovoce, come sempre. E con la stessa, irriducibile, bellezza.


Accanto al titolo, Radu Lupu in una fotografia di Jennifer Taylor.

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