Daniela Matronola
In margine alla popolare "fiction"

Orfani di scuola

La fortunata serie televisiva "Un professore” offre l'occasione per riflettere sulla scuola e la sua (perduta) funzione di concentrato di vita. Proprio come il cinema e la letteratura spesso ci hanno suggerito

Tutti ne parlano. O perlomeno sono in molti a farlo. Quasi è impossibile non toccare l’argomento. E la ragione è che Un professore, fiction appena conclusa, in onda su Raiuno per la terza stagione consecutiva, tocca un nervo per molte ragioni scoperto: la scuola.

Piccola parentesi: da tempo ormai, con improprietà da linguaggio gergale (come smart-working trolley footing con affondi in ASAP iconico e meme) usiamo senza reticenze né dubbi la parola fiction per le serie televisive formato-sceneggiato. È appena il caso di ricordare che fiction si usa per indicare la narrativa di variabile lunghezza, o scrittura d’invenzione in prosa, ma vabbè. È una questione già vecchia, che va avanti dagli anni Ottanta, e allora conviveva anche con l’incresciosa confusione con le temibili telenovelas sudamericane, versione “latina” delle soap-operas wasp, giustamente oggetto di ironia tagliente da parte del Trio nel periodo, d’oro, in cui Marchesini Lopez e Solenghi erano ancora in tre.

Lo scopo di questo articoletto però non è ancora del tutto emerso. È stato solo preannunciato.

La scuola, si diceva. Chi non si sente autorizzato a parlarne per esserci stato? Chi non rinuncia a rivangare i propri ricordi e a friggere ancora per delusioni disavventure o ferri corti con qualche insegnante? Chi rinuncia a pontificare sulla scuola, da docente o ex-studente? Nessuno. È anche legittimo. Però ritorniamo sulla serie Un professore.

Specie nelle ultime puntate sento di aver intuito uno specifico rovello del capo degli sceneggiatori, Sandro Petraglia, il quale ha firmato quasi tutte le sceneggiature di puntata con Fidel Signorile.

Mi sono istantaneamente ricordata di Auguri Professore, film del 1996 scritto da Petraglia in coppia (inossidabile però poi ossidata) con Stefano Rulli (regista Riccardo Milani): Vincenzo Lipari (Silvio Orlando), docente di Lettere, va a insegnare in un paese sperduto tra le montagne d’Abruzzo, mi pare, e lì ritrova una sua ex-studentessa ora insegnante alle prime supplenze (Claudia Pandolfi!). Soprattutto col suo entusiasmo di docente, un po’ artista, un po’ poeta, ma soprattutto professore-professore, instilla nei suoi studenti l’amore per i libri, per la letteratura, per la scuola, persino per la scrittura letteraria!, snidando un ragazzo in particolare dal torpore della vita di paese dominata da un sentimento della vita perdente.

Siamo nel secondo capitolo cinematografico, credo, tra le trasposizioni dai romanzi di Domenico Starnone sulla scuola: Starnone era già, si vedeva benissimo, uno scrittore, ma era anche ancora un docente di Lettere che dalle sue avventure nell’insegnamento ha tratto libri bellissimi tra cui Fuori Registro, Ex Cattedra (qui fin dal titolo annuncia di aver mollato), Sottobanco, Solo se interrogato.

Chi di noi, soprattutto insegnando, non ha riconosciuto tutte le storture degli scrutini finali? Chi di noi non ricorda il fantasmagorico argomento usato dal “prof” Silvio Orlando per salvare l’alunno Cardini: (ma come fa Cardini la mosca!)? Chi di noi non ha apprezzato quando al preside, già in odor di management (attenzione: mAnagement, non manAgement!), che esige la programmazione annuale, il “prof” Silvio Orlando risponde d’istinto: Preside, io non ho programmi?

Ebbene in quel secondo capitolo, Auguri Professore, il fantasmagorico prof Vincenzo Lipari lascia, tradisce i suoi allievi, li abbandona, lascia la scuola, tormentato, quasi distrutto professionalmente e privatamente. Quello studente che lui aveva tirato fuori dalla noia, l’abbandono, la malinconia che sono la malattia della vita di paese, si ritrova riassegnato al suo destino di invisibile da cui credeva di poter emergere per la passione verso un altrove (letterario) che il professore ha destato in lui.

Succede a un certo punto anche in Un professore: Dante Balestra, professore a tutto tondo, è svuotato da una crisi personale, che gli fa mollare tutto. Soprattutto gli studenti, ormai orfani. C’è un tormento che non lo molla: l’idea che un allievo di uno dei suoi primi anni di insegnamento, morto poco prima della maturità, forse per overdose (ma ora sa per suicidio), possa averlo fatto per senso d’abbandono, per orfanaggio, per non essere stato compreso proprio dal giovane professor Balestra in cui vedeva un fratello maggiore, un esempio da seguire, un modello da imitare.

E c’è proprio un passaggio nel racconto, dunque nella sceneggiatura, in cui appare lampante il passaggio di testimone tra quel finale di film così infausto e amaro, e adesso questa occasione che si ripresenta per riprendere il discorso del ruolo spesso inconsapevole che hanno gl’insegnanti nella vita degli studenti: anche se non vogliono, diventano per loro veri fari nella notte dell’anima (molto più frequente di quanto non si creda).

Un emissario da quel passato di cui Dante Balestra (Un professore) non si riesce a liberare è Leone (Dario Aita), ora collega, giovane e fascinoso professore di Fisica che ha già incendiato almeno un cuore. È lui a dirgli che in altri anni, come adesso – momento difficile in cui Dante vuole mollare tutto e tutti, c’era chi faceva affidamento su di lui come compagno di cordata nella scalata alla vita, in una fase in cui (l’adolescenza, il liceo, le ultime fasi della “carriera” di studenti) ci si sente soli e oscuri, poco definiti, e si brancola in una specie di nebbia infida.

Ecco, dico, ho trovato raffinatissimo questo passaggio di testimone tra due racconti sullo schermo a proposito della scuola, e del duello amorevole tra docenti e discenti, operato in sceneggiatura, come in un ideale unico romanzo sul tema, da Sandro Petraglia: come se avesse chiuso un cerchio, avesse cioè ripreso un filo rimasto appeso e lo avesse chiuso tessendo un altro tratto di tela, e chiudendo il punto. Una faccenda, direi, di ricamo, ecco.

Questo è un po’ il sale, il punto caldo dell’intera faccenda.

Non può non tornare in mente L’attimo fuggente, film struggente sulla scuola, molto criticato da chi non si arrende, è chiaro, a una verità che la scuola, affossata in mille modi perché sa a volte arrivare al centro duro del cuore guardingo degli studenti, riesce, a dispetto di tutto, a confermare: e cioè che la scuola è scuola solo quando è commozione. L’affetto è in assoluto il movente più potente ad apprendere, perché l’apprendimento è un processo affettivo: il dialogo educativo al centro di quella relazione pericolosa e insostituibile che è il rapporto tra chi insegna e chi apprende è messo in moto ed evolve solo e per prodigio dell’affetto che corre tra le parti.

Sì, è vero ciò che dice Leone (ex studente, ora docente) a Dante (suo ex docente, ora collega): chi insegna ha una responsabilità enorme nei confronti di chi apprende perché gli offre un modello, un esempio da eguagliare, e ancor più qualcuno da amare per amare ciò che apprende.

Se chi offre tutto questo perché gliene è conferito il ruolo abbandona, molla, dunque tradisce, causa un disastro di proporzioni immense, della cui portata raramente è consapevole, e di cui raramente si fa scrupolo. Proprio come in Un professore accade tra Dante, insegnante a inizio carriera e a Gabriele, studente che, abbandonato, tradito, si lascia andare del tutto – come in Auguri professore lo studente snidato dal prof Lipari, tradito, mollato, abbandonato, ricade nel suo niente di prima.

Sembrerà azzardato arrivarci a questo punto, ma qualche anno fa girava sulle piattaforme una serie, Teen Wolf, che in apparenza trattava di licantropi mutaforma vampiri: in realtà raccontava la scuola e la relazione adolescente-adulto, figli-genitori, studenti-docenti, in una cornice situazionale solo in superficie surreale.

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