Diario di una spettatrice
Tennis senz’anima
Il nuovo film di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino ruota intorno al mondo del tennis senza spettacolarizzarlo. La storia, senza una vera anima, di un universo di sconfitti
Creare aspettative elevate su un film che sta per uscire con un lancio stampa ambizioso può rivelarsi controproducente, si sa che le aspettative sono destinate quasi sempre a essere deluse. È il caso del nuovo film di Andrea Di Stefano, Il maestro, il suo quarto lungometraggio fuori concorso alla Mostra di Venezia. Avevo letto con interesse il lungo dialogo tra il regista e lo scrittore Sandro Veronesi pubblicato dalla Lettura del Corriere della sera, un confronto che nasceva dai comuni ricordi adolescenziali sui campi da tennis e che raccontava la gestazione del film e le implicazioni mentali ed emotive dello sport one to one per eccellenza: l’avversario come specchio di se stessi e delle proprie fragilità, la necessità di accettare i propri limiti, la sconfitta come maestra di vita.
In effetti Il maestro è un film sulle sconfitte e i fallimenti della vita e il tennis è solo un pretesto motivato dall’esperienza personale del regista che lo giocò professionalmente da ragazzo come un altro regista, Matteo Garrone. Lo premetto per dire che la pellicola non ha niente a che vedere con l’esaltazione di uno sport ora di moda in Italia grazie a Jannik Sinner e agli altri grandi azzurri, insomma non c’entra con la spettacolarizzazione che ne aveva fatto Challengers di Luca Guadagnino.
Al contrario, i personaggi che raccontano la storia de Il maestro sono tutti degli sconfitti: il protagonista istruttore di tennis, anzi “maestro accompagnatore”, il ragazzino che lui allena, il padre esaltato del ragazzino, la madre dolente del ragazzino, l’anziana insegnante del maestro, la contessa che ha pagato la sua jeunesse dorée e la breve stagione delle sue vittorie, la giovane donna che lo ha atteso invano dopo che lui l’ha messa incinta. Tutti coinvolti nello stesso fallimentare sogno: il sogno di Raul Gatti di essere un campione della racchetta.
La storia brevemente, per ammissione dello stesso regista in gran parte autobiografica. Giugno 1989, nella luce dorata dei circoli di tennis un tredicenne talentuoso vince il torneo regionale e il padre Pietro Milella (il sempre bravo Giovanni Ludeno) è convinto di avere un campione in famiglia. Il ragazzino che si chiama Felice ma non lo è per niente, è timido, schiacciato dalle esagerate aspettative paterne. Infatti il genitore ingaggia, a suon di banconote da centomila lire, tutti i risparmi destinati alla vacanza della famiglia, un vero maestro che lo lanci nel circuito nazionale, un tennista che vanta un ottavo di finale al Foro Italico: Raul Gatti, ovvero Pierfrancesco Favino.
Ma il maestro si rivelerà – nel corso del loro vagabondare da una gara all’altra, circolo dopo circolo, sconfitta dopo sconfitta – un uomo totalmente incapace di infondere nel ragazzo quella determinazione e forza mentale necessarie a vincere perché lui stesso ne è privo: Gatti è in realtà un perdente a fine corsa con alle spalle un tentato suicidio e un ricovero per depressione. Ma ovviamente tutto questo il padre di Felice non lo sa.
Nel film si respira la sottile allegria dei naufragi, la malinconia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma il regista non trova parole e atmosfere originali per raccontare una storia che pure ha a che vedere coi suoi ricordi, la sua sceneggiatura ricalca per la gran parte dei 125 minuti del film i prevedibili cliché di tante pellicole del genere “ex campioni falliti in cerca di riscatto”, tanto che lo spettatore ha ben presto la sensazione del déjà vu.
Questo non avviene nelle uniche scene toccanti del film, quando Gatti ritorna al campetto abbandonato dove tutto ebbe inizio e lì ritrova la sua antica maestra Wilma interpretata dalla magnifica Dora Romano. Magnifica perché a lei basta un’inquadratura per fare vera una scena, senza dover dimostrare quanto è brava a recitare come fa sempre Favino, e questa avrebbe dovuto essere la cifra di tutto il film. Che invece, purtroppo, ha pure una scena imperdonabile: era proprio necessario staccare il Cristo dalla croce per mettergli in mano una racchetta e tirare un ace degno di Djokovic?
Per fortuna c’è la sorpresa del tredicenne Felice, l’esordiente Tiziano Menichelli, mancino come John McEnroe e Rafael Nadal, occhi neri spaesati davanti alla micidiale macchina tirapalle, ubbidente alle regole paterne, pieno di speranze che i “grandi” disilludono, un talento di disarmante naturalezza che surclassa persino Favino che gigioneggia nel personaggio del tennista fallito, la simpatica canaglia che le donne adorano, il guascone a cui tutto è perdonato e che alla fine precipita nel buco nero della depressione.
In fondo a questo film manca proprio un’anima, la sceneggiatura resta in superficie, intrappolata come Felice negli schemi che il padre architetta per farne un campione. Ma la vita non è uno schema di gioco, le vittorie non si conquistano seguendo A+B+C e neanche si fanno i buoni film. Il maestro avrebbe potuto essere e non è, esattamente come il personaggio che racconta. Per me resta quello cantato da Paolo Conte, il maestro che è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà.