Barbro Guaccero
Un racconto di sapore "nordico"

Smarrita

«Mi guardai intorno. Non c’era nulla. Solo i suoni, gli alberi, i massi rotondi coperti di licheni, il luminoso muschio. Solo foresta. Tutta immobile. Il sole non era più allo zenit e l’aria non era più così afosa»...

Mi ero persa, avevo smarrito la bussola e mi ero inoltrata sempre più nella fitta foresta di abeti alti e scuri, dove il sole filtrava appena in veli sottili di luce, come un sentiero tracciato verso il cuore del bosco.

Faceva caldo, l’aria era afosa e immobile. Gli insetti ronzavano ipnotici. Licheni grigi pendevano come barbe dai rami degli abeti, e i massi di granito ricoperti di muschio si sollevavano in dolci gobbe verdastre.

Da lontano si udiva il mormorio di un ruscello.

Ero ormai profondamente immersa nel mondo degli animali. Nessun sentiero umano arrivava fin qui. Scricchiolii, sospiri, crepitii riempivano l’aria. Rimasi immobile, respirando; riempiendo le narici, i polmoni, tutto il corpo dell’aria verde, cristallina e vibrante, del profumo del bosco vivo, intatto: resina, aghi di abete, muschio, funghi, decomposizione — e poi qualcosa di estraneo, selvatico, pungente.

Lo zaino mi premeva contro la schiena. Mi sedetti sul muschio e me lo tolsi. Su un ramo vicino, un picchio mi osservava. Batté qualche colpo come un messaggio in codice Morse. Poco dopo, altri colpi risposero da varie direzioni del bosco e un cuculo cantò da sud, il cuculo che annuncia la morte. Poi calò il silenzio.

Il caldo di mezzogiorno mi dava sonnolenza. Mi sdraiai, con lo zaino come cuscino. E presto mi addormentai profondamente, senza sogni.

***

Noi osserviamo, vegliamo, attendiamo.

Il picchio ci ha avvertiti, il cuculo del sud ha cantato, i piccoli animali sono fuggiti.

Noi abbiamo visto. I nostri occhi hanno seguito ogni passo della creatura. Si è spinta dove non doveva entrare.

Il mondo delle creature è lontano, molto lontano, là fuori, dove tutto è bruciato, tutto è avvizzito. La loro presenza qui è presagio di morte, di distruzione. È nostro compito non lasciarli sfuggire. Ciò che hanno visto non deve essere visto da altri. Il sentiero che hanno trovato loro, non deve essere percorso da altri.

Conosciamo il nostro ruolo. La creatura non tornerà mai più nel suo mondo.

*** 

Il suono che mi svegliò somigliava a un mormorio, un ronzio all’unisono che cresceva e calava in intensità. Come un canto sommesso.

Mi guardai intorno. Non c’era nulla. Solo i suoni, gli alberi, i massi rotondi coperti di licheni, il luminoso muschio. Solo foresta. Tutta immobile.

Il sole non era più allo zenit e l’aria non era più così afosa. Presi la borraccia e bevvi qualche sorso prima di rimettermi in cammino. Gli scricchiolii, i sospiri, i mormorii mi circondavano come se fossero il respiro stesso del bosco.

Seguii la direzione del suono dell’acqua. Era sempre più vicino. Sembrava un ruscello. Lì avrei potuto passare la notte, riempire la borraccia, preparare un caffè.

Quel canto sommesso seguiva il mio cammino. A volte più forte, a volte più lieve. Quando mi fermavo per ascoltare, taceva anche lui, come se il bosco trattenesse il fiato. E appena riprendevo a camminare, ricominciava.

Non avevo ancora paura. Non era un suono minaccioso, non come un animale che difende il suo territorio, né come un richiamo d’allarme. Somigliava piuttosto a un canto basso, morbido, che accompagnava i miei passi.

L’acqua doveva essere vicinissima ormai. Deviando verso il mormorio, mi ritrovai davanti a un ruscello con una piccola cascata. Il canto del bosco era cessato. Sotto la cascata, il letto del ruscello si allargava formando uno specchio d’acqua.

Mi tolsi i vestiti e entrai nell’acqua. Era fresca e chiarissima. Nuotai e bevvi direttamente dalla superficie, come un cervo. L’acqua era buona, pura, quasi frizzante. Prima di uscire, bagnai i capelli e massaggiai il cuoio capelluto sudato. Poi mi misi ad asciugarmi negli ultimi raggi di sole, mentre pettinavo i nodi.

Allora il canto riprese, più forte, più profondo. Come un’orchestra che si accorda. Sembrava che le gobbe verdi di muschio si avvicinassero. Che tutta la foresta si stringesse attorno a me. Come se volesse ricacciarmi nell’acqua.

Mi rivestii in fretta. I tessuti si appiccicavano al mio corpo ancora umido. Li tiravo e strappavo per coprirmi. Intorno a me, il canto cresceva sempre di più. Il sole cominciava a tramontare, la mia paura cresceva. Non avevo montato la tenda, né acceso il fuoco. Stavo lì, con i capelli sgocciolanti d’acqua.

E quel canto si faceva sempre più intenso.

Allora mi venne un’idea.

— Hmmmm, emmmmm… — cantai dapprima piano, poi sempre più forte.

Una coppia di occhi divenne visibile, poi un’altra, e un’altra ancora. Alla fine ero circondata da un semicerchio di occhi che mi scrutavano dai grandi massi coperti di muschio. Occhi grandi, caldi, ambrati, fissavano i miei. Tutto il suolo sembrava animarsi. Ondeggiava, vibrava, cantava sempre più forte.

È così, mi chiesi, che si viene rapiti dalla foresta?

Rimasi immobile e continuai a cantare.

***

 Fummo colti di sorpresa: non accade spesso. Ma la creatura ci rispose. Sembrava un’altra lingua, forse di qualcuno delle foreste calde e umide del sud. Le creature di solito emettono suoni diversi, duri, spezzati, spaventosi. Ma questa creatura cantava – come noi. Poi si accovacciò – come noi – e allungò due braccia magre e pallide. Non come le nostre, forti, scure.

Tacemmo. La osservammo. Aspettammo.

***

Incontrai i loro occhi e attesi. Anch’io in silenzio. Poi una voce chiara cominciò a cantare, le più profonde le fecero eco, e sentii un suono che vibrava sulle mie labbra, giù nella gola, nel petto, nello stomaco, finché tutto il mio corpo cantava e vibrava insieme a loro, come un solo essere. L’aria tremava, gli insetti ronzavano, tutto mormorava, cantava, brontolava e vibrava. Mi chiamava, mi circondava, mi accoglieva nel suo mondo verde e oscuro.

Mi lasciai andare tra le creature morbide, muschiose, che cantavano insieme a me. Mi si raccolsero intorno, aprirono il loro mondo verde e scuro. Scivolai sotto il muschio, nella loro dimora.

E capii cosa fossero. Le Huldra, le guardiane del bosco. E io stavo per diventare una di loro.

Mormoravamo, ronzavamo, cantavamo sempre più forte. Sapevamo il nostro ruolo.

Osservare, vegliare, attendere.


(Le Huldra, o “signore del bosco”, sono spiriti femminili della mitologia nordica che proteggono la foresta. Il titolo svedese, Bergtagen, è un termine mitologico che significa “rapita dalla montagna”. Si riferisce a chi viene catturato dagli spiriti della montagna, dai troll o da altre creature della mitologia nordica).

Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.

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