Federico Della Corte
Su "La Valle di Giosafat”

I segreti di Matteo

Il romanzo d'esordio di Maria Cristina Cabani è quasi un giallo che insegue i misteri di una coppia dal sapore biblico: Eva e Matteo

No, non è un giallo, La Valle di Giosafat di Maria Cristina Cabani (Industria e Letteratura, 278 pagine, 15 Euro), ma al giallo assomiglia. Il crescendo inesorabile è il crescendo di scoperte di misfatti compiuti dalla protagonista e dal marito, di quelli che si consumano in nove matrimoni su dieci. Dopo una vita insieme, Eva crede di scoprire in una pendrive i segreti del marito morto in tempore pestis, nell’epidemia di Covid del 2020. E via via, come alla pennetta, è poi a contenitori e scrigni che assumono la potenza evocativa di una fiaba che viene affidato il compito di celare e svelare i misteri di Matteo. E non solo i suoi. Eva, un nome biblico. Matteo, un nome evangelico. E del resto, è nella Valle di Giosafat che, secondo la Bibbia, il giorno del Giudizio ci troveremo, senza vergogna, nudi, avendo recuperato il nostro corpo. (Così l’ineffabile Belli “Allora vierà ssù una filastrocca / De schertri da la terra a ppecorone, / Pe’ rripijjà ffigura de perzone”; e l’infame Pietro Aretino, per dire di un giovane frate sessualmente iperattivo: “sempre entrando ne la valle di Giusafà sodo, intero e gagliardo”).

Scrigni che hanno anche la funzione di celare: sì, perché alcuni dei segreti rimarranno sepolti con chi se ne va. Ma subito dopo vengono i propri segreti, i loro segreti. I propri segreti, la propria intimità, spesso affidata al corpo: l’anoressia, ad esempio, di cui si fornisce con leggerezza una propria ragione fatua e tenera nell’imitazione di Twiggy, la magrissima modella degli anni ’60.

…mariti mandati al Creatore senza il conforto dei famigliari, tradimenti compulsivi e spudorati, senza nemmeno un bicchiere in faccia (non sia mai che si arrivi al momento della verità!…), interruzioni di gravidanza senza che la dolce metà faccia gnanc’un plissè… e a chi sarà arrivato l’ultimo selfie di chi se ne è andato? Ordinari misfatti di una famiglia mediamente felice, o mediamente infelice (con buona pace di Tolstoj)….

Ma fermiamoci un momento. Credo proprio che sia il caso di scuotere la maschera un po’ ipocrita che abbiamo indossato come lettori e confessare che la scrittrice e i personaggi del romanzo non solo sono esistiti e esistono ma sono ben noti alla comunità dei lettori per eccellenza: i letterati, gli studiosi di letteratura. L’autrice infatti è una studiosa nota di letteratura italiana. In questo senso il romanzo è parzialmente un prequel e spin-off della saga del professore-scrittore Walter Siti e che condivide con esso città, luoghi, persone, momenti storici. Quindi, se è vero – com’è vero – che questo romanzo può essere letto ignorando questo aspetto, è anche vero che lo si può leggere – e sarà letto – con la consapevolezza di vedere allusioni a persone esistenti

Presentando questo romanzo, Guido Mazzoni ha confessato una certa difficoltà davanti ai romanzi scritti dai professori universitari. Ammettendo, poi, subito dopo, che questa è un’eccezione. Condivido in genere questa difficoltà. Credo che più che un pregiudizio verso chi scrive sia un disagio verso un certo tipo di scrittura. Forse una scrittura “didascalica”, o di applicazione di una teoria. Almeno così credo.

Dalla letteratura, fiabesca e non, vengono le pennette, le carpette, le memorie di cellulare, dove Eva va man mano incontrando i segreti e i ricordi. E perfino un baule, che raccoglie la vita del marito e, aveva detto il marito, la vita di altri: un archivio di lettere, insomma.

Forse il bon ton critico dovrebbe imporci di distinguere la scrittrice dalla critica di fama e di spessore. Ma non credo che sia il caso di farlo, qui. Alla scrittura che sa distinguere con la massima finezza momenti di opere della nostra letteratura spetta il compito di scarnificare le emozioni dei protagonisti, degli stati mentali. È qui che l’autrice dimostra il meglio di sé. Sentite qui, questi ricorrenti stilemi: “Era confusa, più che spaventata”, “Esterrefatta, più che affranta”, “attonita ancor più che addolorata”. Le emozioni sono calibrate, valutate, soppesate, restituite dalla formula del bilanciamento. Non solo. Proprio questi luoghi ci lasciano capire come la polarità psicologica dell’individuo si sposta fra necessità del controllo (confusione, stupore…) e ipersensibilità (spavento, dolore), ed è il primo polo – sembrerebbe – a fare la parte del leone. E la comprensione che cala su tutto sarà amore? Sarà controllo? Sarà pace?


Accanto al titolo, la Valle di Giosafat in una foto di Auguste Salzmann del 1856.

Facebooktwitterlinkedin