Ida Meneghello
Al Belvedere del Palazzo Reale di Napoli

Napoli è Totò

Finalmente una grande mostra - curata dall'antropologo Marino Niola - rende omaggio al genio di Totò. Un attore che ha saputo dare corpo, anima e smorfie alla sua città

«Io sono parte-nopèo e parte napoletano, quindi sono napoletano due volte», gli piaceva ripetere. Un napoletano al quadrato che non ha mai interrotto il legame fortissimo con le sue radici anche quando il teatro e il cinema lo portarono a vivere definitivamente a Roma e la fama fece fare alla sua faccia il giro del mondo. Ci volevano i duemilacinquecento anni della fondazione di Neapolis per celebrare il legame indissolubile tra la città e la sua maschera per eccellenza, lo scugnizzo del Rione Sanità, il principe di Bisanzio con dieci nomi al seguito del blasone, o più semplicemente con colui che incarnò l’anima profonda e vera della città-mondo che è Napoli: Antonio de Curtis, in arte Totò. Semmai è sorprendente constatare che questa celebrazione non sia avvenuta prima e non abbia ancora prodotto un museo permanente nel capoluogo campano. Anche se lui, con la sua faccia cubista dominata da quel naso sbilenco, accoglierebbe l’idea con uno sberleffo e il suo “bazzecole, quisquilie, pinzellacchere!” Aggiungendo con un’alzata di spalle “ma mi faccia il piacere!”.

A colmare questa “dimenticanza” arriva finalmente la mostra Totò e la sua Napoli, inaugurata nella sala Belvedere di Palazzo Reale lo scorso 31 ottobre e aperta fino al 25 gennaio 2026. Un viaggio affascinante che sbarcherà nei prossimi mesi persino a New York e che ricostruisce tappa per tappa le origini e i magnifici sviluppi di questo rapporto inscindibile. La mostra è organizzata dall’imprenditore Alessandro Nicosia e curata dal più autorevole antropologo italiano che di Napoli e delle sue anime (vive e morte) sa proprio tutto essendo anche lui partenopeo: Marino Niola.

«È impossibile parlare di Totò senza parlare di Napoli, la grande sorgente della sua attorialità ma anche della sua personalità. Della sua capacità di essere uno, nessuno e centomila – spiega Niola –. Di fatto Totò riassume le mille identità di una Napoli che diventa teatro universale, grande metafora della condizione umana. La città lo ha amato moltissimo e incondizionatamente perché ciascun napoletano si è riconosciuto in una delle mille sfaccettature di questa maschera interclassista. Partenope ha modellato Totò e Totò ha rimodellato Partenope in tutta la sua miseria e nobiltà, facendone un simbolo che rappresenta tutti coloro che in ogni paese del mondo si sentono vesuviani. Totò era la maschera perfetta di Napoli, una città-mondo che è facile riconoscere ma che è difficile conoscere. E che lui ha trasformato in una umanissima metafora che fa di Partenope un luogo dell’anima e proietta Napoli oltre Napoli».

Ecco dunque i capitoli di questa storia romanzesca. Che ovviamente inizia nel Rione Sanità dove Totò nacque nel 1898, figlio di una relazione clandestina tra Giuseppe de Curtis e la diciassettenne Anna Clemente (il padre lo riconobbe solo nel 1920 e il piccolo Antonio visse l’infanzia e l’adolescenza col “marchio” del figlio di NN). L’infanzia di Antonio si costruisce sulle mancanze – dell’affetto di una famiglia, della certezza dei pasti – la miseria modella la malinconia dell’artista come per Charlie Chaplin e getta le fondamenta dell’uomo generoso che diventerà. I vicoli stretti e i luoghi sacri della Sanità sono i primi palcoscenici delle sue esibizioni, della sua creatività istintiva che nasce spiando le persone per strada e che lo lancia nel variété, una nuova commedia dell’arte con maschere drammaticamente vere.

Ed è a teatro che nel 1920 nasce Totò, con la bombetta, il frac sdrucito e larghissimo, i pantaloni troppi corti a zompafossi e i calzini a righe. Una persona-maschera che crescerà anche grazie all’incontro con amici che lo accompagneranno per tutta la vita: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Nino Taranto, Tina Pica, Carlo Croccolo.

La poesia e la musica rappresentano un’altra faccia dell’arte di Totò e la dimensione in cui il legame con Napoli si fa ancora più intimo e profondo, anche se lui non sa leggere le note e suona il pianoforte con due dita. Con le canzoni Totò esprime il suo amore per la città di nascita e per le umanissime vicissitudini della sua gente, a cominciare da lui che ama e soffre e si ingelosisce e sempre ricorda nella lontananza dell’assenza. Ce lo raccontano gli spartiti di Malafemmena e delle altre canzoni che portano la sua firma.

E poi c’è il cinema che porterà la sua faccia in tutto il mondo. 97 film diretti da 42 registi, da Mario Mattoli a Steno, da Camillo Mastrocinque a Sergio Corbucci, da Mario Monicelli fino a Pier Paolo Pasolini. Quasi sempre da protagonista, stroncato in vita dai critici cinematografici, riconosciuto dopo la morte per quel gran genio comico che era. La mostra riunisce locandine e spezzoni di pellicole per il godimento dei visitatori che non vorrebbero più andarsene.

Le tappe conclusive del viaggio raccontano il legame indissolubile di Totò con la sua Napoli nei momenti della gioia e della tristezza: i ristoranti che lui amava frequentare quando era in città (come la celebre Bersagliera a Borgo Marinari davanti a Castel dell’Ovo); la folla oceanica che accolse la sua salma il 17 aprile 1967 per piangere, insieme a Nino Taranto che recitò l’orazione funebre, la sua anima più vera che preferisce sempre ridere anche quando restano solo le lacrime.

«La mia tecnica è l’istinto. Il comico nasce, non diventa comico. Si può diventare anche comico per forza, ma allora si è leziosi, si è falsi. Mentre il comico è quello istintivo, non c’è niente da fare. Io ho una comicità istintiva che porto nel mio lavoro e che all’inizio può non far ridere, ma poi, piano piano… come lo scultore che ha un pezzo di creta che plasma piano piano…».

E noi siamo ancora qui a ridere e piangere con quel pezzo di creta.

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