A proposito di “Patologie”
La religione delle risposte
Il nuovo romanzo di Paolo Puppa è un gioco (al massacro?) in una Venezia distopica, intorno alla necessità compulsiva, indotta da Google, a cancellare qualunque dubbio
Se dai viaggi dell’anima, spesso al buio di stazioni o di foreste oscure, ci si aspetta un qualche incipit (“Se una notte d’inverno un viaggiatore”…), no, invece è una “strana notte davvero, questa notte” di Paolo Puppa – Patologie (controllare su Google), Edizioni Argo, 240 pagine, 16 Euro: sembra iniziata da sempre, forse perché l’ultima, “e infatti questa notte mi sa che ci siamo”.
E lui, il Vecchio soggetto narrante, non è un viaggiatore, tutt’altro, è un “incubatore” (si può dire così di uno che ha incubi, come si dice sognatore di uno che sogna?) – una scena madre mal vissuta, incompresa, del resto comme il faut: “era già qualche anno che si congiungevano quei due assatanati, ma quella volta non fu una vana penetrazione. Insomma, mi sarebbe tanto piaciuto rivedere l’atto, tornare sul luogo del delitto”) – che in un presente distopicamente veneziano (si, è un ossimoro) metamorfizza le sue paure, proprio così, non le fa succedere, una dopo l’altra, ma le evolve, le trasforma l’una nell’altra in un orrifico film di animazione ‘ovidiano’ (e scusate se tiro in ballo i klassici; ma quanto a sproposito si è detto ‘senechiano’ per giustificare letterariamente il piacere per la rappresentazione del sangue?); nel loro complesso quasi un avatar di quel presente che sembra sfuggirgli.
E qui il legame con Google è ben più che un witz alla Žižek: è quella trasposizione angosciante del Simulacro di Baudrillard nella quotidianità, in una realtà che si invera proprio nella sua virtualità, popolata di puteolenti migranti salviniani tanto quanto dalle elefantine propaggini di Rocco Siffredi, “che ve lo sbatte davanti, capacissimo di farlo, e per amicizia. Lo fa gratis e vi zampilla sul muso, e chissà ha qualche malattia infettiva e vi rovina così”. Così è su Google che si accertano banali dubbi ortografici (“l’Aquila: l’articolo va maiuscolo?”) e storici (se le camicette à pois fossero nei quadri di Monet o di Manet, è facile confondersi), tanto quanto esistenziali, su “buono versus il cattivo”; possibili affinità con Jeremy Bentham e con Tolstoi, tanto quanto la diversità fra “rumeni o moldavi”; che si verifica la residua proprietà di un latino disusato (come si scriverà simul ac cadaver, parlando del proprio pene “ammosciato e derelitto”? È davvero Tibullo “imbre iuvante sequi somnos”?) o reminiscenze poetiche da Caproni o Ungaretti (“insomma, siamo come le foglie sugli alberi d’inverno. Così almeno recitava”); che si cerca riscontro in trame diverse dalla propria: se quello che si sceglieva i propri assassini era “in quel film austriaco Funny games? Mi pare sia questo il titolo” o se sia più auspicabile l’autosacrificio di Norma sul rogo col suo proconsole (“Già. Come si chiamava, il proconsole? No, questo non val la pena di cercare”). Di Google non scappa neppure la pubblicità: “quel bianco immacolato che spunta oggi su pelli abbronzate e gocciolanti sotto i faraglioni di Capri, credo sia scattata a Capri quella ridicola foto pubblicitaria dei due meridionali ricchioni” (sublimando così, all’ammasso, perfino la più greve stereotipia, “perché a dissipare questi turbamenti non c’è che un po’ di ironia anglosassone”).
Questo innocente (ma chi ci crede?) incubatoio diventa così un teatro dove il protagonista mette in scena perturbanti fantasie senza soluzione di continuità: neppure fra persona e persona, fra uomo e donna, fra desiderio e repulsione, fra vita e morte; in confronto al quale, la realtà virtuale descritta dai nouveaux philosophes appare un ingenuo cinema di periferia. E la scrittura diventa una specie di esorcismo infinito del mai avvenuto: “adesso fila dritto nel nulla da cui provieni, non girarti indietro, e ringrazia Dio se non ti succede niente. Se non abbiamo acconsentito alla tua nascita. La strada la sai, no? Scappa, scappa, finché sei in tempo. Beato te che lo puoi fare”.
Unica testimone, si fa per dire, di questo dormiveglia, di questa asintotica agonia, è la Donna, spettatrice addormentata al suo fianco (“non voglio finire come la mia compagna che praticamente è una morta che cammina, una già sepolta, spenta del tutto”), la vecchia moglie che non sa – non può – cosa siano quei rumori, quale sia la minaccia (“le dirò sul muso ehi cara cosa preferisci? Che siano pazzi da Arancia meccanica o fanatici di Allah, tranciatori di giugulare per diporto?”), ma lui non glielo dice – perché non glielo dici, allora? Non la vuole svegliare, ecco perché, sennò dovrebbe “svegliarsi” lui, alzarsi e aprirla, quella porta, quella skené, da cui tutto ci si può attendere finché rimane chiusa. “No, non apro nessuna porta, io”. E così, il libro sul comodino, gli occhiali appannati, i ricordi (“strano, mi sta riaffiorando tutto. Ma che età era?”) si confondono con i progetti, le ipotesi si fanno protesi, si sbobinano insieme Krapp e Dick, “fantasie dormiveglia insonni tra storie da collane urania e letteratura utopica/distopica. Mattessi”.
Fino alla luce del giorno.
Stacco. Ora, a raccontare, è un Giovane giusto maggiorenne (21 anni; la maggiore età passerà a 18 solo nel 1975), si sta laureando a Padova, quella del Sessantotto (“vado però dove si parla di cultura, senza ideologie”), con una tesi in “comparatistica” – ecco cos’era quella parola che non veniva al vecchio, “compa, compra…”; una coincidenza? Parla di favole, Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali; di extraterrestri; di figure irriducibili a una spiegazione scientifica, né tantomeno alla cogenza dei desideri (“in tutti questi miti privi di riti […] il corpo viene poco coinvolto”) e, fra tutte, di “questa fiaba assurta al rango di religione, che si è imposta a poco a poco sulle altre e ha modificato la nostra vita”: è così che, per li rami, si finisce a parlare del sesso degli angeli – letteralmente – siano pure entità sopravvissute all’arroganza dei monoteismi (“il monoteismo è la causa di tutte le tragedie della storia” – forse è per questo che “sono figlio unico o quasi, io. Non mi domandare il motivo di questo quasi”) oppure oggi androidi dal pube levigato e tranquillizzante (con buona pace del futuro Rocco Siffredi). Atti a garantire rapporti apparentemente asessuati, a somma zero: triangolari (“un piccolo Nietzsche anch’io, con Eugenio e Lea, novelli Paul Rée e Lou Salomé? Chissà”), come in verità, fra tutti, quello della favola=religione: di un padre malgré soi, di una madre pur vergine, di un angelos annunciatore senza corpo (“natura dici? Una natura schifosa, allora. Immonda. Vorrei fossimo angeli, poter volare, librarci in alto”).
Ma non così in alto da non pensare anche a un triangolo più secolarizzato, come quello del Sorpasso di Risi, fra un giovane Trintignant vittima designata dal destino, un gaudente Gassman e le sirene del boom economico: cui rimandano la fantasia della macchina fuori strada sull’Aurelia e la villa di Lea affittata “ogni anno al Lido […] al fianco dell’Excelsior”, che “profuma di festival del cinema”.
Rispetto alla prima parte, l’ansia del correttore, della ricerca su Google, qui in un certo senso si esternalizza: Google non c’è più (non è colpa sua, nel Sessantotto era a venire) e dunque non si fa costituente dell’immaginario narrato, ma nello stesso tempo si oggettiva un’incertezza vera; l’incertezza del personaggio si palesa metanarrativa, in fondo incertezza dello scrittore (né, per questo, meno costituente della narrazione; anzi forse ancora di più).
Progressivamente, per astuti glissements, si sedimentano nella memoria le analogie col primo soliloquio. Già le presenze attese/rifiutate del giovane (Eugenio e Lea) sono due come quelle paventate/desiderate dal vecchio al di là della skené, ossimorici portatori di vita e di morte nello stesso tempo. Nei sogni ricompaiono strane affinità elettive: i romanzi di fantascienza, il tennis. Quindi il ritorno ‘casuale’ dei pompieri, coi loro transiti random come il Morbillo nell’Augmentation di Perec, quasi residuali di un qualche teatro dell’assurdo; la fantasia ambivalente del campo di sterminio, “Eden” rovesciato come in Akropolis di Grotowski; la rievocazione di una scena primaria vissuta come vulnus inguaribile (“mi viene in mente che forse la prima volta di questi suoni efferati, sì proprio efferati, è la parola, deve essere stato in camera dei miei, e mia madre era lei ad agitarsi sotto mio padre”); finché le sempre più evidenti analogie anagrafiche – il padre “dottorino”, un fratello malato e abbandonato, da accudire, compianta umanità a latere, circoscritta sopravvivenza del principio di realtà – conducono alla potenziale agnizione: il narratore è lo stesso (anche se in fondo è lo stesso che non lo sia).
Si profila così al lettore la complementarità fra i due personaggi narranti, come incastri di un puzzle elementare fatto di soli due pezzi (il più elementare di tutti): il primo compromesso, “sposato” con la vita, l’altro irrisolto ad infinitum e sempre “terzo” nel gioco della determinazione del proprio desiderio; il primo ormai/sempre di fronte a un finis vitae, il secondo incapace neppure di immaginarlo (“guai se finirò così tra 50 anni”).
Come finirà?
Stacco. Si invera (o falsifica) la sospettata (indotta) agnizione dell’“uomo che incontrò se stesso”, secondo il topos così caro al Teatro del Grottesco. E si capisce (il grottesco, intendo).
Nel black hole della distopia veneziana (ma lasciatemi dire di questa spietata Venezia di Puppa, che non sfigurerebbe in una galleria di ritratti con quelle di Filippo Marinetti e Thomas Mann: “invasa da polveri sottili, per il passaggio di grattacieli pieni di petrolio a pochi centimetri dalla Basilica gloriosa, milioni di zanzare giapponesi festanti coi loro selfies maledetti, e americani texani con valigie gigantesche che ingombrano i vaporetti e cacciano fuori i locali increduli davanti allo slang incomprensibile che esce come diarrea dalle bocche rifatte delle loro mogliettine, incazzate e aggressive con noi indiani della riserva. Invasa sempre più dall’acqua granda, ogni volta più alta e inesorabile”); Vecchio e Giovane, senza sapere come, si ritrovano nella stessa casa (che anche lei non è la stessa: il tavolo “non è quello della nostra cucina di questi giorni, ma quello di un tempo. E quasi impazzisco se cerco di chiedermi come mai questo tavolo si è inserito nella cucina attuale”). E non possono che raccontarsi a vicenda, in una sequenza di “incroci”, da cui si vede struggentemente che il monologo finale (ma non troppo) del vecchio è letto dal giovane solo come un muto movimento delle labbra (torna Google: “fissa una volta per tutte le mie povere labbra, come dire, invecchiate senza colore. Controllare poi su Google, dizionario sinonimi”), con una pietas molto poco virgiliana, più incline alla stupefazione di un Tito Andronico di fronte alla figlia Lavinia scempiata e senza voce: “Give me thy signs”.
L’apparente simmetria iniziale – entrambi dapprima non si riconoscono – diventa asimmetria quando il Vecchio sembra l’unico fra i due capace di identificarsi con l’altro – è questo il portato dell’età, l’empatia (almeno con se stessi)? “Dunque, alziamoci e cerchiamo la strada. Dev’essere oltre quella porta. Ma chi l’ha chiusa? Non era aperta?”.
Se qualche nodo si scioglie – e si scioglie, eccome, in una progressione finale di tracimante umanità, che sgorga quasi inaspettata dopo tanta ostentazione di scetticismo difensivo – non può essere che per noi, che assistiamo a questa “intervista impossibile”: spettatori di una “scena” ormai più né primaria, né secondaria, ma alla n, in senso etimologico, di cui i protagonisti sembrano consapevoli (“quasi, quasi mi piacerebbe adesso, nonostante la mia annosa timidezza, stare su un palcoscenico, con tanto di spettatori a guardarci”). Eppure non di spettacolo, di performance di sé, si tratta, bensì di autentico invito alla condivisione: “Se scappi, non sai cosa ti perdi. Cioè, ti perdi lei, ti perdi il meglio. […] Me, in fondo, mi ha anche salvato. Due volte adopero questa parola enfatica: salvare. Salvare da cosa, poi? Un termine davvero inappropriato, che gronda manicheismo e moralità piccolo borghese. E nondimeno vocabolo giusto in questo momento”. Oltre il loop del pensiero, oltre il flop del desiderio, resta l’insopprimibile, tenace, paziente, comprensiva, materna, salvifica, divina presenza dell’unico personaggio che non parla. Soprattutto, che non parla di sé. Della Donna.
“Comunque, ora ho troppo sonno per continuare questo nostro buffo incontro. Scusami. Devo calmare la mia”, di donna. “Quando esci, chiudi bene la porta, mi raccomando”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.