Diario di una spettatrice
L’estate dei segreti
Il film d'esordio di Margherita Spampinato, "Gioia mia", mette di fronte due generazioni lontanissime, sullo sfondo di un'estate al mare: ma i sentimenti vincono la distanza d'età...
È un esordio e si vede: la sceneggiatura manca di sfumature, spesso procede per archetipi e il film riesce a trovare il ritmo giusto solo nella mezz’ora finale. Nonostante questi limiti, Gioia mia, opera prima scritta, diretta e montata dalla quarantenne palermitana Margherita Spampinato, proietta subito lo spettatore nell’incanto indolente delle estati passate, le estati della nostra infanzia che non avevano mai fine, quando eravamo costretti a fare quello che volevano i grandi, persino andare a letto il pomeriggio! estati di cui resta un vago odore di vecchie lavande e il ricordo del mare sempre troppo lontano.
Presentato in concorso al festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente, Gioia mia si è aggiudicato due premi: il premio speciale della giuria e il premio alla migliore attrice per Aurora Quattrocchi, protagonista del film accanto al piccolo Marco Fiore e ancora straordinaria presenza in scena a 82 anni (basti ricordare le sue interpretazioni nei film Nostalgia di Mario Martone e L’abbaglio di Roberto Andò).
È la stessa regista ad aver raccontato come le è venuta l’idea per il suo primo film, dopo una lunga gavetta come segretaria di edizione e al casting. «L’idea di Gioia mia nasce dai miei ricordi d’infanzia. Sono cresciuta a Roma in una famiglia laica e razionale, senza troppe regole. L’atmosfera di casa mia era molto diversa da quella che trovavo in Sicilia, dove ogni estate trascorrevo le vacanze a casa delle mie anziane zie “signorine”, le cugine di mia nonna. Da loro respiravo un’atmosfera profondamente religiosa, ma anche magica e superstiziosa, erano convinte dell’esistenza degli spiriti e questo per me era potentissimo. Mi portavano in chiesa, mi facevano fare il pisolino, mi insegnavano le buone maniere. Io amavo moltissimo entrambe le dimensioni: quella romana e quella siciliana, quel contrasto tra il pensiero logico e l’intuizione, tra la scienza e il mistero, mi è rimasto dentro ed è diventato il cuore del film». Un film che è dunque un omaggio al mondo perduto delle nonne e della nostra infanzia.
Estate. Nico (Marco Fiore) ha undici anni ed è l’incarnazione della generazione Alpha: cellulare in mano, battuta pronta, intelligenza micidiale, insofferente alle regole e un amore assoluto per Violetta, la sua baby sitter che lo lascia per sposarsi. Così i genitori, impegnati in non si sa cosa e comunque assenti, decidono di parcheggiarlo in Sicilia dall’unica parente che può badarlo, l’ottuagenaria zia paterna Gela (Aurora Quattrocchi): lei vive a Trapani con il suo carlino Frank in un palazzo storico che è un mondo a parte, popolato di “cugine” vecchie quanto lei, devote quanto lei, tutte chiesa, rosari, sarde a beccafico, parmigiane di melanzane e partite a carte. Inutile aggiungere che la loro fede è tutt’uno con la superstizione: leggono i tarocchi e sentono gli spiriti nei rumori sinistri del palazzo e nei lampadari che oscillano.
«Come vuoi che stia? Mi avete spedito nel Medioevo!», risponde piccato Nico alla madre che gli telefona. In effetti nel palazzo nobiliare non ci sono né aria condizionata né wifi e da subito la convivenza del bambino con la vecchia prozia non è semplice: Gela è ruvida, volitiva, indipendente, donna antica eppure contemporanea, impone a Nico regole a lui sconosciute – il pisolino pomeridiano, un cibo che per lui non è “normale”, andare in chiesa e persino imparare a stirare – gli sequestra il cellulare e lo spinge a giocare con gli altri ragazzini bulletti del palazzo tra i quali spicca Rosa, capelli ricci e occhi nerissimi (la brava Martina Ziami) che a poco a poco saprà conquistarlo.
Il ritmo del racconto ha la lentezza degli interminabili pomeriggi estivi fatti di silenzi e di sguardi più che di parole. E la scelta di escludere quasi completamente la colonna sonora contribuisce allo spessore di una pellicola girata tutta in presa diretta e a luce naturale. La svolta in cui il passato e il presente si incontrano avviene grazie al ritrovamento di una scatola di vecchie fotografie. Nico scopre così l’esistenza della giovane Gela e intuisce il suo segreto e alle domande del bambino la donna non può più sottrarsi, è con lui che si concederà la confessione di un amore che a nessuno aveva mai rivelato e che Nico può capire dopo aver perso l’amata Violetta.
Dalla penombra delle stanze del palazzo con le imposte sempre chiuse e le tende tirate, la scena conclusiva del film si apre alla luce abbagliante del mare. E mentre le vecchie cugine si scambiano sartù di riso e pomodori ripieni parlando fitto fitto sotto gli ombrelloni, Nico, Rosa e i loro amichetti finalmente ridono tuffandosi nelle onde.
Mi chiedo come sia venuto in mente alla regista di commentare una scena tanto liberatoria e tanto siciliana con le note del valzer di Strauss Sul bel Danubio blu. Non sarebbe stato meglio finire in bellezza con la canzone di Franco Battiato Un’estate al mare cantata da Giuni Russo?