Carlo Alberto Bucci
Al Gallery Hotel Art di Firenze

L’arte della vibrazione

Le nuove opere dell'arista argentino Daniel González sono leggere come piume e vibrano a ogni movimento d'aria. E rappresentano quasi un ringraziamento alla vita

Firenze. Dietro l’aspetto frivolo, dentro il materiale leggero, tanto che basta un alito di vento per farlo vibrare, si nasconde un messaggio ottimista e generoso, un’idea felice dell’arte che ci porta a guardare oltre alle migliaia di striscioline di plastica mosse dall’aria cercando una via di uscita positiva dalle strettoie del presente. The Invented Reality è una mostra composta da una ventina i lavori, per lo più recenti, che Daniel González, per la cura di Valentina Ciarallo, ha piazzato fino al maggio 2026 al Gallery Hotel Art di Firenze, coinvolgendo la hall e le sale comuni di questo albergo della Lungarno Collection, giunta alla 26esima esposizione del suo percorso di ibridazione tra accoglienza turistica e ricerca artistica. Ed è un brivido di stupore quello che coglie clienti, turisti e visitatori (l’ingresso è gratuito ed è aperto alla cittadinanza) quando si accorgono che, all’apertura della porta o all’aria mossa da un cameriere diretto al ristorante, Open Mind, I Love You o Nice si mettono a vibrare silenziosamente, come gonne di paillettes al ballo o bandiere contradaiole nella festa di paese.

Realizzati cucendo migliaia di variopinte e luccicanti striscioline di mylar, tessuto plastico tagliato al laser, i bassorilievi pop dell’argentino (nato a Buenos Aires nel 1963) sono stati inaugurati il 27 novembre, nel giorno del thanksgiving, come manifesto di gratitudine da parte di Gonzàlez nei confronti dell’Italia, Paese che lo ospita da molti anni, ma anche degli Usa, dove ha un suo studio: “Sì, a New York, anche se in questo momento ci vado non più di una volta all’anno”, rivela l’artista cresciuto sotto la dittatura dei militari in Argentina. E l’arte americana degli anni Sessanta è certamente – per l’uso dei materiali industriali, per l’impiego delle frasi della comunicazione mediatica, per la policromia eccitata e chiassosa delle sue composizioni a parete – il punto di partenza di questo scultore dell’effimero che ha mosso in primi passi nel mondo della moda per poi passare, con armi e bagagli, ossia macchina da cucire e filo, nel panorama dell’arte internazionale.

“Thank You” recita il “text painting” che accoglie gli ospiti e i clienti dell’albergo in vicolo dell’Oro 5. Mentre, più piccolo, più nascosto e segreto, un altro dei bassorilievi ondeggianti e fruscianti di Daniel González invita all’abbraccio, sull’onda del movimento dei free hugs. In questo caso, l’aggregazione coloratissima di strisce di mylar si associa a una tela di uguale formato ma monocroma, se non per la scritta nera cucita e sfilacciata che ripete l’inno del titolo: abbraccio libero, per l’appunto. Queste dei dittici di dimensioni contenute sono le proposte più articolate (ad esempio “We are legends every day”, con il rettangolo sfaccettato che sembra evocare la maschera di un carnevale tribale) nella proposta dell’ex stilista che, giusto dieci anni fa, a Roma, nello spazio sconsacrato di Santo Spirito in Sassia, sempre con la cura di Valentina Ciarallo aveva fatto sfilare le donne a cui aveva reinterpretato simpateticamente gli abiti dismessi e logori, nello stesso anno (2015) in cui allestiva una personale nella galleria di Valentina Bonomo.

Legato a doppio filo al mestiere della bisnonna e della nonna di origini italiane, il sarto argentino nel 2004 si è fatto scultore dell’effimero. Ed è González stesso, tra motivi iconici di lontana eco pop e parole comuni, estrapolate in chiave concettuale dalla realtà quotidiana, a citare la festa barocca per le sue composizioni. Si tratta di intrecci realizzati non affidandosi alle mani di lavoranti sottopagati, ma personalmente cuciti arrivando a tre passaggi del filo per lavori “che arrivano alla fine a pesare anche sette chili”, rivela l’amanuense. Il suo lavoro vive “nel rito – è sempre González a parlare – della celebrazione, intesa come pratica collettiva, come dimensione in cui la vita quotidiana si sospende per dare spazio all’incontro, alla leggerezza, alla festa”. E sottolinea Valentina Ciarallo nell’accompagnarlo in questo progetto: “Le opere di González incarnano l’idea di arte relazionale, non si limitano a essere pure forme da contemplare, ma spazi condivisi di esperienza, dispositivi capaci di generare legami tra le persone che diventano parte attiva del lavoro”.

L’altra faccia della festa barocca (e/o pop) adombrata da  Gonzàlez, è la morte. Che l’artista ha evocato ed esorcizzato, ad esempio, nella sua ultima installazione, “Golden Gate”, all’ingresso del Cimitero monumentale di Bergamo. Fino al 30 novembre scorso, lunghissime strisce accostate di mylar hanno sventolato dai dieci arconi che introducono a quel luogo degli addii che, cinque anni dopo il Covid, ancora ci commuove nel ricordo dei camion militari pieni di vittime del coronavirus. Con il lato d’oro affacciato sulla città lombarda, e quello argentato rivolto alla sua città dei morti, questi vessilli fragili, leggeri, luminosi, posti sul limite labile della vita, hanno celebrato l’intensità e l’eternità degli affetti. Quei sentimenti che, ora a Firenze, le parole di amore e di ringraziamento declamano dal cuore sgargiante degli assemblaggi plastici di Daniel González.


La fotografia di Daniel González è di Stefano Guindani.

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