Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Li Po, il Self e la Luna

Roberto Mussapi si è umilmente cimentato in un’impresa azzardata: «far suonare in lingua italiana» i versi del grande poeta cinese del 700 d.C., per il quale vivere è essere nel processo di mutamento della terra. Solo così si raggiunge l’autentico Se. In libreria con la sua cura “La clessidra di bambù”

Ho sognato Li Po. Avevo meno di trent’anni, lo lessi in inglese tradotto da Pound. Lo sognai di nuovo più di vent’anni dopo, come si rivede un sogno, che può celarsi, ma non scompare mai. Volevo dargli la sua voce, nella mia lingua, in italiano.
«Venti degli immortali, ossa del Tao». È una delle definizioni che i Cinesi dedicano a Li Po, al fenomeno del sommo poeta vissuto nel 700 dopo Cristo, secoli prima che gli europei, con Marco Polo, giungessero alla corte del Gran Khan e ai prodigi e misteri della Cina.
Li Po è il più grande di una meravigliosa stagione di poeti, che nel Settecento d.C. creano in Cina un fenomeno paragonabile a quello dei romani dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici.
Alle spalle una tradizione secolare; e Li Po è considerato l’erede dei grandi poeti del quarto secolo, oltre che uno dei più radicali innovatori, capace di rovesciare ogni tematica cortigiana, o cortese, mettendo in scena il pulsare molteplice, cangiante, turbinoso, mistico e sanguigno della vita.
Li Po è il poeta delle «montagne e dei fiumi selvaggi», dove le montagne non sono pure entità naturali, ma realtà sacre. Letteralmente siti ove le potenze dei cieli incontrano quelle della terra.
I fiumi formano un corpo del mondo, la sua realtà acquatica. Nascendo dalle montagne occidentali, dove “Il Fiume delle Stelle” (La nostra “Via Lattea”) discende alla terra, fluttuano a oriente verso il mare, e di lì ascendono per divenire di nuovo “Il Fiume delle Stelle”, “Culla della terra”.
Li Po è chiamato l’«Immortale Bandito», uno spirito esiliato che si muove nel mondo con naturalezza non terrena, e libero da ogni legame. Ma, nello stesso tempo, egli appartiene alla terra nel senso più profondo. Essendo libero da ogni legame anche nei confronti dell’Io, di se stesso, permette al Self (chiamiamolo così una volta per tutte, non rendono l’idea né “Io” né “se stesso”) di mescolarsi facilmente in una trama di identificazione con la terra e il suo processo di mutamento. Questa fusione leggera, naturale con la terra, in Cina è è detta tzu-jan, letteralmente “self so”, “io così”, diremmo “naturale” “spontaneo”.
L’opera di Li Po è soffusa dallo stupore di essere parte di questo processo, ma nello stesso tempo egli crea, fa questo stupore visibile nella spontaneità autodrammatizzata della propria vita. Vivere come parte del processo di mutamento della terra significa vivere il più autentico Self.
Nella poesia occidentale incontriamo questa drammatizzazione del Self in alcuni grandi poeti che scrivono in prima persona, Villon, Leopardi, Baudelaire, Whitman.
Ma è la luna la realtà, prima ancora che l’astro, dominante il mondo e la poesia di Li Po, la sua fonte elementare di nutrimento. Non solo perché compare in un terzo delle sue poesie, ma perché la sua sostanza ne pervade ogni verso.
Questi dati sulle origini del poeta e del suo nome sono tutt’altro che insignificanti per affrontarne l’opera, lo stile, nella sua origine e natura multietnica e plurilinguistica.
Sommando queste constatazioni a alcuni elementi fondamentali della lingua e dell’alfabeto cinesi, ne deriva un’opera che non consente una traduzione letterale, la quale non esiste mai, peraltro, ma in questo caso l’opera di interpretazione, reinvenzione, riformulazione del traduttore sono fondamentali. Tradurre un poeta cinese, per questioni alfabetiche, non consente il livello di approssimazione consentito a traduzioni da autori del nostro comune alfabeto. E la natura dell’ideogramma implica un processo ricostruttivo e generativo dell’immagine.
Fu infatti la traduzione ardita, necessariamente non filologica, di un poeta, a portare il nome di Li Po nel mondo anglosassone.
Quanto fece Pound con la lingua inglese in Katai, sto umilmente tentando: far suonare Li Po come un grande poeta in lingua italiana.

 

 

 

 

 

 

 

Il canto sul fiume

Questa barca è di legno shato, i remi di magnolia
i musici allineati ai due estremi,
flauti di giada e pifferi d’oro.
Fiumi di vino pregiato versati negli otri,
alla deriva, portati dalle onde,
allegri con le ragazze che cantano,
ma al sennin serve una cicogna gialla per destriero,
e tutti i nostri marinai inseguirebbero
i bianchi gabbiani, per cavalcarli.
Il Canto di Qu Yuan alto nel cielo tra sole e luna,
le torri del re di Chu ora un nudo tumulo.
Ma quando prendo il pennello e scrivo
tremano le Cinque Cime.
La poesia è compiuta, come un’isola azzurra.
Se onori e gloria durassero in eterno
il fiume Han dovrebbe scorrere verso nord.
Nel giardino al seguito dell’imperatore aspettavo l’ordine di scrivere:
nutrivano i versi nascituri lo stagno dei draghi
acqua color cielo e verdi salici,
e il canto senza fine di mille usignoli.
Il vento dell’est ha rinverdito l’erba a Yingzhou,
padiglioni di porpora e torri rosse,
dolcezza di primavera…
A sud dello stagno i salici sono più verdi,
volute di fumo sfiorano le mura ornate.
Fili seta lunghissimi pendono da colonne intarsiate,
alti sui salici cantano uccelli armoniosi,
gridando “Kuan kuan” al vento del mattino,
che arriva avvolgendosi in nuvole azzurre,
su mille porte e cancelli, ovunque suoni di primavera.
Ora l’imperatore è a Hao, la capitale,
cinque nuvole irradiano il cielo rossastro,
stendardi escono dal palazzo d’oro verso il sole,
l’imperatore sul cocchio di giada ispeziona i fiori,
va a Hori a vedere le gru danzare,
torna lungo la via rocciosa
per ascoltare altri usignoli.
Gli usignoli volano intorno al parco di Shanglin,
vogliono unirsi al suono delle danze,
fondono con quella dei flauti la loro voce.

versione di Roberto Mussapi

Da Li Po, La clessidra di bambù, a cura di Roberto Mussapi, Bibliotheka

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