Celebrando Rilke con una traduzione inedita

Immersione nell’opera-mondo

È spiazzante la complessità concettuale e sapienziale della Prima delle celebri “Elegie di Duino” del poeta mitteleuropeo di cui oggi ricorre il 150° anniversario della nascita. Ci si confronta Massimo Morasso in questa sua traduzione che non può essere né “lirica” né “filosofica”, perché Rilke fa «dell’emozione interrogante» la base della sua poetica

Rainer Maria Rilke (1875-1926) è l’incarnazione della Poesia e una “topografia dell’anima”. L’ha detto Marina Cvetaeva, che lo considerava, un poco esagerando, il più grande poeta di tutti i tempi. Quando Rilke parla di noi, ci fa percepire l’esistenza di tre regni. L’uomo per quello che ha potuto o può essere, l’umano-troppo-umano (Rilke è più nietzscheano di quanto non si pensi di solito) e, infine, l’altro da noi che ci serve per comprenderci per speculum, come gli animali o gli angeli. Questo terzo livello, che rimanda al pre-e all’oltre-umano, tratteggia in forma cava il nostro contorno cosmico.

La Prima non è la migliore delle Elegie di Duino. Rilke la scrisse nel 1912, dieci anni prima del “flusso” d’ispirazione che lo portò alla conclusione del ciclo. Non è il capolavoro di Rilke, ma è già da sé un’opera-mondo, e ci riporta per così dire all’essenza di Rilke: al suo carattere di palombaro dello spazio interiore del mondo, o, detto altrimenti, alla sua natura di argonauta dell’Ideale, per il quale la nostra creaturale caducità fa davvero problema.

Non è questo il luogo per cimentarsi in un’interpretazione del testo. In giro se ne trovano tantissime, più o meno vigorose o pedanti, più o meno attrezzate e convincenti. Commentare Rilke è un gioco (il cosiddetto rilking) cui indulgono molti appassionati e aficionados, da oltre un secolo. Anche le mie scelte traduttive corrispondono, in qualche snodo, a vere e proprie re-visioni di senso, sollecitate dalla spiazzante complessità concettuale e sapienziale dell’originale. Si pensi, guardando alla mia versione dell’Elegia, alla resa dello «stärkeren Dasein», quasi all’inizio, con una rischiosa e forse inopinata «potenza d’Essere», che rimanda in filigrana all’emanatismo neoplatonico e fa a pugni con la «esistenza più forte» di tante trasposizioni in salsa post-heideggeriana nella nostra lingua.

Se ci soffermiamo sui passi che meglio o più esemplarmente definiscono il pensiero poetante che anima il testo, ci rendiamo conto che questo Rilke spurio e indaginoso (come mai prima e mai dopo), non può essere tradotto né “liricamente” né “filosoficamente”. Eppure, è stato sottoposto a un destino traduttivo che, guardando all’insieme del tradotto, si è sviluppato in due sensi opposti, ma in fondo in fondo speculari: quello che ha portato i traduttori di turno a una semplificazione normalizzante e quello che li ha indotti, viceversa, all’esercizio di una sorta di superfetazione intellettualistica, che sembra reclamare, come piaceri estremi, la messa a morte del ritmo e la conquista dell’eldorado dei filosofemi poetizzati. C’è poi la questione importante del tono, che, a mio avviso, fa da sé la storia di un fraintendimento: posto che il mentalismo visionario del Rilke elegiaco non si dà mai o quasi mai per accordi e melodie “sublimanti”, e ciò che al nostro orecchio suona fané o troppo aulico in traduzione, non lo è nell’originale – sia dal punto di vista della costruzione del verso sia da quello del lessico. Piuttosto, segnala un difetto di gusto e cultura poetica in chi quel suono l’ha prodotto.

Di questa poesia lunga d’inesauribile suggestione, a me, qui, piace sottolineare perlomeno due cose: la straordinaria ampiezza del compasso visionario e metafisico e la credibilità contro-retorica dell’afflato anagogico e mitopoietico. E non si tratta di due caratteristiche fra le tante, bensì di due cose cardinali. Anche davanti a questo Rilke, già “maggiore” ma ancora in parte “esistenzialista”, le questioni fondamentali, senza le quali il buon lettore non può godersi il testo, felicemente emergono. È sufficiente non pensare all’Elegia come a una prova di pensiero e un atletismo della lingua, ma come a una res (poetica) che fa dell’emozione interrogante la base della sua costruzione sensibile, e dunque intelligibile. Gli spazi, i “fatti”, le storie e i vari personaggi protagonisti del monologo rilucono fra i versi come i marcatori riflettenti di un’avventura conoscitiva. Se pensassimo di poter ridurre il marchingegno stilistico alla somma dei fattori tematici, citazionistici e immaginativi che lo compongono, sbaglieremmo di grosso – come sempre, va da sé, ma qui forse più che altrove. Condizioni per viaggiare con profitto con il Rilke delle Duinesi, sono la consapevolezza di star seguendo le tappe di una peregrinazione spirituale e una buona disponibilità al piacere perturbante del ritrovarsi in un continuo, spiralico “avanzare” in qualcosa – l’interrogante tuffarsi da un mitologhema a un altro è la forma del passo, «denn Bleiben ist nirgends» (perché restare non ha un dove: è, letteralmente, in nessun luogo che esista).

In margine a tutto ciò, c’è qualcosa che mi piace rimarcare per dire di quanto Rilke – con Hofmannsthal il più europeo dei grandi poeti mitteleuropei – debba anche all’Italia che non sia Duino (e Michelangelo, che tradusse per un intero decennio e sta alla base dei Sonette an Orpheus). In questa celeberrima ouverture della grande, mirabile sinfonia elegiaca, compiuta, in dieci movimenti, solo nel 1922, gli exempla ai quali il poeta s’affida per parlare delle amanti abbandonate e dei giovani morti sono… Gaspara Stampa (la Gasparina così tanto amata da Cristina Campo!) e una lapide della chiesa di Santa Maria Formosa a Venezia. E poi qui fanno capolino le chiese di Napoli e di Roma. Anche al di là dell’interesse, o dell’assenso – o dissenso –, che possono destare in noi l’esaltazione dell’amore intransitivo e la tanatofilia a tinte orfico-esoteriche che ne innervano i versi, a centocinquant’anni esatti dalla sua nascita possiamo dire grazie a Rilke anche per questo.

Prima Elegia

Chi, se gridassi, mi ascolterebbe mai tra le schiere
degli angeli? e se pure uno all’improvviso
mi stringesse al cuore, la sua potenza d’Essere
m’annienterebbe. Perché il Bello non è
se non l’inizio del Tremendo, che ancora appena sopportiamo,
e ammiriamo così tanto, perché impassibile sdegna
di distruggerci. Ogni angelo è tremendo.
E così, dunque, mi trattengo, e soffoco in gola il richiamo
dell’oscuro singulto. Ah! Di chi potremmo
mai avere bisogno? Degli angeli no, degli uomini no,
e i sagaci animali se n’accorgono
che noi non siamo poi così affidabili, di casa,
nel mondo già spiegato. Ci rimane, forse,
un albero qualsiasi sul pendio, per quotidianamente
rivederlo; ci rimane la strada di ieri
e la viziata fedeltà a una consuetudine
alla quale star con noi è piaciuto, per cui è rimasta e non è andata via.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento pieno di spazi
ci rode la faccia – a chi non rimarrebbe, l’anelata,
che soave delude, lei, che incombe con fatica
al cuore solitario. È più lieve agli amanti?
Ah, si nascondono solo l’un l’altro la propria sorte.
Ancora non lo sai? Getta dalle braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; può darsi che gli uccelli
sentano l’aria dilatata volando voli più profondi.

Sì, le primavere avevano bisogno di te. Qualche stella
si aspettava che tu la percepissi. Risaliva
un’onda dal passato, o
quando rasentavi una finestra spalancata,
ti s’offriva un violino. Tutto questo era compito.
Ma tu, lo hai assolto? Non ti sei sempre
perduto in distrazioni, nell’attesa, come se tutto annunciasse
un’amata? (Dove vuoi ospitarla,
se i grandi estranei pensieri in te
vanno e vengono, e spesso rimangono, la notte).
Ma se ti strugge, allora canta le Amanti; il loro celebrato
sentimento è ancora ben lontano dall’essere immortale.
Le abbandonate, che tu quasi invidi, e hai trovato
ben più amorose delle paghe. Comincia
sempre daccapo la tua lode, che resta irraggiungibile;
pensa: l’eroe persiste, la morte stessa fu per lui
solo un pretesto per essere: la sua ultima nascita.
Ma la natura, esausta, riconduce a sé
le Amanti, quasi non le bastassero le forze
per ripetere l’impresa. Hai pensato abbastanza
a Gaspara Stampa, ché una qualche fanciulla,
cui l’amato sfugga, sull’esempio potenziato
di quest’amante, possa sentire: se diventassi come lei?
Quei remotissimi dolori non devono, alla fine,
farsi più fertili per noi? Non è tempo che, amando,
ci liberiamo dell’amato e resistiamo tremanti:
come la freccia, per essere di più, raccolta nel suo slancio
resiste alla corda? Perché restare non ha un dove.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore, come soltanto
i santi sapevano ascoltare: sì che l’immane chiamata
li sollevasse da terra; ma essi, impossibili,
continuavano incuranti a starsene in ginocchio:
così erano ascolto. Non che di Dio potresti mai reggere
la voce, e di parecchio. Ma ascolta il soffio,
l’annuncio ininterrotto che si forma dal silenzio.
Ora ti sta sussurrando di quei giovani morti.
Dovunque tu sia entrato, nelle chiese
di Napoli e di Roma, non ti ha parlato, quieto, il loro destino?
O ti si è affidata un’epigrafe, sublime,
come, di recente, la lapide in Santa Maria Formosa.
Che cosa vogliono da me? che sottovoce elimini
quella parvenza d’ingiustizia, che un po’, talvolta, ostacola
il movimento puro dei loro spiriti.

Certo, è strano non abitare più la terra,
non praticare più le usanze appena apprese,
alle rose, e alle altre cose piene di promesse
non dare il senso di un futuro umano;
ciò che si era in mani perennemente ansiose
non esserlo più, e abbandonare
persino il proprio nome come un giocattolo rotto.
Strano, non desiderare più i desideri. Strano,
ciò che prima aveva un legame
vederlo, libero, fluttuare nello spazio. E l’essere morti è fatica,
c’è da recuperare tanto, a poco a poco, per avvertire
un po’ d’eternità. – Ma i viventi fanno
l’errore, tutti, di distinguere troppo nettamente.
Gli angeli (si dice) spesso non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
trascina sempre con sé tutte le età
in entrambi i regni e, in ambedue, le sovrasta col suono.

Dopotutto non ha più bisogno di noi, chi si distacca anzitempo,
ci si disabitua soavemente dalla terra, come ci si svezza
con dolcezza, crescendo, dai seni materni. Ma noi, che
abbiamo bisogno di misteri così grandi, da cui così sovente da un dolore
scaturisce un progresso beato –: potremmo essere, noi, senza di loro?
È invano la leggenda che un tempo, nel compianto per Lino,
la prima musica avesse osato penetrare l’arido rigore;
che solo nello spazio atterrito, dal quale, all’improvviso, un fanciullo quasi-dio
era uscito per sempre, il vuoto fosse finito
in quella vibrazione che ora ci rapisce, conforta e aiuta.

Rainer Maria Rilke

Traduzione di Massimo Morasso

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