Nicola Bottiglieri
Polemiche di fine anno

Cercasi cultura?

Veneziani, Giuli, Cardini: la destra litiga al suo interno per questioni di potere. Ma non si interroga su che cosa significhi fare cultura. Analizzare i problemi reali, per esempio...

Nei giorni scorsi è iniziata una polemica sulla “cultura di destra” del governo Meloni. Il filosofo Marcello Veneziani domenica 21 scorso su La Verità ha acceso il fuoco denunciando l’assenza di una “politica culturale” che camminasse di pari passo con le iniziative del governo. Il ministro Giuli si è sentito chiamato in causa ed ha risposto che queste critiche nascono da un “nemichettismo” nei suoi confronti, scaturito dall’invidia per non essere stato scelto a guidare il Ministero della Cultura. Mario Giordano ha scritto sempre su La Verità che Giuli si è arrabbiato perché Veneziani “non gli ha leccato gli stivali”. Il grande storico Franco Cardini mercoledì 24 dicembre nell’intervista a lui fatta da Francesco Bei su Repubblica ha confermato le osservazioni del filosofo, anzi ha aggiunto alcune considerazioni molto pesanti che di sicuro hanno avvelenato il cenone della vigilia di Natale a molti esponenti di questo governo. Probabilmente la polemica non finirà con le feste di Natale e credo arriverà fino all’Epifania per poi spegnersi con l’anno nuovo, sia perché incombono problemi più seri sul Paese, sia perché non si capisce quale intellettuale di destra possa smentire l’affermazione verissima e lapidaria di Franco Cardini: “La cultura di questa destra è da encefalogramma piatto”. Tuttavia, lo storico medioevista (che non è un uomo della sinistra, anzi) ha fatto una ulteriore affermazione molto interessante: “…non c’è nemmeno una rivista culturale. Quando hanno dei soprassalti fanno le mostre su D’Annunzio o su Tolkien, che conoscono anche i maestri di Vigevano e le casalinghe di Voghera per dimostrare che la cultura la fanno anche loro. Ma francamente è un po’ ridicolo”.

Ecco il punto: non c’è nemmeno una rivista culturale della destra!

Appena letta questa affermazione, mi sono chiesto come sia possibile questa mancanza. Per fare una rivista culturale ci vogliono meno soldi e persone che allestire una mostra o fare un festival come Atreju. Ed allora perché non c’è? Ma cosa è una rivista culturale?

Ho chiesto al computer una definizione e lui mi ha risposto così: “Una rivista culturale è un periodico cartaceo o digitale, che esplora in modo approfondito e critico vari aspetti della cultura (arte, scienza, letteratura, società, stili di vita) per un pubblico ampio, fornendo strumenti per il dibattito e la formazione di opinioni, spesso ospitando contributi di esperti e scrittori emergenti, e può essere generalista o focalizzata su specifici ambiti culturali”.

Leggendo questa definizione mi sono chiesto se l’attuale detentore del Ministero della Cultura (oppure il generale Vannacci) siano capaci di promuovere una rivista che rispetti la definizione appena data e sia all’altezza dei problemi dei tempi in cui viviamo. La risposta negativa non mi fa stare allegro. Una rivista presuppone una linea culturale che vada verso il futuro e sia capace di intervenire sul presente per indicare soluzioni ai problemi dell’attualità. Ora, mi chiedo, se questi non sono capaci di fare una rivista culturale, ma allora perché hanno vinto le elezioni? Basta gridare alcuni slogan in televisione? E se le elezioni si vincono gridando slogan in televisione a che serve la cultura? Ma, soprattutto, che senso ha fare una rivista culturale?

La domanda mi inquieta davvero perché io da poco ho fondato una rivista, Cantiere Mediterraneo, che ha una linea culturale molto chiara. L’Italia si trova nel mezzo del mare nostrum ma non ha una “coscienza culturale mediterranea” all’altezza dello spazio geografico che occupa. In sintesi, non sappiamo niente o molto poco dell’altra sponda, guardiamo più spesso all’Europa che all’Africa, all’America più che all’Oriente. Eppure, proprio dall’Africa stanno venendo i problemi più seri per il nostro paese e dall’America arrivano le linee politiche che stanno sconvolgendo la nostra economia. Credo che la frattura fra le due sponde operata dagli Arabi con l’occupazione delle coste africane fino alla Spagna nel 711 d.C. sia ancora viva, e che al tempo stesso sia venuto il tempo di “rammendare” quanto hanno in comune i popoli delle due sponde.

«Se volessimo rappresentare con un’immagine tratta dal mondo dell’arte della tessitura la realtà del Mediterraneo oggi, potremmo paragonarla ad un grande tappeto di colore azzurro nel quale i bordi, una volta riccamente istoriati, si sono sfrangiati e le figure si sono sbiadite. Anzi, se non vi poniamo rimedio, la cimosa dell’antico tessuto continuerà a sfilacciarsi sempre di più, arrivando a disfare l’intero tappeto, fino a cancellarne i colori preziosi e le figure che l’arricchivano. Gli aghi che ne devono “rammendare” gli orli non potranno mai essere i barconi degli scafisti, che muovendosi da un lato all’altro delle sue sponde sembrano riunire quanto fino ad ora è stato diviso, ma le azioni della politica e le penne degli scrittori che possono riannodare quanto fino ad ora è stato strappato».

Queste parole del mio editoriale vogliono sottolineare la comunanza di problemi fra le due sponde, a partire dalle migrazioni, dall’inquinamento da plastica, dalla distruzione del paesaggio costiero, sia nei confronti degli ulivi che delle palme, dai tubi che portano il gas fra le due sponde, fino alle guerre di Gaza e dell’Ucraina che pure si trovano nel nostro mare, ecc. Questa rivista cerca di coprire un vuoto, pertanto ha riunito un gruppo di persone che hanno a cuore lo stesso problema. Forse è questa la caratteristica di una rivista “riunire un gruppo di persone che hanno a cuore gli stessi problemi”. Eppure, di una rivista che affianchi questo governo ce ne sarebbe davvero bisogno, perché i problemi sono tanti e drammatici, alcuni di portata epocale e non credo che basti l’intelligenza del primo ministro per capirli. Anche perché, a quanto leggo su Repubblica di oggi “Il 70% delle sue dichiarazioni è risultato impreciso”.

Ci sarebbe bisogno di una profonda riflessione sulla trasformazione della società italiana, sulle conseguenze dell’Intelligenza Artificiale nella vita del Paese, sulla riduzione dell’inquinamento ambientale, sulle vere ragioni politiche e culturali che stanno creando un clima di guerra nell’Europa intera, senza dimenticare la realtà del continente africano, ma soprattutto sull’inarrestabile declino della “cultura europea” e del peso politico dell’Europa nel mondo. Una rivista che tocchi questi temi darebbe respiro al dibattito politico, invece quello che vedo è il solito “tirare a campare” come se il futuro non esistesse, dimenticando che nel futuro già ci siamo da tempo!


Accanto al titolo, un particolare de La scuola di Atene di Raffaello (1509-1510).

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