Storia di una relazione fugace
La coppia
«Aida ora è nella stanza e si sta infilando biancheria pulita. Inizia a vestirsi e intanto rinnova l’invito ad alzarsi e a fare in fretta. E invece lui continua a girarsi tra le lenzuola sudate...»
Al risveglio, vede Aida alzarsi nuda e avviarsi al bagno. Quella disinvoltura quasi offensiva, quella mancanza di ogni forma di pudore lo feriscono come un insulto, nonostante la notte appena consumata, alla lettera. In fondo, la ragazza non fa che esibire quel medesimo corpo con cui lui si era rotolato a lungo, suonandolo e facendo risuonare anche il suo senza il minimo imbarazzo. Purtroppo, la fisiologia adesso non riguardava più il piacere gustato per la prima volta, con un corpo reale, ma i processi digestivi assolti con l’innocenza di una bambina, suoni compresi, quasi a invitarlo a fare altrettanto. Si gira subito dall’altra parte, per non vedere, per non sentire, e vorrebbe che tutto finisse lì, e nulla fosse iniziato tra di loro con lo scatenamento progressivo di poche ore prima. Vorrebbe alzarsi, salutare con freddezza quella creatura mezzo addormentata sulla tazza e finirla là, trovando una scusa valida e non ridicola. In ogni caso deve lasciare quanto prima quell’appartamentino modesto, male arredato, e tornarsene quanto prima allo studentato levigato e rassettato dalle pulizie quotidiane dell’ottimo personale di servizio. Sa però che se ufficializza la fine e nega incontri futuri, il prezzo sale. Meglio non spiegare nulla, al momento dei saluti. “Ho capito all’improvviso che non possiamo andare avanti”, così dovrebbe iniziare la mail che le avrebbe inviato in serata, dallo studentato. Ha in mente le parole giuste, compreso il congedo dove avrebbe precisato che in fondo lui doveva pensare a studiare, per giustificare gli sforzi dei genitori. La borsa universitaria vinta al Politecnico milanese non era certo sufficiente. A questo punto, più che gesti di rottura immediati, era il caso piuttosto di inventare una scusa efficace ma elegante con la giovane, rimorchiata al pub del Centro, molto esperta di uomini, e disponibile troppo in fretta. Sarebbe stato penoso trattare adesso sui soldi. D’altra parte, si tratta di un servizio a domicilio, che di solito costa il doppio. Lui l’ha fatto tre volte e mezzo, diciamo, e in più ci ha dormito pure in quel lurido lettone.
Si guarda il pene, che spunta dalle mutande sfilacciate. Anche se tenuto a riposo, sembra sempre autorevole. Pensa sorridendo al suo compagno di stanza, Piero, studente di lettere, un ragazzo strano e complicato, che lo ha pregato di misurarglielo e gli ha fornito anche un metro, di quelli metallici a scatto. “Non dev’essere in erezione”, lui ha spiegato a Piero, per valutare una dimensione attendibile. E l’altro lo osservava con occhi rapiti, al punto che ha voluto sincerarsi da sé, e con una vocina strozzata ha mormorato “Madonna, sono sedici centimetri!” e continuava a fissarlo invidioso. Poco dopo, alla prima colazione in mensa, portandosi alla bocca la tazza di latte fumante e soffiandoci sopra per raffreddarlo, gli ha mormorato in estasi: “Sai, mi basterebbe avere un bananone tra le gambe come il tuo al posto del pennino semi-invisibile e il mondo intero si rovescerebbe come un guanto”. Ma a lui quei discorsi da ragazzini immaturi davano solo fastidio. Ebbene sì, lui ce l’aveva lungo, e allora? I problemi c’erano anche per lui. Non credesse che tutto si riduceva al pipi grosso. Ma Piero gli ha confessato il giorno dopo che ogni tanto si immagina negli ultimi istanti di vita a Dachau assieme a uomini e donne, tutti ovviamente nudi e mentre lui soffre come un cane per la misera dotazione degli organi sessuali. Da qui, gli spiega affranto, si è sempre tenuto lontano dalle palestre e dalle docce in comune. In quelle ruminazioni, aggiunge Piero, guardava al soffitto, verso le bocche da cui sarebbe tra poco uscito il gas e lo aspettava con un senso di liberazione. Meglio infatti qualsiasi cosa piuttosto che una simile umiliazione. Piero gli sta diventando caro. Suo coetaneo, bruttarello e brufoloso, gli da’ un senso di sicurezza, e gli rimpiazza il fratello cancellato a tre anni.
Aida si sporge dalla doccia, una cuffia in testa, e esibisce il petto enorme, tanto apprezzato poche ore prima, e che ora invece gli sembra minaccioso. Prima di sparire sotto il getto impetuoso dell’acqua, fa in tempo a dirgli “Non ti alzi, non ti vesti? Dai che scendiamo a mangiare qualcosa. Tra un’ora ho un appuntamento”. Un altro cliente? Lavora in proprio o sotto un pappone? Quanti se ne fa al giorno? Si stira come un gatto, e di gusto lascia partire un peto silenzioso e invadente. Scuote con un piede il lenzuolo, a rinfrescare un po’ l’aria. Nessuna voglia, però, di alzarsi, di rassettarsi, troppo stanco com’è. Gli viene da pensare a Don Agostino, quando ancora andava in parrocchia ai Carmini. Adesso non ci va più. Appartiene alla scienza ormai. Uno che studia medicina a Padova, sogno del padre funzionario all’INPS, non può coltivare favole. Pensa infatti alla follia di Dio e alla follia di quelli che credono in lui. Specie alla storia buffa di Adamo ed Eva. Dunque, Dio si incazza per il furto della famosa mela, e su quello organizza un rapido processo, la cacciata e la maledizione con la sentenza che dovrà l’uomo patire e sudarsi il pane giorno per giorno. La pacchia sarebbe dunque finita. E così l’immortalità. Tutto per una mela. Lui ne mangia due al giorno, in quanto anche una sola porta via il medico di torno. Non conosceva questo proverbio, forse, il Signore. A Don Agostino, allibito davanti a tanta “arroganza”, un giorno ha chiarito le sue posizioni, traumatizzandolo. E rievocando il fratello morto e il terrore della madre, ha rincarato nel giorno della rottura: “Ma scusi, le pare affidabile, rispettabile un personaggio tanto isterico e vendicativo, dalla reazione sproporzionata? Ok, la mela quale simbolo della conoscenza di ciò che separa il bene dal male, come a dire impratichirsi dei segreti in armadio, della formula tabù per gli schiavi. Un po’ come Prometeo”. Così Don Agostino ha potuto solo sibilare: “Che ti succede, ragazzo mio? Sono stati quelli di sinistra a metterti queste idee?”.
Adesso, quando passa davanti alla parrocchia, fatica a salutare. Anche i suoi sono tristi per quella svolta. Loro che non “praticano”, ma vorrebbero un figlio devoto. Lui ha scelto medicina, per debellare il male che ha stroncato suo fratello piccolo, la meningite. Sa già che farà neurologia, come specialità. Ha vent’anni, la carriera spalancata davanti, voti altissimi, come sempre, e non è più vergine.
Gli viene in mente ogni tanto il piccolo rumeno che ha picchiato anche lui in calle, sotto casa. Già, quando si è accorto che qualcuno gli aveva appena sfilato dallo zaino sulle spalle ignare il portafoglio, con pochi soldi e tante tessere sulle spalle. A prelievo appena effettuato, lui s’era girato di scatto per scorgere un paio di occhi inespressivi, una cuffia a coprirgli in parte il volto. Così era iniziato l’inseguimento, aiutato nella rincorsa da due testimoni incrociati, anche loro scatenati contro i “foresti” che rubano. E l’avevano raggiunto in fondo al campo dei Carmini, poco prima del ponte, ed era cominciato una specie di linciaggio, a pugni e schiaffi, operazione ansante, per la corsa e il furore, ritmata da “Al ladro” o da “Maledetto!”, Se un vigile non fosse intervenuto, che fine avrebbe fatto il rumeno? Poi si era ripreso dal furore, e forse vergognoso per la violenza aveva rinunciato a far la denuncia in questura. Ma quell’episodio gli restava nella memoria, e si intrecciava con un lontano frammento del passato, quando la sorella adolescente era stata palpata sul portone di casa da un giovinastro in fregola, un fruttivendolo che lavorava a poche centinaia di metri dalla loro casa. La ragazza aveva gridato e la madre aveva aperto la porta dall’alto, salvandola dallo stupro nella calle. Piccolo spavento per tutti, buffo per certi aspetti, in quanto la ragazzina era convinta di essere rimasta incinta. Ma i due incidenti erano accumunabili da una medesima sensazione, per qualche secondo poteva concludersi diversamente. Se l’aggressore fosse riuscito a entrare nello scuro androne, oppure se la porta non si fosse aperta per miracolo all’istante. Se lui pochi giorni fa non si fosse accorto sull’istante del trafugamento del portafoglio? Il vigile si era del resto congratulato con lui, per aver recuperato tutto, soldi e documenti, e per non essere stato colpito. Perché c’era crisi e quelli erano giorni di guerra e non si sa cosa può fare un uomo braccato e disperato. E gli zingari o rumeni si sa, mentre i due testimoni annuivano convinti. Ma la sua componente civile, democratica, formatasi in parrocchia, provava disgusto per il proprio comportamento, così militaresco e spietato, mentre riempiva di schiaffi il ragazzo a terra che si lamentava in una strana lingua. Avrebbe dovuto in fondo perdonare, e trasformare la sottrazione eventuale di denaro in versamento per profughi o emigranti, in un gesto cioè volontario e umanitario.
Aida ora è nella stanza e si sta infilando biancheria pulita. Inizia a vestirsi e intanto rinnova l’invito ad alzarsi e a fare in fretta. E invece lui continua a girarsi tra le lenzuola sudate, che hanno assorbito i loro umori, e occhieggia i vari preservativi ancora a terra, a rendere un po’ sordido l’ambiente. Si è accorta del suo pulzellaggio, ovvero che era inesperto del tutto, si chiede? Nello stesso tempo, tramite il rumeno piangente, gli vengono in mente il topo dello scantinato di casa. Era sceso per riattivare la luce dell’appartamento, alzando la levetta sulla parete, e aveva visto un cartoccio vicino alla porta, rivelatosi poi un topino rattrappito e ancora vivo ma non in grado di correre lontano e di salvarsi. Fa in tempo a notare la rotondità del posteriore, la morbidezza del pelo grigio e lucente. Quasi un criceto. A colpi di ramazza ha spinto l’animale, nonostante le sue deboli resistenze, verso il grande sacco dell’immondizia, spalancato alla bisogna, aperto in precedenza, e poi messo fuori, in calle, dopo averlo ben rinchiuso, e consegnato allo spazzino in arrivo. Un gesto omicida, sproporzionato al pericolo rappresentato dalla bestiolina. In fondo si trattava di un parente stretto dello scoiattolo, del castoro, di un roditore penalizzato dal suo vivere sottoterra, costretto a rifugiarsi nelle fogne. Ma da quel giorno, basta una semplice foglia accartocciata a farlo sussultare sgomento e speranzoso.
Aida si siede sul letto, sorridendo fiduciosa. Sta in sottoveste, profumata di shampoo, i capelli castani scivolati sulle belle spalle, la bocca larga e sensuale, il naso fremente, gli occhi concilianti e comprensivi. E, soprattutto, il petto prorompente. Di scatto, dopo aver tolto dal comodino l’ennesimo preservativo, lui le va sopra folle di desiderio, coll’affare enorme che sussulta di energia rinnovata. Dopo, dopo verrà il tempo, si dice, per iniziare la contrattazione sul salario della donna, ora ha altro da fare. E intanto per un attimo, misteriosamente, vede proprio Don Agostino, con tutti i suoi paramenti da messa, là davanti a lui, mentre quello gli rievoca un detto ebraico: se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti.
La fotografia accanto al titolo è di Deborah Raimo.