Arturo Belluardo
Un importante convegno a Roma

Nel nome di Rabin

A trent'anni dall'omicidio di Itzhak Rabin, “Sinistra per Israele” ha organizzato un dibattito per rilanciare l'ipotesi di “due popoli in due Stati”. Proprio nel nome dello statista israeliano che la lanciò con la pace di Oslo

Lo scorso 20 novembre si è tenuta all’Hotel Quirinale di Roma la conferenza “30 anni dall’assassinio di Rabin – Se vivi su un’isola fai amicizia col mare” organizzata dall’Associazione “Sinistra per Israele – Due popoli due stati” (SxI). In occasione dell’anniversario dall’uccisione del premier israeliano Itzhak Rabin (avvenuta il 4 novembre 2025), fautore assieme al leader palestinese Yasser Arafat degli accordi di pace di Oslo, SxI ha condiviso un nuovo e approfondito momento di riflessione, proponendosi come “l’unica organizzazione in Italia che sta tentando di coltivare relazioni e di progettare iniziative insieme a chi è sul campo” così Marco Pierini, del coordinamento nazionale di SxI: “Lo abbiamo fatto e lo facciamo con i dissidenti gazawi in esilio, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i Democratici israeliani, lo abbiamo fatto e lo facciamo con i soggetti della società civile impegnati nella battaglia per la democrazia e per la pace.”

Missione questa che ha visto l’Associazione aggredita da più fronti, specialmente da sinistra (si veda il recente violentissimo attacco sferratole dai Giovani Democratici di Bergamo), per non parlare delle contestazioni e censure subite dal suo Presidente, Emanuele Fiano. Ciononostante, SxI continua con pervicace tenacia a tendere un filo che si assottiglia sempre di più, a rinfocolare una microscopica fiammella di speranza, l’ostinata caparbietà di chi vuole tornare a sorridere.

È lo stesso Fiano, infatti, a ricordarci il significato ebraico del nome di Rabin. “Yitzhak significa “ella rise”. È il nome che nella Torah viene dato al figlio di Sara e Abramo. Sara era così anziana che quando le fu annunciato che avrebbe avuto un figlio rise. Le sembrava impossibile che dopo novant’anni di vita potesse ancora generare. E rise. Rise di incredulità, di stupore, forse di paura. Eppure quel figlio nacque, prese quel nome. E continuò nella narrazione biblica la progenie del popolo ebraico.

Un po’ come Sara, anche noi oggi facciamo fatica perfino a immaginare che il sogno di Yitzhak Rabin, il suo sogno di pace, possa ancora realizzarsi. Ebbene quella forza straordinaria che Rabin mise nel progetto di pace, in quel percorso per arrivare al mutuo riconoscimento tra israeliani e palestinesi, è ancora oggi la radice della nostra speranza.”

Come si declina nel concreto la speranza? Come si esce dalla semplice enunciazione della formula “Due Popoli Due Stati”, ripetuta talmente tanto da destra a sinistra da svuotarla quasi di significato?

È proprio questo lo sforzo che la conferenza di SxI ha cercato di fare, riempiendola di contenuti e proposte.

Si è partiti dalla frase di Rabin, “Se vivi su un’isola fai amicizia col mare”, evidenziando, grazie al professor Benny Morris, il quadro storico e psicologico che ha portato tutti i grandi profeti di pace alla medesima riflessione: la pace la fai con chi hai davanti, con il tuo nemico, con il mare, per l’appunto. E se sai che le sue mani sono sporche del sangue dei tuoi, sai anche che le tue mani ne grondano altrettanto.

Rabin non era nato come un uomo di pace, è sempre stato un militare sin dalla nascita di Israele: ufficiale del Palmach (l’esercito israeliano prima della creazione dello Stato) sgombera, su ordine di Ben Gurion, interi villaggi palestinesi; prosegue la sua carriera fino a diventare Capo di Stato Maggiore, Ambasciatore negli USA, Premier. In piena Intifada, comprende che la pace non arriva quando le condizioni sono perfette, arriva quando qualcuno decide di provarci davvero: l’unico modo per porre fine alla spirale di morte e violenza è dialogare con Yasser Arafat, in un percorso lungo e pieno di ostacoli, di cui sono stati protagonisti Yossi Beilin da parte israeliana e Samieh El-Abed da parte palestinese. I due diplomatici, protagonisti della conferenza di SxI, hanno raccontato di come sia nata un’amicizia profonda dalla loro collaborazione, di come il sapere di poter contare in qualsiasi momento sulla disponibilità dell’altro, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per discutere ogni dettaglio dell’accordo abbia fatto trovare una soluzione di soddisfazione per entrambi i nemici.

Il percorso si conclude il 24 settembre 1995, a Washington davanti al presidente americano Clinton, a re Hussein di Giordania e ai rappresentanti di Russia, Egitto, Giordania, Unione Europea.

Ma il ritorno in patria non è facile per Rabin, la destra israeliana, aizzata da Bibi Nethanyahu, spara a zero sull’accordo. E qualcuno spara davvero: il 4 novembre: un seguace di Nethanyahu, Yigal Amir, uccide Rabin colpendolo alle spalle durante una manifestazione per la pace a Tel Aviv.

E da lì gli accordi di Oslo sono naufragati.

Oggi si apre un nuovo scenario: la pace-tregua di Trump tra Israele e Hamas è stata ratificata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con 13 voti a favore (e le astensioni di Cina e Russia) e prevede il disarmo di Hamas, la supervisione del “Board of Peace” a trazione statunitense e l’istituzione di una forza di stabilizzazione sul campo nata per sovrintendere al disarmo e garantire la sicurezza dei confini per consentire la ricostruzione della Striscia di Gaza. E la risoluzione parla anche dell’opzione di uno Stato palestinese.

Ma il punto dolente, il vulnus dell’accordo è proprio lì, come fa notare il deputato PD Piero Fassino: al di là del rifiuto da parte del governo Nethanyahu di riconoscere lo stato di Palestina, quello su cui tace la pace trumpiana è l’assetto della Cisgiordania, dove i coloni israeliani abusivi sono ormai 700.000, un numero enorme, e che non hanno nessuna intenzione di andarsene. Anzi, continuano la loro espansione con un’aggressività e una violenza sempre crescenti (interessante che il termine ebraico per violenza sia proprio Hamas…).

Ed è qui che si innesta la proposta concreta portata a Roma da SxI, il ponte gettato da Yossi Beilin e Samieh El-Abed, una soluzione possibile al conflitto: l’ipotesi della costituzione di una confederazione tra Israele e Palestina sulla falsariga dell’Unione Europea.

Un’ipotesi che, filosoficamente, si basa sulla possibilità che oggi, per la prima volta, israeliani e palestinesi, pur mantenendo ciascuno una propria narrativa sul passato, possano condividere un’idea di presente. E sarebbe questo il modo di risolvere in modo non traumatico il problema posto dal gran numero di cittadini israeliani che, attualmente, vivono negli insediamenti de facto disseminati in Cisgiordania.

Da un lato, si potrebbe pensare a degli scambi di territori, tali per cui almeno una parte di questi israeliani verrebbero a trovarsi in territorio israeliano. Gli altri potrebbero o continuare ad avere la residenza in Palestina mantenendo però la cittadinanza israeliana o ritornare in Israele con agevolazioni e compensazioni economiche. Analogamente, potrebbero esserci dei cittadini palestinesi residenti nella eventuale nuova configurazione dello Stato di Israele.

Una proposta forte, coraggiosa, tracciata nei minimi dettagli sulle mappe dai due ex-diplomatici, dai due amici.

Certo ci vorrebbe un leader israeliano della caratura di Rabin, e ci vorrebbe il rilascio di Barghouti, unico leader palestinese giudicato in grado di intraprendere un serio percorso di pace.

L’incontro si è concluso con un ricordo di Re Hussein di Giordania da parte di Yossi Beilin: era il 1998, il vecchio re era molto malato ed era ricoverato negli Usa alla Mayo Clinic. Beilin decise di andarlo a trovare. “Sembrava un ospedale come gli altri” ricorda l’israeliano “ma mi accorsi della differenza quando arrivai al piano del re, tappeti ovunque”. Il re accolse con calore l’amico, con cui aveva condiviso l’intero percorso di pace di Oslo. “Era elegantissimo, con una giacca bianca e la cravatta, non sembrava in fin di vita. Prima di andare via, mi prese una mano tra le sue e mi chiese: “Ma secondo lei sarà possibile tornare al 3 novembre”. Gli risposi di sì. Iniziò a piovere molto forte e mentre andavo via nella pioggia, mi chiesi se avessi mentito al re. In quel momento, ho promesso a me stesso che non gli avrei mai mentito, questa è la mia speranza”.

E questa deve essere la nostra speranza, la nostra promessa.

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