Al teatro Argentina di Roma
Re Emma Dante
Il nuovo spettacolo di Emma Dante, tratto da un racconto di Basile, è un puro esercizio di manierismo scenico. Materiale perfetto per accarezzare le mode, non certo per riflettere
Quando alcuni giorni fa ho detto in un salotto romano che sarei andato a vedere Re Chicchinella di Emma Dante al Teatro Argentina, una gentildonna cortese mi ha avvertito che “nonostante ci fossero varie scene di nudi integrali piuttosto forti” si trattava di uno spettacolo interessante. Ho ripensato dentro di me quell’avvertimento preparandomi allo spettacolo e mi sono detto che era una buona idea tradurre la fisicità, anzi la corporeità di uno dei più intestinali autori della nostra storia letteraria, Giambattista Basile, in immagini di palcoscenico adeguate. Il racconto adattato da Emma Dante, e tratto da Lo cunto de li cunti, narra di un re di Napoli che, dovendo defecare in un prato, si pulisce il deretano con una gallina morta trovata dietro un cespuglio; la quale gallina però non era morta e “s’afferrò col becco alle chiappe del re”, insinuandosi dentro le sue viscere e portandolo alla morte lentamente, circondato da parenti e cortigiani interessati solo alle uova d’oro quotidianamente evacuate da quel sovrano sedere.
Una storia, insomma, che probabilmente era piaciuta a Pasolini, come il Decameron o I racconti di Canterbury: così mi sono seduto in teatro, pieno di benevolenza. Il quaderno di sala poi, mi ha ulteriormente tranquillizzato esibendo nella lista dei coproduttori una flotta armata di portaerei e corazzate pubbliche da intimidire qualunque malintenzionato: Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale; alle quali si aggiungeva in terra di Francia qualche più leggero incrociatore, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre Domaine d’O- Montpellier, ecc.; insomma, il tutto costituiva una vera e propria force de frappe, come avrebbe detto il Generale De Gaulle.
Dopo qualche tempo dall’apertura del sipario, tuttavia, qualche soprassalto di impazienza si è impadronito di me: emozione corporea non vuol dire necessariamente manierismo, anzi dovrebbe stare all’opposto del manierismo! E io continuavo a vedere una dozzina di attori ballerini impegnati generosamente in coreografie non indimenticabili, con teste di gallina e gonne ampie, sgranando rosari con crocifissi, volteggiando intorno al re come in una festa tarantolata, fino a esibire a braccia alzate tutti insieme dei gomitoli di spaghetti co’ a pummarola ‘n coppa, abilmente avvolti con forchette agilissime in una sarabanda indiavolata. Ogni tanto recitavano, certo, perché eravamo a teatro e il Ministero della Cultura elargisce contributi per la diffusione e la conoscenza della prosa teatrale: e la recitazione voleva essere ovviamente “straniata” o “grottesca” risultando invece semplicemente sopra le righe, senza nessun approfondimento espressivo. Ma attenzione, ero di fronte ad un esempio illustre di teatro antagonista e contemporaneo: dunque gli interpreti si spogliavano a un certo punto delle gonne per essere succintamente abbigliati con guépière e reggiseni e reggicalze in una corte sgangherata di nudi maschili e femminili, perché si sa che il problema dell’identità di genere è ormai il must della forma contemporanea. E trattandosi di letteratura napoletana, ab immemorabile legittimata a raccontarci i femminielli, tutto quell’universo ci stava come il cacio sui maccheroni, tanto per restare in tema. Una perfetta sintesi della pacificazione in atto tra il teatro antagonista e sovversivo e il nuovo potere culturale di destra, quello per intenderci della “riconoscibilità nazionale”: avanti compagni, purché i cartelloni siano in modo equanime attenti a entrambe le sensibilità.
E infatti eravamo nella sala principale del Teatro Nazionale della Capitale d’Italia e il pubblico alla fine ha applaudito contento, perché ormai il pubblico applaude sempre, come ci ha spiegato recentemente Umberto Orsini. Anch’io ho applaudito, un po’ più tepidamente: mi sono chiesto perché lo facevo e ho pensato che fosse perché ci erano stati risparmiati i fichi d’India, almeno questa volta, in palcoscenico.