Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Le due Parigi

La Parigi degli impressionisti e quella di oggi si sovrappongono nel nuovo, imperdibile film di Cédric Klapisch: quattro cugini inconsapevoli trovano un “tesoro” nel loro ignoto passato

A consolare l’autunno del nostro scontento ci sono nelle sale tre film secondo me imperdibili, legati tra loro da un paio di coincidenze: la prima è che la sceneggiatura è dello stesso regista, a conferma che il primo valore aggiunto di un film sta nella scrittura, con buona pace di chi si affida solo alla notorietà degli attori o al contrario si sente autorizzato a improvvisare pellicole improbabili. La seconda coincidenza è che sono tutti passati da Cannes: sono la Palma d’oro Un semplice incidente di Jafar Panahi, Giovani madri dei fratelli Dardenne premiato per la migliore sceneggiatura e infine una pellicola presentata fuori concorso, scritta e diretta dal regista Cédric Klapisch: La venue de l’avenir ovvero I colori del tempo. Dei primi due ho già scritto e qui scrivo del terzo.

Il film potrebbe avere in esergo la celebre frase di William Faulkner: “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato.”

Trenta perfetti sconosciuti vengono convocati da un colosso della grande distribuzione francese e scoprono di avere in comune un’antenata vissuta in Normandia nella seconda metà dell’Ottocento, Adèle Meunier. Il motivo della convocazione è che sono tutti eredi di una proprietà apparentemente insignificante – una casa diroccata e un terreno – che però interessa all’azienda che intende costruire proprio là un centro commerciale e un gigantesco parcheggio.

Da questa idea iniziale ha origine una sceneggiatura di rara intelligenza e di incantevole eleganza che incrocia piani temporali diversi – la Parigi della Belle Époque e la Parigi contemporanea – grazie a un montaggio millimetrico che fa interagire i protagonisti di allora con la progenie di oltre un secolo dopo. Finché, grazie all’ayahuasca, a un certo punto avverrà l’incredibile incontro tra passato e presente.

L’impressione iniziale dello spettatore richiama inevitabilmente il film di Woody Allen Midnight in Paris; ma la sceneggiatura di Klapisch non gioca sugli aspetti comici, suggerisce invece una riflessione più profonda sugli incontri inattesi della vita e sulla scoperta delle radici familiari di cui spesso non sappiamo niente. Gli eredi affidano a quattro di loro la valutazione se cedere o meno alle pressioni dell’azienda e così i novelli “cugini” entrano nella casa abbandonata dai giorni della guerra per scoprire cosa contiene. I quattro sono l’apicultore Guy, l’insegnante di liceo Abdelkrim, l’ingegnere Céline e il giovane film maker Seb. Mentre i quattro esplorano le tracce lasciate dalla loro antenata, tra vecchie foto e oggetti di una quotidianità dimenticata, il passato fa capolino nel presente attraverso il racconto delle vicissitudini affrontate da Adèle che a vent’anni, analfabeta e ingenua, lascia la Normandia per cercare sua madre a Parigi.

La sovrapposizione dei luoghi della Parigi contemporanea e della città di fine Ottocento con la Tour Eiffel appena inaugurata è perfetta. A Montmartre, con lo sfondo del Sacré-Coeur in costruzione, Adèle incontra la madre Odette che lavora in un bordello di lusso e due giovani amici, un pittore e un fotografo, che incarnano il passato e il futuro della creatività artistica e sono a loro volta lo specchio degli stessi incontri fatti vent’anni prima dalla madre che aveva avuto come amanti niente meno che il fotografo Félix Nadar e il pittore Claude Monet. Ovvero il padre di Adèle.

Klapisch ha un tocco magico nel coniugare elementi reali e finzione in questo racconto che incrocia costantemente passato e presente. Fino a concedersi la comicità della situazione (questa sì alla Woody Allen) in cui si trovano i quattro catapultati nel 1874 dalle allucinazioni indotte dall’ayahuasca: alla prima mostra degli impressionisti, nella galleria del fotografo Nadar, viene esposto il quadro di Monet che darà il nome al nuovo movimento artistico: Impression, soleil levant. E là Victor Hugo ci proverà con la fascinosa ingegnere Céline, mentre la critica Calixte (la sempre brava Cécile de France) salterà al collo del giornalista Louis Leroy, reo di aver inventato il termine “impressionismo” con una valenza spregiativa.

La pellicola, grazie alla fotografia di Alexis Kavyrchine, delizia lo sguardo riproducendo in ogni inquadratura le pennellate e i colori dei paesaggi e dei quadri impressionisti: non è un caso che la scena iniziale e quella finale siano girate nello stesso luogo iconico, la sala che ospita il ciclo delle Ninfee di Monet al Museo dell’Orangerie. Ma mentre la scena iniziale mostra l’abisso che separa quel passato dalla volgarità del presente, nella scena finale i due piani temporali si congiungono nell’abbraccio di Seb con Fleur (la cantautrice Pomme).

Una battuta sugli interpreti. La protagonista Adèle è la giovanissima attrice e regista francese Suzanne Lindon, figlia del grande Vincent e dell’attrice Sandrine Kiberlain: entra nel personaggio con naturalezza e innocenza incantevoli. Tra i quattro “cugini“ che alla fine scopriranno il tesoro nascosto tra le macerie della casa spicca Vincent Macaigne, ovvero l’apicultore, ironia e sorriso irresistibili (l’abbiamo appena visto nel film “Trois amies”). Ma è tutto il cast che con partecipazione e sensibilità rende credibile la storia inventata da Klapisch.

Vedendo I colori del tempo allo spettatore non resta che constatare una volta di più che film così i registi italiani non sanno più immaginarli e neanche scriverli e dirigerli, perché da anni hanno perso lo sguardo che rende leggera e insieme profonda una storia che ha sì i toni della commedia, ma non la banalità di personaggi e situazioni già visti, come spesso avviene nel cinema nostrano. Mentre Klapisch e altri registi francesi (penso a François Ozon, Robert Guédiguian, Emmanuel Mouret, Carine Tardieu) sanno ancora raccontarci con un sorriso la “comédie humaine” della nostra vita meravigliosa che sempre ci meraviglia.

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