A proposito de “L’Orsuta”
L’orsa e la salvezza
Nella sua nuova raccolta, la poesia di Nina Nasilli cerca la parola della salvezza, della vita e dell’impossibile verità nascosta nel gorgo di un sé bestiale e gracile contemporaneamente
L’orsa che vive all’interno dell’Orsuta, protagonista del poemetto centrale che dà il titolo al nuovo libro di Nina Nasilli, è una sorta di forza che “imbufalisce dentro”, un magma della percezione, un “Gorgo” di sentimento e passione, “che infuria mesto” e “che imbestia”, un animale interiore che agisce a volte in parallelo o forse coincide in pieno con il sentire del corpo che lo ospita, “sentire che abbruna / si aggruma / e si inorsa”. Questa presenza che “Insonne vaga / in cerca di notte / stelle luna / indaco / onde e mare / ma incontra carne / e sangue / e il rosso-muco del corpo”, è “un’orsa da fame affetta”, che sembra mostrare però anche palpiti di tenerezza, desideri di amore e di pace, e dunque: “È l’Invenzione, sai, che – a tratti – ci salva”.
La poesia di Nina Nasilli cerca la parola della salvezza, dunque della vita e dell’impossibile verità, in questo gorgo magmatico, concedendosi ai gesti e ai movimenti della bestia feroce e sensibilissima, cedendo alla forza e all’impeto del suo procedere che può apparire a volte dissennato e ruvido, ma che in fondo sa essere anche tenero e acquietante, procedere verso una sistemazione ordinata del pensiero. La poesia manifesta più di un punto di parentela con l’orsa, come l’orsa “insegue il segreto senso / della sua essenza: / non imita / non s’adatta / non si conforma / scomoda / e démodé / sparviera”.
Nella raccolta L’Orsuta (Book editore, 96 pagine, 16 Euro), che si compone di cinque sezioni, i versi non hanno paura di confrontarsi con la nostra più profonda fragilità, che è insieme dato oggettivo, conseguente alla nostra marginale presenza nell’universo, e fatto intimo che deriva dalla coscienza, che dovrebbe essere propria di ogni singolo essere umano, di non poter fino in fondo misurarsi con la pienezza contrastante e a tratti conflittuale del proprio mondo interiore. Avendo presente la lezione di Leopardi nella Ginestra, Nasilli nella poesia Orizzonte diagonale, inserita nella prima sezione Monadi, chiede di guardare in basso per guardare con maggiore consapevolezza sé stessi (“guardati come guardi / in basso / quando trattieni il passo / che pesterebbe la formica”), perché in basso tutti noi siamo, esistenze infinitesime noi umani, che crediamo di dominare sugli altri viventi e di poter decidere per loro. Ognuno di noi è come la formica “innocente / e casuale”, e “finché un piede / gigante / non t’avrà schiacciato / – uomo – / annullato / estinto / stolto crederai davvero / di essere tu Dio / o furor di destino”.
Ma tutti noi siamo comunque mossi anche da un ancestrale bisogno di superare i confini, così precari, della vita irrimediabilmente relegata nel piccolo, sentendo di appartenere a un tutto verso il quale forse inconsapevolmente convergiamo, ma dal quale sempre ci sentiamo quasi colpevolmente estranei: “fossimo un’unica cosa / il sole e la sua ombra / come nel mare / l’alga / o sul prato / l’erba / loro e noi / però non altri / soltanto un poco distanti / sempre lì, circostanti”.
La sezione Il corso naturale del pensiero, dedicata alla madre scomparsa, è una riflessione, oltre che su un legame di profonda segreta divergente consonanza, anche sulla presenza della morte nelle vite di tutti, sul quesito insanabile, che ci accompagna, del “tempo vuoto” che con la morte si perpetua, proprio nel momento in cui il tempo appare come svanito: “Le cimici rinsecchite / sul bordo / del davanzale / già raccontavano un tempo vuoto / e lungo: troppo lungo, e / troppo vuoto. / La tua assenza, sapessi… / è così / presente / tra le tue cose… / cosa viva di te morta / tra le morte cose: / che ti aspettano da prima / che tu non ci fossi”. Il tentativo di recuperare il legame si scontra con le ultime immagini della madre provata e trasformata dalla malattia e dal dolore, e con l’impossibilità della memoria di riportare eventi e gesti di nuovo alla luce, in piena concretezza: “Cerco te / nei miei gesti minuti. / E mi illudo di trovarti / quando il gatto mi ri-guarda / innamorato. Ma tu eri tu”. Ma poi qualcosa rimane, visibile, o meglio invisibile. La presenza materna si ricompone nella pura evanescenza del vento, dell’aria, degli odori, dei colori: “Ora tu irrori / con il rosso / dolceverde / del croco / quel candore di rosa / che ti resta nel nome”.
Nei versi brevi o brevissimi de L’Orsuta, come nelle poesie delle precedenti raccolte (le più recenti: Tasighe!, in dialetto veneto, del 2017, Prossimità, del 2019), la parola muove alla ricerca di una autenticità che sappia fornire tracce e strumenti per indagare nel profondo della nostra misera eppure impareggiabile esistenza: “Siamo un tavolo imbandito / di fango / e secca paglia – siamo il fango / e la paglia ‒ / e siamo i commensali / seduti intorno, casuali / famelici / mai paghi”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.