A proposito di “Tanta ancora vita”
Il dolorismo comico
Il nuovo romanzo di Viola Ardone è un concentrato di disgrazie cucite insieme per straziare il lettore: guerra, migrazione, orfanezza. Non manda nulla, salvo la letteratura
Questa recensione nasce innanzi tutto come risposta ad un desiderio dell’autrice, che ha lamentato la mancanza dell’analisi delle tre voci narranti del romanzo nella mia “Stroncature d’autore” del Venerdì di Repubblica. Ne sono nate, da parte sua e da parte di molti suoi fan, le accuse più disparate: dalla non liceità (professionale e morale) della stroncatura, alla mancata lettura del romanzo, fino alle banali accuse di invidia e ad alcune, francamente imbarazzanti, di maschilismo. Nella rubrica avevo scelto, per ovvi motivi di spazio (la rubrica è di 1500 battute spazi inclusi) di focalizzarmi su una sola voce del romanzo – quella del bambino – per riflettere, più ancora che sul libro in sé, sul sottogenere dolorista. Con più spazio a disposizione posso qui rendere conto più ampiamente dei tre personaggi principali del romanzo, del loro linguaggio e della loro postura.
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All’interno della (capiente) categoria del neoimpegno coniata e studiata da Siti qualche anno fa in Contro l’impegno, c’è un sottogenere oggi di assoluto rilievo: il romanzo dolorista. Le regole del gioco sono semplici e codificate: si prende una ciotola di disgrazie – guerra + migrazione + orfanezza è un classico imbattibile –, si mischiano gli ingredienti per costruire una storia e la si fa narrare dalla vittima di turno, garantendo così l’effetto testimonianza e limitando l’analisi al minimo sindacale: l’obiettivo non è conoscere (o, peggio, ragionare), ma prendere alla gola il lettore con emozioni forti, indignarlo, stordirlo. L’optimum è che il narratore sia un bambino: l’infanzia commuove sempre e, con buona pace di quel perverso di Freud, rappresenta la purezza perduta alla quale noi adulti disillusi e cattivi dovremmo invece sempre tendere.
Per le piccole ma significative variazioni sul tema, per la costruzione complessa a più voci e per l’oltranzismo della sua discesa nella miseria, con Tanta ancora vita Viola Ardone si dimostra una campionessa del sottogenere (Einaudi, 336 pagine, 19 Euro).
Diviso in sei parti (più un epilogo) e con tre voci narranti, il romanzo ruota attorno a Kostya, un bambino in fuga dalla guerra e diretto a Napoli, dove verrà accolto da sua nonna Irina, domestica a casa di Vita, separata, «vedova di figlio unico» (Cicù, investito sulle strisce subito dopo la laurea, ovviamente con centodieci e lode) e suicida mancata. Ogni personaggio, nelle diverse parti, racconta la sua storia e ripete gli eventi dal suo particolare punto di vista, con variazioni che si vorrebbero fondamentali – scopriamo, ad esempio, che Irina è laureata in filosofia e che la sua semplicità, innanzi tutto linguistica, è un espediente per sfuggire alla dialettica hegeliana servo-padrone, oppure che la madre di Kostya non è morta come gli è stato fatto credere, ma semplicemente fuggita all’inizio della guerra – che tuttavia non riescono a movimentare la monotonia del profluvio ininterrotto di disgrazie, il cui elenco è il vero basso continuo della narrazione fino allo scioglimento finale.
Ma occorre andare con ordine, perché ogni personaggio ha un suo tempo e la sua lingua. Con Kostya siamo in un presto: il ragazzo non sa star fermo, come un novello Pinocchio le sue gambe scalciano anche nel sonno e la sua mente è vivacissima. È insieme ingenuo e derealizzante – i diversi momenti della sua fuga sono visti come livelli di un videogame – e filosofo in erba (nelle parole di Vita: «ha l’aria di un piccolo saggio»). La sua lingua è un misto di piccole sentenze moraleggianti (per lo più apprese dal padre), descrizioni strambe («le donne parlano tra loro come pecore che brucano la stessa erba secca») e parole italiane in libertà, memorizzate da un suo quaderno-dizionario infarcito di cliché («la pizza pommodoro mozzarella amico quantocosta bravo»).
In effetti, lo notiamo di sfuggita, il moraleggiare è l’elemento che accomuna tutti i personaggi, dai principali a quelli di contorno: tutti, nessuno escluso, trovano il tempo per brevi inserti sapienziali costruiti abilmente per commuoverci o per sospenderci in una meditazione stuporosa della loro profondità; oppure – qui si raggiunge la vetta – per fare tutte e due le cose insieme. È impossibile elencarli tutti, ma qualche esempio basterà a dare l’idea: il tono può essere indignato – «il mondo dovrà chiedervi scusa […] per avervi insegnato la paura prima del coraggio» -, intimista e insieme combattivo – «sono diventata l’esploratrice della mia solitudine, ho il cuore di giungla» –, oppure pseudocolto – «la morte è spesso antifrastica, si porta via i recalcitranti e lascia stare quelli come me» –. Altrettanto memorabile, benché probabilmente più adatto a Monsieur de La Palice, «chi va in guerra non torna a casa»; francamente bizzarri l’enogastronomico «l’amore […] non si può congelare, va consumato fresco» e l’edile «un ragazzino senza storie è come una casa senza finestre».
Ma il vero capolavoro – come d’obbligo – è di melassa sentimentale: «questo, Cicù, fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».
Devo però tornare un momento a Kostya, per segnalarne almeno il vezzo linguistico fondamentale (e fastidiosamente ripetitivo), ovvero quello degli epiteti: abbiamo dunque gli amici «puzzapiedi», i carri armati «facciatosta» (ma «facciatosta» gli piace particolarmente, perché lo sono anche il dubbio, il treno, l’invasione, l’auto), gli adulti «puzzafiato», la guardia «facciadipurga» e via così, tra miasmi e evacuazioni che sono, in effetti, la maggiore fonte di divertimento dell’universo infantile (è la mimesi, bellezza!). Omero non avrebbe saputo far di meglio.
Con Irina, invece, il tempo è un allegro non troppo: brusca e pratica come deve esserlo una donna che ha tanto patito nella vita (la guerra, la lontananza dal figlio e, immancabile, un marito alcolizzato), ma anche capace di raccogliersi in preghiera per i morti suoi e altrui, si muove sulla scena vigorosa e insieme attenta. La sua lingua è stratificata e alterna citazioni dantesche (le più famose, affinché il lettore non si spaventi e si senta invece parte di un circolo colto, «Colui che move il sole e le altre stelle», «libertà va cercando, ch’è sì cara», «e più non dimandare») e sgrammaticature-tipo (declinazione dei verbi incerta, omissione degli articoli, etc.). È però quando attinge al suo bagaglio filosofico che il discorso assume tratti di involontaria comicità, come quando, mentre innalza «una preghiera al dio dei biscotti al cioccolato», commenta: «il mio gesto poco trascendentale risponde al bisogno tutto immanente di assicurarmi che non ci sia una telecamera puntata sulla mia testa» (ma anche «cielo stellato sopra di me e le ciabatte sovietiche sotto di me» è notevole). Meglio della partita di calcio tra filosofi dei Monty Python. L’autrice lo ha dichiarato pubblicamente e bisogna dargliene atto: nel libro si ride anche molto.
In questo la storia di Vita – un Adagio molto inframezzato da alcuni Allegro con brio – è esemplare. Nonostante tutte le disgrazie già menzionate (più qualche altra), infatti, qui il comico è attivamente ricercato in tutte le sue gradazioni. L’espediente più utilizzato è semplice ma ingegnosissimo e fa capo innanzi tutto allo spostamento di significato che consegue alla ripetizione delle parole in contesto differente. La prima fonte sono i nomi stessi di Vita e del marito Massimo Mezzanotte: «Io mi chiamo Vita, e non perché i miei genitori fossero fan», e ancora: «quando faceva turno serale e gli domandavo a che ora sarebbe rientrato lui rispondeva: massimo mezzanotte. Ti ricordi che ridere Cicù?». Qua siamo ancora all’interno di uno humor inglese, da freddura e amara ironia, ma con il pappagallo Massimo (sì: in ricordo del marito fuggito e fedifrago) il comico, il “basso” propriamente detto – risata liberatoria che interrompe il monotono ripetersi senza fine delle disgrazie – erompe in tutta la sua forza. Vale la pena citare il passo (quasi) per intero, ma prima il contesto: Vita sta commentando con Irina la serata precedente, passata con Corrado, suo vicino di casa e spasimante, e la misteriosa apparizione, nella gabbia di Massimo (il pappagallo, non il marito), di una compagna:
«Bambino ha scoperto nuovo volatile e si è meravigliato. Io pure. Le si crea una ruga in mezzo alle sopracciglia e si guarda intorno spaesata, come se stesse uscendo da un sogno confuso. Fa due passi in direzione del soggiorno, poi mi raggiunge in cucina, fissa la gabbia e si porta le mani alla bocca. – E questo da dove è venuto? – È venuto! È venuto! – Esulta Massimo uccello. Mi guarda sospettosa. – L’hai portato tu? Io non lo volevo, un altro animale […] – Forse signor Corrado introdotto volatile? Che ne pensa, signora?»
Ma siccome il doppio senso non è ancora abbastanza chiaro: «Irina, non credo che il signor Corrado sia il tipo da introdurre volatili senza permesso, – risponde, e ci scappa una risata». Alvaro Vitali e Giovannona Coscialunga? Dilettanti allo sbaraglio.
Date le premesse, è quasi pleonastico sottolineare l’happy ending. Dopo un nuovo elenco di orrori («io visto facce di giovani morti, visto corpi come rottami di auto, visto braccia senza mani e gambe senza piedi e teste senza bocca, occhi, naso»), scopriamo infatti non solo che Vita ha superato la depressione e forse persino il trauma della morte del figlio, che il padre di Kostya è ancora vivo (come la madre), ma che Kostya, suo padre e Irina ritorneranno tutti in Italia: Vita farà – letteralmente – carte false per loro. Insomma, la palingenesi è totale: «solo salvando un altro (ma qui si abbonda: sono almeno due) si salva anche sé stessi» e, soprattutto, «salvare un figlio significa salvarli tutti».
Forse, però, la critica a Tanta ancora vita, così come alle case editrici-uffici stampa che ci spacciano il piombo per l’oro, è ingiusta: siamo noi lettori i veri colpevoli, nostra è la falsa coscienza. Siamo noi quella gente di cui parla Kostya – potrebbe essere anche un momento di vertiginosa autocoscienza dell’autrice, e invece non è –, quella «gente [a cui] piace commuoversi per le disgrazie degli altri, come vedere un film dell’orrore con un sacchetto di kabanosy al peperoncino da sgranocchiare». Chissà se c’è ancora qualcuno che preferisce i popcorn. E la letteratura.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.