Al Teatro Due di Parma
Teatro del dolore
Il teatro può ancora emozionare raccontando le storture del capitalismo? Sì, stando agli spettacoli di Marleen Scholten e Alexander Zeldin che affrontano le tematiche sociali del lavoro e della sopraffazione
Un interessante convegno sulla drammaturgia contemporanea si è svolto al Teatro Due di Parma nelle settimane scorse. Questa è stata la seconda edizione di Giornate d’autore, ottima occasione per vedere la compagnia Wunderbaum guidata dalla regista e attrice Marleen Scholten che ha messo in scena Il Disperato. L’affiatato team in scena, fra cui la regista stessa in sinergia con Alessandro Riceci, Ludovica Callerio, Elisabetta Bruni ci ha immerso bene in questa vicenda. Le scenografie e le luci ben orchestrate erano di Maarten van Otterdijk.
Lei ha egregiamente raccontato come negli ultimi anni tante famiglie si sono trovate in grande difficoltà economica e le tensioni familiari sono aumentate. La violenza, la rabbia e la distanza sociale sono cresciute, sfociando spesso in episodi drammatici, apparentemente inaspettati, incomprensibili.
Questo mi ha ricordato anche l’ultima regia di Laura Sicignano Donne che corrono, che vidi poco tempo fa in prima nazionale a Genova al Teatro Gustavo Modena. Altra toccante disanima di chi in questa società conta poco o nulla, là avevamo visto quattro donne “imprigionate” in un grande magazzino che tanto ricordava Amazon in cui sopravvivono e vengono dimenticate.
Nel lavoro di Marleen Scholten ritroviamo tematiche comuni del nostro tempo, tutto implacabilmente rivolto verso la corsa al profitto e di come si possa arrivare ad un atto disperato quando si perde il lavoro. La dinamica della violenza viene raccontata efficacemente attraverso i suoi caratteri culturali, emotivi e relazionali. La Condanna alla felicità che ci impone la società capitalistica associata all’idealizzazione del maschile patriarcale, incapace di esprimere la fragilità, di chiedere aiuto, di condividere le emozioni, di mettersi in discussione.
L’altro pregnante lavoro che è stato portato in scena in queste Giornate d’Autore parmensi, grazie alla Direzione di Paola Donati della Fondazione del Teatro Due, è quello del regista inglese Alexander Zeldin: Beyond Caring (Prendre soin). Cosa succede quando le vite delle persone sono fragilizzate dalle condizioni precarie a cui la società le obbliga? Cinque lavoratori notturni (i bravissimi Nabil Berrehil, Patrick d’Assumcao, Charline Paul,Lamya Regragui Bilal Slimani, Julietti Speck), si incontrano in una macelleria industriale, (le scene e i costumi di particolare efficacia erano di Natasha Jenkins) dove sono tutti impiegati come addetti alle pulizie. Ogni notte puliscono. Ogni quattro ore fanno una pausa. Quando si fa giorno, tornano a casa o a fare un altro lavoro.
Lo racconta con sincera brutalità e black humor il regista che è stato definito “il Ken Loach del teatro” perché racconta gli strati marginali della società, i suoi spettacoli affrontano ingiustizie, precarietà del lavoro, povertà, in Beyond Caring Zeldin mostra uno spaccato della vita di persone con un lavoro interinale, la loro quotidiana ricerca di felicità, benessere, normalità.
Il regista puntualizza nelle sue note di regia: “Questo spettacolo parla di una serie di cose: forse, più semplicemente, mi interessa il modo in cui persone fragilizzate cercano di trovare la felicità in una situazione estrema. Si tratta dell’emergere dei primi momenti di amicizia, di desiderio, di solidarietà. Eppure descrive quello che penso sia un tipo di solitudine molto contemporanea: quella di un’epoca in cui il lavoro è frammentato e prende sempre più il sopravvento sulla vita privata (anche nei lavori umili e non qualificati), in cui le persone vengono spostate in una grande città come pedine, in nome della produttività”.
Temi che ci prendono al cuore e ci fanno riflettere sul nostro tempo disastrato, come da sempre fa il buon teatro fin dai tempi del teatro greco. Non a caso Peter Brook ormai 50 anni fa ribadiva che “il teatro è una possibilità data all’uomo di accrescere durante un certo tempo l’intensità delle sue percezioni. È tutto qui ma è enorme”.
Noi spettatori, alla fine di queste pregevoli regie riflettiamo ulteriormente sulla nostra opaca quotidianità, con le nostre pulsioni, con le nostre inquietudini e coi fantasmi di una collettività sempre più agli ordini dei nostri telefonini che ormai ci governano senza sosta.
Attraverso il teatro di qualità, a cui abbiamo recentemente assistito, possiamo rendere trasparente il mondo delle passioni che emerge dalla prassi quotidiana come esperienza opaca. Il teatro, grazie al fatto che ancora oggi è basato sulla relazione fisica e diretta tra attori e spettatori, riesce a penetrarci molto più profondamente di una delle tante serie televisive o dall’imperante online di cui siamo volenti o nolenti assediati. Abbiamo percepito in questi umili personaggi il dolore. Un dolore vischioso, impotente, miserabile, imbarazzante, vergognoso: un dolore di mani appiccicaticce e di fronti sudate, come appunto è il dolore afasico che impregna questa vicenda ideata dall’ottimo regista Alexander Zeldin, che è stato inondato di applausi convinti a lui e ai suoi attori alla fine dello spettacolo.