Una divagazione famigliare
Zio Seba
«Ora le dà le spalle per tostare le fette di pane e riempirle di aglio e pomodori. Ha modo così di osservare turbata le grandi spalle atletiche di zio Seba (diminutivo di Sebastiano), che paiono voler uscire dalla giacca azzurra del pigiama...»
Si è alzata presto, esausta dopo una notte faticosa. Marco, al suo fianco, sì è invece addormentato, soddisfatto come un bambino. Del resto, poche ore prima le è saltato addosso tre volte, consumando in fretta, al solito, le sue voglie, poco attento ad un’eventuale partecipazione di lei al tripudio. Sì, ha subito stancamente, e poco convinta, quegli assalti, sola pausa quando lui si infilava il preservativo con gesto meccanico, quasi un rituale medico. Ogni tanto per la verità ha emesso incerti gridolini, per lo più simulati, sapendo che quei suoni avviavano per fortuna l’atto al suo compimento. Ma il letto, la stanza, la villa toscana, le tendine verdi che schermavano le morbide colline “dipinte da Piero della Francesca, vedrai”, come le aveva preannunciato la madre del ragazzo, tutto le pare adesso troppo estraneo per rimanere tranquilla sotto le coperte. Già, lei si sente là, in quel paradiso, un’ospite provvisoria. Forse una escort a basso costo? Scendendo le scalette che conducevano nella grande cucina, le rosse pareti coperte da utensili fiammanti di rame, ha colto rumori eloquenti e ha capito sull’istante che lo zio di Marco stava di sotto, ben sveglio. E infatti, entrando nella stanza, accolta dall’aroma gradevole del caffè, l’ha scorto ancora in pigiama, i capelli giallo senape (tinti?) arruffati, che trafficava disinvolto con le tazzine. “Come mai così presto?”. La voce dell’uomo era cordiale e insieme fredda. E lei di nuovo si è sentita fuori posto, in mezzo a gente ricca e padrona della propria vita. “Non so, non riuscivo a dormire. Non ero nel mio letto, forse”, s’è scusata balbettando. La tuta grigia che indossava aumentava il suo disagio. Poteva essere certo più bella, se si fosse sistemata meglio l’aspetto, i capelli tagliati corti, minuta ma con un grande petto “burroso”, a detta di sua madre, e di cui va fiera. Lavoro di specchio e un po’ di trucco necessario a disperdere la fisiologia del risveglio. E invece ora si presentava come la natura l’aveva fatta, dopo una notte insonne. L’uomo continuava a fissarla, con un misto di curiosità indagatrice e di un mal celato, incomprensibile timore. Paura di lei, per caso? Ma come, lui ricco e famoso, psicologo conteso dalle televisioni nelle vesti di opinionista, in più padrone di quella villa a metà con la sorella avvocato, lui che il nipote Marco definiva “figo, cool, tutto a posto”? Certo, non appena lei lo guardava abbassava subito arrossendo la faccia da cammeo antico. Come mai, con tutte le ragazze che aveva? “A nastri”, assicurava il ragazzo orgoglioso della parentela. “Come lo trovi, allora?”, gli aveva chiesto dopo la cena a tre mentre se ne andavano a letto, a smaltire il Chianti e l’euforia della vacanza, per quanto riguardava però solo Marco, non certo lei, irritata di trovarsi un uomo di cinquant’anni, non previsto assolutamente, nella villa che avrebbe dovuta essere libera, loro soli soletti per un week end d’amore, la Bmw ronzante nel giardino immenso. Poi, quello aveva inserito la domanda inevitabile: “Da quanto state assieme?”, e lei, all’inizio tentata di allungare i tempi, ma frenata dal rischio di essere sbugiardata subito dopo, ha sussurrato tossendo “Due mesi”. E intanto era attratta dai piccoli brufoli giovanili sulla bella fronte dell’uomo. “Bravi, fate le cose in fretta, voi ragazzi”, quello aveva sentenziato con un’ammirazione un po’ esibita per essere sincera. “Ti preparo delle bruschette. Ti va?” e lei aveva ringraziato, pur dovendo ancora digerire il piatto colmo di affettati e la ribollita della sera prima, annaffiata da tutto quel vino trangugiato nervosamente. “E mia sorella che dice di questa liaison? Perché è severa l’avvocato, e naturalmente tanto gelosa”. Mentre lei sorrideva annuendo come un’ebete, lui proseguiva “Lo avrai capito da sola, lo vuole tutto per sé, il bimbo”.
Ora le dà le spalle per tostare le fette di pane e riempirle di aglio e pomodori. Ha modo così di osservare turbata le grandi spalle atletiche di zio Seba (diminutivo di Sebastiano), che paiono voler uscire dalla giacca azzurra del pigiama. Tanti sport pratica infatti lo zio, l’ha informata ingenuamente il nipote: cavallo, nuoto, tennis e tanta palestra, soprattutto tanta palestra. Se ne vedono i risultati. Marco, pigro e noncurante del proprio fisico, a ventun anni mostra un inizio di pancetta e spalle curve da vecchio precoce. Lui sfoggia viceversa con sobrietà un corpo vigoroso e vincente. Se si togliesse la giacca, resterebbe a torso nudo. Lei si chiede con improvviso tremore se abbia già fatto la doccia. Non ha udito scrosci e altri suoni affini, anche se l’uomo dorme in un’altra ala della villa. Ci sono in effetti tante ali in quella casa e lei pensa con strazio alla madre che affitta stanze nella loro casetta a Castello, ereditata dalla povera nonna, con un bagno e mezzo e un via vai indecoroso di brutti ceffi. Tutto in nero, ovvio. Il continuo terrore che ci sia un accertamento da parte della questura, o che qualche vicino faccia una denuncia. E in più sua madre se la spassa con un corriere ucraino di Amazon che avrà dieci anni di meno. Insomma, lei si vergogna, si vergogna sempre del suo stato. Eppure, sa che con quegli affitti loro sopravvivono e lei può persino fingere di frequentare la facoltà di legge, dove ha conosciuto Marco alla festa del Redentore. Con i fuochi, i primi baci violenti, cui lei ha risposto travolta dal profumo di ricchezza che il ragazzo mandava, a partire dalla Bmw con cui si era offerto di portarla in giro. E con orrore pensa se mai Marco si decidesse, in cambio di quelle penetrazioni compulsive, e vincendo il fuoco di sbarramento della sua famiglia, a chiederla in sposa, lei dovrebbe far invitare anche il corriere che parla un italiano ridicolo, con la vocina stridula e gli accenti assurdi. Non è possibile, si dice mentre afferra una bruschetta che l’uomo le porge. Le loro mani si sfiorano per un attimo e allora lei prende l’iniziativa e si mette a guardarlo in modo struggente. Abitualmente, a quel colpo d’occhio i maschi si sciolgono, anche i più grossolani e maleducati. Ma di nuovo l’uomo volta il capo dall’altra parte. Sta preparando la prima colazione per il nipote prediletto (non ci sono altri discendenti in famiglia) Ha cinquantun anni, zio Seba, già, l’età di suo padre, fuggito chissà dove, lontano da loro quando lei era una bambina balbuziente e presa in giro dalle compagne crudeli, nella scuoletta delle suore a San Canciano. Sua madre l’aveva allevata a pane e raccomandazioni “di non darla subito”, perché se la dai quelli non ti sposano. Ma da quando è cresciuta, ha ventidue anni, uno più del suo “amante”, ed è spuntato il corriere ucraino, la madre ha smesso con quei discorsi. E lei l’ha data a Marco subito, ed era vergine smaniosa di trovare un compagno e di salvarsi. Ma l’ha data troppo presto, ne è consapevole, non si è resa interessante agli occhi di quel ragazzo viziato, abituato a prendere quel che voleva. Inghiotte un pezzo molto unto di bruschetta e all’improvviso gli chiede come mai non si sia sposato. L’uomo sorride ambiguamente e accenna infastidito alla libertà, in quanto lui avrebbe proprio sposato la “signora libertà”, e poi con il suo lavoro non si vedeva tornare a casa, accolto da una mogliettina sospettosa e figliolanza vociante. “Per carità”, aggiunge per scusarsi della scelta eccentrica. La voce scivola sulle aspirate toscane, di un senese trapiantato a Venezia come la sorella. Insegna pure a filosofia, per un contratto a Ca’ Foscari. “Lo tengo finché non mi dà noia”, precisa livido. Ha occhi verdi, di gatto, e lei se lo vede allora a letto, al suo fianco, mentre si infila il preservativo. Le sue guance si fanno di fuoco. Dal ventre, le sale uno spossamento che la squassa tutta. Chiede dell’acqua. Poi grida dall’entusiasmo davanti al vassoio che zio Seba ha allestito nel frattempo, croissants, succo di arancia, e bruschetta, oltre alla teiera fumante. E proprio in quel momento irrompe Marco, in canottiera, spavaldo a rivendicare appetiti e priorità. “Ecco dov’era finita la mia grulla”, e lei si morde le labbra per non esplodere dalla rabbia e dal disgusto. Poi il ragazzo gemendo per la fame si avventa sul vassoio, dopo averle baciato i capelli. Una bestia, una bestia, lei sta con una bestia, peggiore del corriere ucraino. La sola differenza tra loro il fatto che Marco ha i soldi, le case, la cittadinanza, e sta nel suo paese a divorare quello che si trova davanti. E lei, mentre continua a fissare Seba con languore e malinconia, sperando che il nipote se ne accorga, capisce di essere solo una brioche per quella belva, la ragazza di una stagione, di una festa del Redentore. Poi, via, un calcio, avanti un’altra. Ma la prossima notte mentre quel mostriciattolo magro e peloso le andrà dentro senza domandare permesso lei almeno penserà intensamente a Zio Seba, alle spalle che spaccano la giacca azzurra, agli occhi in fondo timidi e restii a ricambiare l’occhiata di una giovane donna desiderante, e così potrà assicurarsi anche lei la sua parte di piacere, cui ha diritto. Ma è freddo con tutte, zio Seba? Oppure lo è solo con lei, avendo magari saputo della misera casa di Castello? Un uomo così bello e così solo? Non è strano?
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.