Diario di una spettatrice
Teatro di famiglia
Il nuovo film di Jim Jarmusch è dedicato alla famiglia nelle sue più varie declinazioni: ma sempre con l'intenzione di raccontare una realtà complessa. A volte fragile, banale, addirittura noiosa... Perciò, vera
È noto che tutte le famiglie felici si somigliano e che ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo. Ma a un secolo e mezzo da Anna Karenina, forse il celeberrimo incipit deve essere riscritto: oggi anche le famiglie infelici si somigliano. Almeno è questo il messaggio che ho colto nel film Father Mother Sister Brother, scritto e diretto da Jim Jarmusch, vincitore a sorpresa del Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia. Leone controverso, secondo molti immeritato perché la pellicola risulta lenta, fragile, banale e persino noiosa. Ma le famiglie non sono forse spesso proprio così, lente, fragili, banali e pure noiose?
Il film ha una struttura semplice e immediatamente comprensibile: presenta allo spettatore tre episodi ambientati in città diverse – i sobborghi di New York, Dublino e Parigi – che hanno per protagonisti, come recita il titolo, un padre (e i suoi due figli), una madre (e le sue due figlie), infine una sorella e un fratello gemelli che si ritrovano per svuotare l’appartamento dei genitori morti in un incidente aereo.
Luoghi, personaggi e contesti sociali diversi, legati tra loro dalla banalità di alcuni dettagli insignificanti e ricorrenti: l’espressione gergale britannica “Bob’s your uncle!” che significa “ecco fatto!” o “è semplice come bere un bicchier d’acqua”; la domanda se si possa brindare con il tè o con il caffè o con l’acqua; gli skaters che irrompono in scena al rallentatore; la parola “Desolandia” che pare indicare la famiglia cui non smettiamo di tornare; un orologio Rolex spacciato per falso ma molto probabilmente vero. Dettagli, appunto, cui il regista affida una riflessione: voi state assistendo a situazioni familiari diverse, in realtà queste tre famiglie si somigliano perché condividono la stessa infelicità.
Per mettere in scena i tre atti di questo teatro familiare – il film ha una struttura chiaramente teatrale – Jarmusch ingaggia attori di indubbio talento e grande notorietà. Il padre è il cantautore statunitense Tom Waits, recitazione sgangherata e inconfondibile con quella voce (come disse un grande critico) “che pare immersa in un tino di whisky, poi appesa in un affumicatoio e infine investita da una macchina”. I figli che lo vanno a trovare nell’abitazione di fronte al lago dove l’uomo vive solo e in apparente indigenza, sono Adam Driver (filmografia interminabile, dalla saga di Star Wars a House of Gucci a Megalopolis di Coppola) e l’attrice Mayim Bialik.
La protagonista del secondo episodio è Charlotte Rampling, cioè sessant’anni di storia del cinema, e le figlie che la vanno a trovare per ripetere il rito di un tè che celebra una volta l’anno la madre scrittrice di successo e le figlie che al suo confronto si sentono fallite, sono Cate Blanchett e Vicky Krieps.
Infine i gemelli protagonisti dell’ultimo atto sono l’attrice e modella Indya Moore e l’attore e modello Luka Sabbat.
Che cosa lega in profondità i tre episodi? Secondo me a condurre il racconto sono da un lato la scelta del regista di rallentare riprese e dialoghi, dall’altro due emozioni strettamente collegate. I silenzi degli attori, le pause imbarazzate tra una frase e l’altra, gli sguardi che si scambiano, le inquadrature che spezzano il ritmo del racconto, stabiliscono la traccia comune che lega il primo atto – che vede protagonista un padre che lucra cinicamente sul senso di colpa del figlio – al secondo dedicato a una madre giudicante e anaffettiva. Ma non è forse questa lentezza il ritmo di tanto tempo trascorso in famiglia, dominato dal silenzio del non detto? Le emozioni in entrambe le situazioni sono infatti l’imbarazzo e il senso di colpa dei figli verso il padre e la madre.
Imbarazzo e senso di colpa che finalmente spariscono nell’ultimo episodio proprio perché sparisce la presenza ingombrante dei genitori. E allora c’è posto per la nostalgia e la sorpresa divertita dei due fratelli che scoprono le tracce di un padre e una madre felicemente svalvolati e giustamente rimpianti.
Infine c’è un altro filo conduttore che regala al film una struttura circolare che ne collega inizio e fine ed è la musica, una colonna sonora curata e arrangiata personalmente dallo stesso regista. La canzone Spooky reinterpretata da Anika su arrangiamento di Jarmusch apre il film e ritorna nell’episodio finale come il brano preferito dalla madre dei gemelli. E mentre scorrono i titoli di coda arriva la voce graffiata e inconfondibile di Nico con These days.
C’è chi ha definito il film evanescente e chi l’ha giudicato eccessivamente minimalista. Forse perché mi ha ricordato le atmosfere rarefatte di certa cinematografia giapponese, secondo me Father Mother Sister Brother si è meritato il Leone d’oro.