Flavio Fusi
Qualche domanda dolente

Natale da commedianti

Guerre, stupri, violenze, poi affari, fiumi di dollari, e ancora insulti, distinguo, profittatori, commedianti... da Kiev a Gaza, da Washington a Mosca. E in mezzo noi, qui, che facciamo il tifo per gli uni o per gli altri. Come se tutto questo fosse "normale"

Leggo – rileggo – un antico libro di Graham Greene: I commedianti. L’autore fa muovere i suoi dolenti personaggi in un teatro di sangue: la tenebrosa dittatura di Francois Duvalier – detto Papa Doc – ad Haiti. Erano gli anni Sessanta. Mi chiedo: dove ero io – dove eravamo noi bianchi, noi europei e occidentali, noi figli dei fiori – quando i Tontons Macoute, gli sgherri del presidente pazzo e sanguinario, sventravano le donne, sgozzavano gli uomini, storpiavano e bruciavano vivi i bambini, trasformavano Haiti – questo sventurato rifugio di schiavi – in uno scannatoio a cielo aperto?

Era il secolo scorso, e ogni secolo si misura con il suo passato. «Mi domandai – si chiede l’alter ego dell’autore – se il mondo sarebbe mai tornato a salpare nello spazio con l’apparente serenità di cento anni prima». È la stessa domanda che più modestamente – spettatori sgomenti – rivolgiamo oggi a noi stessi. E veramente ci basterebbe tornare indietro non di cento, ma appena di quaranta anni. Ritornare più giovani e confidenti a quell’ età dell’oro, quando i muri si sgretolavano, i fratelli separati tornavano ad abbracciarsi e gli scienziati decretavano entusiasti la fine della storia.

Oggi è invece l’epoca di ferro dei dittatori pazzi: Papa Doc siede a Washington accanto al monumento sgorbiato di Abramo Lincoln, siede tra gli stucchi dorati del Cremlino, siede nelle suntuose dimore presidenziali di Pyongyang e Pechino, siede ad Ankara e nel brulicante caravanserraglio di New Delhi, guida gli eserciti nel gabinetto di guerra di Gerusalemme e presiede i tribunali dell’inquisizione a Teheran.

Una Bibbia alla rovescia detta l’agenda del pianeta: Donald Trump – un vecchio vizioso, bancarottiere analfabeta, predatore sessuale – insegna ad uccidere e a sputare sul cadavere della vittima. Ogni tanto si appisola, straparla, minaccia, racconta aneddoti vergognosi, nel silenzio annichilito e compiaciuto di una corte di buffoni, miliardari e profittatori: la nuova classe dirigente dell’antica democrazia americana, orgoglio dei padri fondatori. I ministri della destra israeliana incedono trionfanti su mucchi di cadaveri e chiedono più vittime e più tortura, mentre Hamas fa mercato dei morti e restituisce un pezzo alla volta i cadaveri mummificati degli innocenti rapiti il 7 ottobre. Il presidente a vita Vladimir Putin mente spudoratamente e si atteggia a vittima mentre bombarda ospedali e scuole, ordina il rapimento di bambini e la distruzione delle città ucraine. I soldati di quella che era una volta l’eroica armata rossa saccheggiano villaggi, sparano alla testa dei vecchi, torturano prigionieri e stuprano donne e bambine. In Iran i condannati a morte vengono appesi al braccio delle gru ed esposti al pubblico, le donne picchiate a sangue e murate nei penitenziari. Tutto alla luce del giorno, spudoratamente. Perché questo è il trionfante segno dei tempi: la diplomazia irrisa, le residue istituzioni internazionali ricattate e minacciate. Il merito e lo studio dileggiati: nei più bestiali teatri di guerra, Trump ha messo al lavoro una squadra di immobiliaristi, ansiosi di ricavare dividenti e profitti sul sangue delle vittime.

Detto questo, perché questo è doveroso – e questo è il quadro – la domanda è: dove siamo noi? L’ uomo è una creatura straordinariamente capace di adattamento. È riuscito a sopravvivere nei campi di sterminio nazisti e nei lager di Stalin, nei recinti di lavoro bestiale di Pol Pot e Mao. Alla Kolyma, nel più disperato carcere alla fine del mondo, il detenuto Varlam Salamov non vuol morire: «Il gelo, quello stesso che trasformava in ghiaccio uno sputo in volo, era penetrato fin dentro le anime. Si potevano congelare le ossa, poteva congelarsi il cervello, poteva congelarsi anche l’anima. E l’anima si era congelata, rattrappita…». Con la sua testarda resistenza, il carcerato numero 64754 insegna una verità universale: devi tagliargli la testa all’uomo, devi soffocarlo con il gas e farlo a pezzi e straziarlo a morsi per spegnere l’ultima scintilla aggrappata alla vita.

Figurarsi dunque se non ci adatteremo noi a questa ferocia e a questo brusco cambio di paradigma noi, noi stessi ex figli dei fiori, uomini e donne al tramonto, più o meno comodi nelle nostre calde cucce occidentali. I nostri figli? Ah, i nostri figli sono velieri che incrociano al largo, barche che prendono venti che non abbiamo conosciuto, che in qualche modo – vile o consapevole – impareranno a convivere con i mostri di questo secolo. Per quanto ci riguarda, la pensione a fine mese arriverà, più o meno, la casa d’inverno sarà calda, più o meno, l’amore sarà una mano da cercare e stringere sotto le coperte, nella notte. Più difficile, assai più difficile, sarà fare i conti con la nostra storia, scendere a patti con quello che eravamo: carne e sogni, “fango e stelle”, come scrive Ivan Turgenev.

«Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi», disse l’abate Arnaud Amaury, inesorabile cacciatore di eretici nella crociata contro gli albigesi. Già: i nostri, i miei. Ma chi sono oggi i miei? Per tutta la mia spensierata giovinezza sono stato – dio mi perdoni – comunista. Ero dunque un comunista diciottenne, tirato su a Vietnam e Che Guevara, quando l’Unione sovietica invase la Cecoslovacchia. Si diceva comunista l’armata degli invasori, e i tank che sbuffavano per le vie di Praga erano marchiati con la stella rossa del comunismo. E tuttavia fu per me del tutto naturale scendere in piazza – insieme a tanti miei compagni di scuola e di fede politica – per protestare contro quel comunismo invasore e per rendere omaggio al sacrificio di Jan Palach. Avevamo scelto allora la nostra parte, per istinto, più che per ragionamento. Dico avevamo, perché oggi se mi guardo indietro non trovo più molti di quei compagni di gioventù.

Nell’anno di grazia 2025, la bestiale aggressione russa contro l’Ucraina funziona come spietata cartina di tornasole. Le truppe di Putin in marcia verso Kiyv si portano dietro – alle nostre latitudini occidentali – una carica travolgente di risentimento e rabbia repressa contro l’Europa e contro la nostra povera, incerta, imperfetta e pavida democrazia. Bisogna dire dunque che l’oligarca del Cremlino ha ottenuto – qui e ora, più che in Ucraina – la sua vittoria più schiacciante. La democrazia come ferrovecchio, l’Occidente come patria di ogni vizio. Atene in rovina, e Sparta trionfante: questo ci propongono oggi i propagandisti di Putin, mentre in televisione mostrano come sarebbe facile per un ordigno nucleare colpire Londra, o Parigi, o Roma.

Mi scrive un vecchio amico con cui tanti anni fa ho condiviso esperienze balcaniche, da Sarajevo al Kosovo: «Devo confessarti che la tragedia ucraina mi sta procurando lo stesso disagio esistenziale della dissoluzione jugoslava. Sentire le opinioni folli che circolano, mi sta allontanando da tanti amici. Non è bello, ma è più forte di me…». È vero, caro amico: insopportabile è l’appello alla resa spacciata per pace. E mai parola più nobile – la pace – fu più indegnamente spesa per chiedere la resa dell’aggredito: che si risolverà in nuove stragi e fosse comuni, asservimento e deportazione, tortura e morte. «Voglio la pace, ma non la pace dei cimiteri», disse una volta Vera Jarach, indomita leader delle abuelas, le nonne di Plaza de Majo. La pace – come la guerra – è un fatto, non una categoria filosofica.

C’è un’altra guerra di sterminio che si combatte alle nostre porte: a Gaza e nei territori occupati da Israele. Guerra di sterminio: esito a chiamarla genocidio, perché questa parola: genocidio, a suo modo terribilmente sacra, viene oggi vergognosamente trascinata nell’agone politico, come una sorta di “stella gialla di David”, come segno di distinzione di una parte contro l’altra. In questa guerra di sterminio ogni giorno vengono uccisi bambini, e per uno di loro Paola Caridi, grande esperta di questioni mediorientali, ha scritto un dolente lamento funebre: «Non riesco a togliermi dagli occhi il corpicino di Said Asa’id Abedin. È morto il 18 dicembre 2025, a Gaza, a un mese di vita per ipotermia. È morto di freddo, e non si può sentire, che sia morto di freddo. A una settimana dal nostro natale luminoso, glitterato, tutto lucine e paillettes…».

La cronaca racconta che negli stessi giorni, in una città ucraina lontana dal fronte, un razzo russo ha centrato nella notte un condominio civile. Dormivano, le famiglie: nello schianto, tra gli altri, sono rimasti uccisi due bambini, che chiameremo Artem e Olexandra. Il loro nome, in un post di Fb che intendeva essere luttuoso, è stato dato in pasto a una muta di umani cani rabbiosi, che hanno provveduto da par loro a smembrare ulteriormente il corpo delle due vittime, con irrisione infame e vergognosa. Bisogna distogliere lo sguardo da questa inumana brutalità. Resti la riflessione del cronista Graham Greene, che a mille chilometri e a mezzo secolo di distanza sembra oggi un lamento scritto in morte di Artem e Olexandra: «Se l’anima indugia, come alcuni credono, sopra il corpo che ha abbandonato, quali atrocità è condannata ad udire, mentre aspetta – sperando contro ogni speranza – che venga espresso qualche pensiero serio, che venga pronunciata una frase capace di restituire dignità alla vita appena abbandonata?».

Se Artem e Olexandra e se le migliaia di bambini rapiti e deportati dall’orco russo non sono degni di un ricordo affettuoso, ma oggetto di bestiale derisione, anche il piccolo Said – morto di freddo a Gaza – diventa un fantoccio nelle nostre mani: un pupazzo, un pretesto e uno straccio da agitare alla testa delle opposte consorterie armate, fazioni da stadio, sghignazzanti spettatori del Colosseo.

E non è una forma di razzismo, la pretesa di scegliersi una vittima tra le tante e precipitare nella Gheenna tutte le altre? Razzismo nei confronti del piccolo Said, non verso Artem e Olexandra. Proprio Said, scelto perché rappresenta la “vittima perfetta”, perché cosi diverso da noi bianchi, noi evoluti, noi falsamente misericordiosi, noi spettatori della tragedia, noi massimamente colpevoli: un silenzioso testimone ideale per il “mea culpa” dell’Occidente ipocrita e massacratore di popoli. Al contrario, Artem e Olexandra sono piuttosto “danni collaterali”, vittime inconsapevoli dei loro stessi genitori che ai confini di un impero hanno chiesto di far parte del nostro peccaminoso occidente.

Sono forse gli scrittori, più che gli scienziati della geopolitica, i più adatti a decifrare questa moderna epoca dei torbidi. C’è un libro – tra gli altri – che svela senza pietà questo grossolano meccanismo paternalistico, calato nell’epopea del Vietnam. Ne Il simpatizzante, Viet Thanh Nguyen racconta il viaggio di Kim, che ha nove anni ed è uno “scheletro in fuga” dalle risaie in fiamme verso la terra promessa americana. È un resoconto spietato della grama vita degli esuli vietnamiti in California, trasformati da “vittime perfette” a ospiti indesiderati, scomodi e infine segregati.

Dunque – anche se non serve a niente – io piango per Said e piango insieme per Artem e Olexandra: fratelli e corpi straziati, così diversi e così uguali nel carnevale dei mostri e delle canaglie in cui si è incagliata la nostra vita. È vero, e lo confesso: il ragazzo ingenuo con la testa piena di sogni che sfilava mezzo secolo fa contro l’invasione di Praga, vorrebbe oggi che nelle nostre piazze sventolassero insieme le bandiere della Palestina e dell’Ucraina. Illuso: anche in questo, il secolo bestiale che si spalanca davanti a noi ha già scavato una profonda trincea, dettando – al pari del dissennato buffone che siede a Washington – la classifica del lutto e della pietà.

Vale forse la pena citare – qui in conclusione – la testarda rivendicazione di Varlam Tichonovic Salamov, detenuto della Kolyma numero 64754, mai vinto, sopravvissuto a diciannove anni di tormenti. “E tu che hai? Mi squadrò attentamente: ero nudo. Tu cosa ci dai? l’anima? No, dissi: io l’anima non ve la do…».

Facebooktwitterlinkedin