Diario di una spettatrice
Sogno di confine
Il nuovo film di Michel Franco racconta una storia di passione e danza classica, con il dramma del conflitto tra Usa e Messico sullo sfondo. Peccato si smonti per eccessivo tono melodrammatico...
Confine tra Stati Uniti e Messico. Nel silenzio del deserto il gigantesco rimorchio di un tir è fermo sotto il sole a picco. Scende la notte e voci disperate chiedono aiuto, gli immigrati clandestini imprigionati al suo interno stanno soffocando. Nella confusione provocata dall’arrivo dei trafficanti, un giovane scappa e fa perdere le sue tracce. È affamato e disidratato, riesce a farsi caricare da un’auto e poi da un’altra, arriva a San Francisco. Riconosce una strada e una villa, trova la chiave nel posto che ricordava, entra, apre il frigo, mangia, beve, aspetta, si infila nel letto che già conosce, si addormenta. Lo sveglia una donna elegante e bellissima, la pelle diafana, i lunghi capelli rossi raccolti, il sorriso sulle labbra, lei lo guarda con tenerezza e desiderio. – Come sei arrivato? – Ho rischiato di morire per raggiungerti.
È evidente che i due si conoscono a memoria. Lui è Fernando Rodríguez, messicano, talento assoluto della danza classica. Lei è Jennifer McCarthy, americana, ereditiera di un impero e mondanissima. E i due sono amanti.
Inizia così Dreams, il nono film scritto, diretto, prodotto e montato dal regista messicano Michel Franco, presentato in concorso all’ultima Berlinale. Girato tra San Francisco e Città del Messico, il film ruota tutto intorno ai due protagonisti di una storia che non riguarda solo loro e l’irrefrenabile attrazione fisica che li travolge, ma ha a che vedere con il rapporto d’amore e odio che c’è tra Stati Uniti e Messico, oggi decisamente d’odio. Ed è questo secondo livello di lettura, lo dico subito, che secondo me alla fine compromette l’esito della pellicola, trascinandola in una deriva melodrammatica e forzata che il regista messicano – evidentemente fin troppo coinvolto – avrebbe dovuto gestire con ben altro distacco.
Prima di spiegare perché questo film non mi ha convinta quanto il suo precedente Memory – passò a Venezia nel 2023 ed era una meravigliosa pellicola sulla memoria perduta, la memoria che inganna, la memoria di ciò che è avvenuto e non può essere dimenticato – è necessario presentare i due protagonisti assoluti di questi Sogni che alla fine si trasformano in incubi: Isaac Hernández e Jessica Chastain.
Isaac è un attore messicano di 35 anni (nel film ne dimostra dieci di meno), ma soprattutto è nella vita il primo ballerino dell’American Ballet Theatre di New York, una delle compagnie di danza più prestigiose del mondo. Se ci sono delle scene che lo spettatore guarda rapito in estasi sono quelle che lo vedono piroettare ad altezze inverosimili con grand jeté che sfuggono alla forza di gravità. E ovviamente il suo corpo nelle scene di sesso è un gran bel vedere.
Jessica Chastain, già protagonista di Memory, ancora una volta dimostra la sua bravura e il suo coraggio, dando letteralmente corpo a una quarantenne complessa, attratta carnalmente dall’uomo più giovane e innamorato, ma consapevole dell’abisso che li separa e dei privilegi cui lei non intende rinunciare per amore di un clandestino che sopravvive piegando biancheria in un motel.
Il film racconta il loro inseguirsi e ritrovarsi, l’attrazione più forte dei rancori, la clandestinità di una relazione mal vista dalla famiglia di lui e ovviamente nascosta a quella di lei, fino alla decisione di Jennifer di denunciare Fernando all’immigrazione americana proprio quando il ballerino stava affermando il suo talento nella compagnia finanziata dalla fondazione McCarthy. Una mossa incomprensibile (o forse no) che scatenerà l’odio di Isaac e farà virare la sceneggiatura verso un esito tanto melodrammatico quanto forzato.
Ho molto apprezzato la scelta di Michel Franco di azzerare quasi completamente la colonna sonora dando spazio al silenzio e ai rumori in presa diretta. E ho apprezzato, oltre all’indubbia bravura degli interpreti, la sua abilità nel girare le scene di sesso che risultano verosimili senza mai scadere nel voyeurismo. Ma credo che l’eccessivo coinvolgimento personale del regista in una storia che ha a che fare in controluce con il dramma dei rapporti tra Stati Uniti e Messico, gli abbia fatto smarrire la distanza indispensabile a trattare l’argomento, portandolo verso un finale eccessivo.
Resta nello sguardo dello spettatore l’incanto per il pas de deux che apre Il lago dei cigni di Čajkovskij: Fernando volteggia senza peso mentre solleva l’amata come fosse una piuma, è il più celebre sogno d’amore della danza mondiale. Ma noi sappiamo che nella realtà i sogni sono tutta un’altra storia.