Storia di uno strano seduttore
Il barbiere
«In testa, Nicola aveva conservato per miracolo i suoi riccioli biondi. Il barbiere era orgoglioso, a sessant’anni, della propria capigliatura, tutta vera. Erano rimasti così per qualche minuto, senza scambiarsi una parola, come due ebeti...»
Benedetti i riposi pomeridiani, che ritemprano dall’insonnia notturna! Questo mormora, girandosi sul divano e coprendosi meglio con il plaid ancora caldo. E qui spunta, come avviene da un po’ di tempo, l’immagine del padre, Nicola. Anche il babbo infatti amava la pennichella. Si spogliava, si infilava addirittura il pigiama azzurro e si addormentava per una semplice mezzoretta, come un neonato beato del latte appena bevuto. Poi tornava nel negozio di barbiere, dietro Rialto, bello e riposato. Per la verità, ha ricominciato a pensarlo dopo la morte della madre. In pochi giorni, evitando così di farsi tagliare una gamba per un diabete aggressivo, se n’era andata e lui aveva pianto senza freni, davanti ai figli, non abituati a quelle scene. La madre, Loredana, la Lori, viveva ormai in casa sua, ospite padrona, soluzione imposta alla moglie perplessa. Nell’altra casa stava in affitto, ed era rimasta sola, dopo che il papà si era imbattuto “nella donna della sua vita”, una commessa di bottega, una morettina dal gran petto, più giovane di vent’anni. Aveva aperto una sezione femminile, essendo anche coiffeur, e aveva assunto una ragazza, Concetta. Tutto il male era iniziato da lì. Ma era una cosa seria, non un’avventura, se aveva chiuso il negozio a Venezia, trasferendosi a Dolo, vicino alla famiglia di lei, degli zingari come li chiamava la Lori. A loro due, moglie e figlio, Nicola passava un mensile, un obolo quasi simbolico. Le cose non dovevano andare molto bene “nei grebani”, come con disprezzo li definiva sempre la Lori. E lui un giorno, al suo primo stipendio da architetto, gli aveva mandato una lettera formale in cui lo pregava di farla finita con la farsa del mensile, perché adesso non ne avevano più bisogno.
“Vecchio porco”, ogni tanto inveiva da solo sua madre, anche da anziana a dimostrazione che l’antica ferita, ovvero essere stata abbandonata per un’altra “femmina” versava ancora sangue. Aggiungeva anche, se beveva un bicchiere di vino, “barbiere puttaniere” che faceva pure rima e “puttana di Salerno”, in realtà di Fisciano. Tutte le donne meridionali erano in fondo rom e puttane, secondo lei, e venivano a Venezia a rubare portafogli nei vaporetti e i mariti alle donne per bene.
Nicola però era bello, i grandi occhi consapevoli del suo fascino, il piccolo naso, i riccioli biondi. La Lori, più grande di qualche anno, aveva già qualche capello bianco, e un neo fastidioso sulla guancia destra. Non poteva funzionare tra quei riccioli biondi e quel neo. In effetti, Nicola era una creatura naturale, priva di pudori. Quando si lavava le parti intime, ad esempio, lasciava la porta del bagno ben spalancata, tanto in famiglia c’erano solo mamma e lui, figlio unico, compito forse gravoso vista la situazione. Così passando, senza volere, gli scorgeva le natiche rosee, senza peli, quelle di un bambino innocente. Lui si era schierato tutto dalla parte della Lori, ed erano i tempi tribolati della laurea in architettura, quando credeva per le tensioni in famiglia di non capire più nulla, e di faticare troppo con la lingua inglese. Ma era esausto per tutte le lezioni di matematica che dava per pagarsi le tasse universitarie. “Per me è morto”, aveva sentenziato a Gisella, la “morosa”, poi sua sposa e madre di due bei ragazzi. “Non ti pare di esagerare”, quella aveva commentato. Ma era morto davvero, per lui. Sua madre nel frattempo era divenuta la baby sitter gratuita dei nipotini, mentre lui andava in studio con i suoi colleghi architetti e la moglie in una scuola magistrale di Mestre a fare da segretaria.
Oggi, di nuovo, il padre gli è apparso nella sua giovinezza solare. Il completo verde chiaro portato in giro la domenica come una bandiera, la messa a mezzogiorno e il cabaret di paste penzoloni dalla mano destra. E la famiglia mansueta dietro, riconoscente per il sobrio benessere di cui godeva. Lui si ricorda bene quanto ammirava la sua persona, quanto desiderava di essere preso in braccio dalle sue braccia forti. Il tutto cancellato dall’avvento di Concetta. E allora lui ha cominciato a giudicare insignificante il negozio, con i pettinini, le spazzole, e le sedie bianche girevoli che in passato lo eccitavano come alle giostre o al luna park. Ha finito per vergognarsi di lui e del suo lavoro.
Prima della fase glaciale, c’è stata anche amicizia tra loro. Lo aspettava in Campo Santi Apostoli, al tramonto, ogni lunedì, quando il negozio era chiuso. Il padre arrivava trafelato, un rapido saluto e poi si avviavano rapidi verso il vicino cinema Giorgione, per l’ennesimo film western, passione di entrambi. Una rapida sosta nel bagno, dove pisciavano insieme come vecchi camerati. Lui era un ragazzino brufoloso e l’altro era fiero dei successi scolastici del figlio. Salivano al piano superiore, e appena scostata la tenda rossa irrompeva lo schermo gigantesco col sonoro amplificato e un odore particolare di chiuso polveroso e sudaticcio, molto gradevole. E i doppiatori caratteristici, voci riconoscibili da subito. Poi il rientro a casa, per la Strada Nuova. Parlavano lungo il percorso, commenti sul film e notizie sui voti. Lui era lusingato ma anche irritato perché il barbiere lo voleva ad ogni costo primo della classe. Poi cenavano tardi, serviti dalla madre annoiata per quegli orari assurdi. E quella volta che l’ha portato con sé a Roma, dove era convocato quale rappresentante degli acconciatori veneziani. Alla stazione di Santa Lucia, sosta febbrile ad acquistare giornali e fumetti. Un Paperino dalla copertina dorata che l’ha quasi travolto per la gioia. E il vagone letto solo per loro due, lui e il suo papà bello, quasi fossero ricchi. Scherzi del tempo e della memoria. Quando è morto, lui non ha potuto esibire il proprio dolore squassante. La Lori vigilava severa e pretendeva fedeltà. Una voglia bizzarra, adesso, di stringerlo a sé, di piangere magari insieme la mamma/moglie. Sapendo che, dato il loro carattere, simile in questo aspetto, sarebbe stato impossibile.
Già prima di Concetta c’era stata qualche frizione, un periodo di silenzi polemici. Il motivo del dissidio era la sua scelta universitaria, perché Nicola desiderava un figlio medico (suo padre, morto a quarant’anni, era stato infermiere). Poi, un giorno hanno capito che era venuto il momento di tronare a parlarsi. Ma occorreva un gesto simbolico di riconciliazione, e così si sono dati la mano. Un contatto freddo e formale, cui lui però quello ha subito dopo aggiunto la sua variazione, stringendolo forte al suo corpo, gemendo “così, così”. Lui, da parte sua, si era rannicchiato tra le sue braccia, sospirando ironicamente davanti a tanta enfasi, ma era turbato, inutile negarlo. Da qui, una strana nostalgia per il barbiere, impossibilitata a manifestarsi, a confessarla all’interessato. E nessuna fede in lui, nessuna favoletta sul rivedersi da qualche parte a farsi perdonare bruscaggini e silenzi ostili.
Ma le donne, prima di Concetta, erano una specie di morbo per Nicola. Lui l’aveva capito fin da un curioso episodio. Una domenica in spiaggia sua zia Lalla, sorella zitella della Lori, l’aveva trascinato verso una capanna lontana, dove il babbo se ne stava, secondo lei, a pomiciare con una ragazzina. Non c’era nessuno invece, eppure Lalla insisteva, fremente nelle guance di fuoco. “Tuo padre ha le mani lunghe”, ripeteva tornando alla loro capanna, e lui, a otto anni, aveva intuito che doveva averci provato con lei, e sì che era brutta.
“A te piacciono le ragazze?”, Nicola gli aveva chiesto in atto di sfida, quando lui, a soli vent’ anni, l’aveva affrontato per la prima e ultima volta per tentare di riportarlo a casa. Si era spinto in corriera fino a Dolo e c’era intorno un nebbione terribile. “Ma non si sfascia una famiglia perché ti esce dalle mutande”, aveva ribattuto tremando e in quel momento diventava lui la persona adulta, padre di suo padre.
Era tornato a Dolo, quando Concetta l’aveva chiamato per dirgli che stava spegnendosi. Un tumore al pancreas. Le maledizioni di mamma erano state efficaci. E lui, senza dirlo alla madre, che già soffriva del suo diabete devastante, aveva preso di nuovo la corriera, spingendosi in ospedale. La ragazza di un tempo ora era ingrassata, e anche lei aveva qualche capello bianco. Ma gli si era stretto il cuore, entrando nella stanza a tre letti. In fondo alla camera, nell’ultimo letto, c’era lui, dimezzato, il volto dissugato e giallo come un limone. Si era seduto, mentre Concetta discreta si era eclissata a prendersi un caffè al bar. No, lui non voleva niente. La giacca del pigiama, sempre azzurro, era piena di macchie e lui ha pensato cosa doveva stare sotto le coperte. Nondimeno, si è accorto che tutto ciò non gli procurava ribrezzo ma solo tenerezza. E allora ha capito che aveva ricominciato ad amarlo. Nicola in più gli stava afferrando il braccio, e si era portato la sua mano sulla bocca per baciargliela. Lui si era sottratto mordendosi la lingua per celare i singhiozzi dentro. In testa, Nicola aveva conservato per miracolo i suoi riccioli biondi. Il barbiere era orgoglioso, a sessant’anni, della propria capigliatura, tutta vera. Erano rimasti così per qualche minuto, senza scambiarsi una parola, come due ebeti, mentre la luce invernale si abbassava e nel letto accanto il malato di colore aveva acceso la lampadina del comodino. Quando finalmente Concetta era rientrata, lui l’aveva raggiunta in corridoio e con voce rancorosa le aveva chiesto cosa dicevano i medici. E lei aveva annuito in modo enigmatico e si era messa a piangere. E lui era fuggito, confuso e impotente. Non aveva salutato Nicola. Non gli pareva proprio il caso.
Con sua moglie Gisella va tutto bene. Un’amica, non solo una moglie. Tutto bene in studio con i due colleghi, due compagnoni in pratica. Tutto bene con i due ragazzi che crescono senza malattie di sorta e sono bravi a scuola. Ma di recente è entrata in studio una spigliata conoscente di uno dei due suoi soci, una giovane di Verona venuta a proporre un progetto per il Terraglio. Occhi verdi luminosi, un grande sorriso, una voce sensuale un po’ rauca, e labbra morbide, segnate da un forte rossetto violaceo. E lui aveva sentito la carne impennarsi, all’improvviso, e qualcosa di caldo che gli si scioglieva in basso. Intanto gli sembrava di udire alle spalle il barbiere che sogghignava di gusto.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.