Paolo Petroni
Al Parco della Musica di Roma

Omaggio a Matteo D’Amico

Il Festival di Nuova Consonanza festeggia i settant'anni di Matteo D'Amico, il compositore cresciuto nel solco novecentista di Franco Donatoni e Goffredo Petrassi

La vera sorpresa del concerto nella sala Borgna del Parco della Musica di Roma, nel programma del Festival di Nuova Consonanza, per festeggiare i 70 anni di Matteo D’Amico, sono stati i due brani inediti, in prima esecuzione affidata a Andrea Rebaudengo, da La classe de danse scritti per pianoforte e rari nella produzione di questo compositore, tra i più noti della sua generazione. III Grand Fouetté e I En dehorsda hanno mostrato ritmi, accordi, rapidissime scale che si accavallano con bella luminosità in diversi registri propri dello strumento, trovando, pur nel loro carattere rapsodico, una ragione dialettica del loro succedersi a formare quasi un racconto.

La classe de danse ha spiegato lo stesso autore, in un incontro introduttivo con Daniele Carnini, “è un brano in tre movimenti, di cui questa sera vengono eseguiti per la prima volta il primo e il terzo. Il titolo di questo lavoro pianistico – piccolo omaggio all’importanza che il pianoforte ha rivestito e riveste nel diuturno lavoro dei danzatori – è nato, come spesso succede, senza un legame con la sua concezione specialmente musicale. Che è stata una piccola, nuova avventura nella piacevole facoltà che il pianoforte offre, in sommo grado, di divagare lungo i sentieri del pensiero musicale puro, astratto, animato da figure, morfemi e stilemi che si succedono incessantemente trovando un loro percorso non preordinato, quasi improvvisato”.

Nato a Roma nel 1955, Matteo D’Amico è stato avviato allo studio della composizione da Barbara Giuranna, diplomandosi in Composizione al Conservatorio di Santa Cecilia sotto la guida di Guido Turchi e Irma Ravinale, perfezionandosi con Franco Donatoni. Formatosi in ambito romano, fortemente influenzato dalla personalità di Goffredo Petrassi, e passato poi attraverso l’esperienza donatoniana, D’Amico è stato fin dagli esordi naturalmente portato a considerare con maggior attenzione gli aspetti razionali e discorsivi della ricerca compositiva, condensandoli in una scrittura agile, vivace e ricca di contrasti ritmici e timbrici. Si è anche laureato in Lettere con una tesi in Storia del Teatro e si è poi dedicato alla musica di scena con registi di prosa, da Squarzina a Cobelli, da Missiroli a Scaparro.

Il concerto omaggio prevedeva un altro inedito appositamente scritto dall’amico e collega di D’Amico Paolo Arcà, Tre bagatelle zoomorfe per sei strumenti a coppie 1. La farfalla e l’elefante, per flauto e pianoforte; 2. Il serpente e il gatto, per clarinetto e vibrafono, di grande colore e ritmo e un finale con un vero dialogo intenso tra i due strumenti a corda nel pezzo 3. L’uccellino e la tartaruga, per violino e violoncello.

Del programma facevano parte anche di Francesco Pennisi (1934-2000) una delle ultime lievissime e poetiche composizioni, Se appare il dubbio per cinque strumenti e del maestro Franco Donatoni (1927-2000) Arpège per sei strumenti. Mentre di D’amico sono stati poi eseguiti anche Madrigale (2004) per cinque strumenti; Trio pour un ange (2015) per violino, violoncello e pianoforte; The Nature in the Grave (2015) fantasia del gusto per sei strumenti insaporiti. Il tutto affidato all’ensemble Sentieri selvaggi con Carlo Boccadoro direttore e Paola Fre flauto, Mirco Ghirardini clarinetto, Andrea Rebaudengo pianoforte, Andrea Dulbecco vibrafono e percussioni, Piercarlo Sacco violino, Aya Shimura violoncello.

“Io, come pochi altri della mia generazione, a un certo punto mi sono posto il problema del rapporto della nostra musica col pubblico – racconta sempre D’Amico –. Il nostro sistema musicale ancora oggi punta molto sul linguaggio, lo stile, la forma, creando opere che fanno fatica a valicare la cerchia degli addetti ai lavori, mentre io alla fine degli anni ’90 a un certo punto ho sentito che su quella strada indicatami da maestri come Donadoni e altri non potevo dare di più. Avevo creato delle belle cose, ma avrei potuto solo ripetermi, senza crescere. L’aiuto mi venne da Henze, che mi chiamò a Montepulciano a creare la mia prima opera, Gli spiriti dell’aria, e scoprii il fascino di scrivere musica per la voce, e da allora ne ho scritte varie altre”.

La scrittura per la voce e l’interesse per la poesia portano Matteo D’Amico nel 1998 a scrivere Rime d’amore su testi di Torquato Tasso, eseguito a Santa Cecilia con la direzione di Giuseppe Sinopoli. Nel 2006 Auden Cabaret è nella terna dei finalisti al Prix Italia, presentato da RAI-Radio Tre. Nel 2011, sempre per l’Orchestra di Santa Cecilia, Antonio Pappano tiene a battesimo Veni veni Mephostophilis, tratto dal Doctor Faustus di Marlowe, e nel 2012 Flight from Byzantium, su testi di Brodsky, debutta alla Royal Festival Hall di Londra diretto da Vladimir Jurovskij, solo per citare alcune cose, cui si aggiungono le sue composizioni di musica sacra.

È il risultato dell’evoluzione di chi si è formato in un periodo, diciamo gli ultimi 25 anni del Novecento, di passaggio e cambiamento, esaurito quel canone di ricerca e avanguardia nato dal bisogno di rinnovarsi subito dopo la fine della guerra e codificato annualmente dal festival, seminari e incontri di Darmstadt e personaggi quali Nono, Maderna, Boulez e Stockhausen che partono dal serialismo, acquisito dall’opera dodecafonica di Webern, con lo svantaggio di operare in anni difficili e poveri in cui tutto era da ricostruire e il vantaggio di avere il sostegno in questa ricerca di tutta la società civile.

Matteo D’Amico ha tra l’altro tenuto la cattedra di Composizione al Conservatorio Santa Cecilia fino al 2022; dal 2000 al 2002 è stato direttore artistico del Comunale di Bologna. Dal 2006 è Accademico di Santa Cecilia e della Filarmonica Romana.


La fotografia di Matteo D’Amico è di Marta Cantarelli.

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