Un saggio pubblicato da Laterza
La scoperta delle Cinque Terre
Emanuela Cavallo e Marco Ferrari hanno raccontato in un libro le Cinque Terre nella storia dell'arte. Anticipiamo il capitolo su Telemaco Signorini, il primo a "scoprire" nella sua pittura quel paradiso...
Un volume dedicato alle presenze artistiche alla Cinque Terre dalla prima scoperta di Telemaco Signorini nel 1860 assieme a Vincenzo Cabianca e Cristiano Banti sino all’attualità, al forte legame che Maria e Michelangelo Pistoletto, ai quali è dedicato il volume, mantengono con Corniglia dagli anni Sessanta a oggi. Questo il contenuto del libro “Artisti alle Cinque Terre” di Emanuela Cavallo e Marco Ferrari edito da Laterza. Un paesaggio per essere bello deve mostrare anche la propria anima: così è per le Cinque Terre. Questo libro racconta per la prima volta, salvandola dall’oblio, la storia della pittura delle Cinque Terre in epoca moderna, trasformandola in memoria. Dopo i Macchiaioli è toccato ad altri paesaggisti ritrarre angoli e anfratti in riva al mar Ligure, come Discovolo e Caselli, finché Renato Birolli non è riuscito a modernizzare la sostanza dei luoghi interpretando in chiave astratta l’asprezza vertiginosa del paesaggio, la geometria dei vigneti, la vastità del mare, fenomeni come la vendemmia, le mareggiate e gli incendi. Birolli scoprì le Cinque Terre grazie alla Festa ai Pittori organizzata dal dopoguerra da Dario Capellini, vero artefice del rapporto tra paesaggio e pittori. Ma è stata Vernazza la culla dell’Arte Povera con la presenza di grandi maestri come Alighiero Boetti e Michelangelo Pistoletto, che poi ha trovato casa a Corniglia. Il viaggio si conclude davanti a una villa a Fegina, nel comune di Monterosso, culla poetica di Eugenio Montale di cui si è celebrato il centenario di Ossi di seppia e il cinquantennale del Premio Nobel. È sempre lui, con la sua inquietudine, a porci ancora oggi la domanda sul rapporto tra paesaggio e ispirazione artistica, nel momento in cui le Cinque Terre sono diventate una delle mete turistiche più ambite al mondo. Di seguito un estratto del primo capitolo del libro, per gentile concessione degli autori e dell’editore.
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Il primo ad avventurarsi oltre le colline del Golfo della Spezia fu Telemaco Signorini (Firenze, 18 agosto 1835 – Firenze, 10 febbraio 1901). Dopo aver studiato alla Scuola libera del Nudo all’Accademia fiorentina, frequentò il Caffè Michelangiolo e fu il primo a illustrare le novità espressive della “macchia”. Il pittore fiorentino nel 1858, in viaggio con il padre, anch’egli pittore, raggiunse per la prima volta il Golfo della Spezia, prima di arruolarsi volontario con Garibaldi. In seguito, torna nella cittadina con Vincenzo Cabianca, attirati là dai racconti di altri colleghi che avevano conosciuto la luce prorompente del levante ligure come Niccolò Barabino, Ernesto Rayper, Lorenzo Gelati e altri che frequentavano il Caffè Michelangelo di Firenze. Fu nel luglio 1860, in viaggio con Vincenzo Cabianca e Cristiano Banti, per la prima volta Signorini scoprì Riomaggiore.
Nei suoi “Diari” l’artista fiorentino narra che una mattina d’estate i tre incontrarono al mercato della Spezia alcune «donne in un costume stranissimo e sommamente pittorico». Chiesero di dove fossero e scoprirono che erano di Biassa, un borgo collinare tra La Spezia e Riomaggiore. Chiesero se potessero risalire con loro sino al loro paese, ma rimasero delusi perché da lassù il mare non si vedeva. «Se volete avere una bella vista del mare fino a scorgere il fanale di Genova – confidò un giovane di Biassa – girate il Forte e arriverete al Santuario di Montenero, di là vedrete tutte le Cinque Terre». Passando dalla vetta, si fecero accompagnare al santuario dove scorsero l’intero arco delle Cinque Terre, da Riomaggiore a Punta Mesco. Erano affascinati da quella scoperta, un paesaggio intatto, terrazzato, scosceso, con ridici vallone che piombavano al mare. «Sotto di noi – scrive Signorini – a milleduegento metri, a’ piedi del monte che scendeva a picco sul mare, la punta del Cavo; di là, muovendo a ponente verso Genova, la punta del Mesco; e in questa vasta insenatura, in cinque piccoli golfi, cinque paesi, le Cinque Terre. Sotto i nostri piedi, come una polvere bianchiccia tra il verde delle vigne, chiuse in una stretta gola di monti, le case del capoluogo di questi cinque paesi, Riomaggiore; poi, al di là del monte, Manarola; poi, sopra una vasta spiaggia, Corniglia; dopo, al di là di altri monti, Vernazza; ultimo, ben schierato sulla spiaggia, tra molti boschi di ulivi e di aranci, ai piedi del Mesco, Monterosso». Per nulla spaventati dal caldo estivo, «Il sole non ci abbruciava più. La strada, percorsa d’un fiato, tutta a scale, ci sembrava più piana di un viale delle cascine», Signorini, Banti e Cabianca scesero nel piccolo borgo ma ebbero subito una pessima impressione, vista la scontrosità degli abitanti.
«I primi tre corsari Achei che secoli indietro scesero fra queste scogliere e vi piantarono Riomaggiore non dovevano avere spaventato più di noi i pochi pastori erranti che vi trovarono, di quello che si spaventassero alle nostre domande i primi abitanti ai quali ci indirizzammo. Così che, affranti dalla sete e dalla fame, sostenuti solo dal grande entusiasmo dell’arte, davanti a così straordinaria natura, non si ebbe neppure il refrigerio di un bicchier d’acqua, né d’un morso di pane» scrisse Signorini. Camminarono lungo il fiumiciattolo che scendeva tra due coste di case assai misere e fatiscenti, ma quando furono in fondo il paesaggio finalmente si allargò ai loro occhi: «Il Rio, che giù dalla valle precipitando al mare – scrive ancora il pittore fiorentino – percorre il paese, era bordeggiato allora, più che da case, da orride spelonche dalle quali pioveva nel Rio ogni sorta di sozzura. Il puzzo dell’escremento umano soffocante. Non una bottega, non un abitante che alla nostra vista non si rintanasse. E noi, tra quelle nere e sozze tane, tra quel precipizio di volte e di scale puzzolenti, scendemmo dalla stretta gola dello scalo, alla marina. E là si ebbe il risveglio il più voluttuoso di tutti i nostri sensi. La nostra vista, uscita dalle tenebre, spaziò negli infiniti azzurri di quelle profondità smeraldine. L’olfatto si inebriò di quel salso e penetrante odore marino. L’udito gioì del suono solenne dell’onda vittoriosa, che, col suo movimento ritmico, flagellava indomite le rocce dirupate e strappava di bocca al Rio, che ci si precipitava, le umane immondizie, purificandole e sperdendole nell’infinito suo seno eternamente sano e pulito. Calmato il nostro entusiasmo, era forza pensare al ritorno; e allora, sotto lo stesso torrido sole, si impresse l’ascensione del Santuario di Montenero, e di là a Biassa; poi, per le fresche valli d’ulivi, ritornammo a Spezia».
Dal 1881 Signorini prese a frequentare Riomaggiore con una certa frequenza, sino al 1899, grazie alla nuova linea ferrata che collegava Spezia a Sestri Levante togliendo le Cinque Terre dall’atavico isolamento. Per primo contattò il pittore genovese Niccolò Barabino, che a sua volta lo raccomandò allo spezzino Agostino Fossati, il quale si impegnò a fare da guida al fiorentino.
«Quattordici anni dopo, nel 1874, – scrive ancora Signorini – la ferrovia che da Spezia va a Genova rese inutile l’antica strada del Bracco che, per Borghetto e Mattarana scendendo a Sestri, passava dietro alle Cinque Terre a grande distanza da loro e le isolava da ogni comunicazione, segregandole fra le scogliere il mare. Oggi la ferrovia fora coteste scogliere e, infilando le Cinque Terre, esce per la galleria del Mesco, a Levanto; incontra al di là meno orride rupi a Bonassola, a Deiva, a Framura; giunge a Sestri dove incominciano le dipinte ville liguri, i deliziosi boschi di aranci e d’ulivi, a Rapallo, a Santa Margherita, a Portofino; poi le industriose officine levano al cielo le fumanti ciminiere, poi i sobborghi popolatissimi, poi Genova la superba.
Fu allora che in me, più che ne’ miei amici, nacque l’ardente desiderio di rivedere Riomaggiore. La facilità d’andare in ferrovia e la speranza di trovare questo paese meno renitente alla civiltà, per il cambiamento che i tempi nuovi dovevano averci prodotto, mi fecero comunicare questo desiderio a Niccolò Barabino ed egli, con la cortesia che lo distingueva, mi procurò una lettera per Fossati, pittore di Spezia, che certo là doveva averci conoscenze. Così ventuno anni dopo, nel 1881, con questa lettera di Barabino andai a Spezia e dal Fossati fui condotto a Riomaggiore. Per questo, come lo immaginavo, le condizioni fossero in venti anni assai cambiate in sotto tutti i rapporti, pure il paese era allora mille volte più selvaggio di quello che lo sia oggi».
Dal suo lavoro artistico scaturisce il primo vero reportage antropologico sulle Cinque Terre poiché egli pone al centro del racconto le persone, i volti, le espressioni, gli usi, i costumi, le attività professionali e domestiche, ma anche i lidi marini, le barche, gli squarci di paesaggi che ci offrono un affresco storico di Riomaggiore. Quello di Signorini è uno dei migliori prodotti del naturalismo tardo ottocentesco della penisola. Egli non si limitò alla pittura di paesaggio, ma pose gli abitanti del borgo al centro della figurazione. Signorini venne così accettato dalla collettività, al punto che ancora oggi scaturiscono dai cassetti di famiglie locali disegni del macchiaiolo. Da ultimi, nel 2019, due disegni ritrovati casualmente negli archivi del comune di Riomaggiore, due schizzi a matita che raffigurano due personalità del borgo, Amado e Girumina dei Purin, che furono donati dagli eredi dell’artista nel 1974 in occasione della mostra “Telemaco Signorini a Riomaggiore”, ma andati poi dispersi. Anche una famiglia spezzina ha di recente ritrovato alcune opere attribuibili al maestro fiorentino. Questi ritrovamenti fanno pensare ad un radicamento dell’artista all’interno della comunità di
Riomaggiore, «paese piantato perpendicolarmente su dirupate scogliere». Difatti aveva preso casa presso un legnaiolo, mastro Anselmo, «con le belle persiane violette, col suo orto pieno di zucche penzolanti». Passò quindi nell’abitazione del Granetta, colma di bambini chiassosi, e quindi nella casa del maestro Peroni, situata tra la chiesa e il castello, dove poteva lavorare in tranquillità, lontano anche dagli effluvi del Rio Maggiore dove confluivano i residui fisici.
Nei suoi diari, Signorini non rinuncia al termine “selvaggio” nella descrizione di Riomaggiore, citando alcuni episodi a cui assistette nei suoi lunghi soggiorni come l’uccisione di un cane da parte dei ragazzi, il lavaggio del viso di un bambino con lo sputo da parte della madre, l’assenza di un medico o di una levatrice, le bambine che portavano secchi d’acqua agli uomini inerpicati sui “cian” (le piane).
Il suo racconto prosegue: «Le cose più difficili da trovare a Riomaggiore, a quel punto, erano queste: un viso e un paio di mani pulite, un quadrupede, un paio di scarpe, del pesce o della carne, un palmo di terreno senza vestigia umane, una levatrice. Però su un alto, accanto alla chiesa parrocchiale, che fu eretta nel 1340 da Antonio Fieschi vescovo di Luni e dedicata a San Giovanni Battista, ci era una farmacia … La famiglia di Campoantico. Una bottega piccina piccina, col farmacista proporzionato a lei, con la moglie idem, e dei bambini microscopici. Un vero personaggio di Hoffmann. Lo conobbi benissimo e con lui feci diverse escursioni per i dintorni. Era ligure, ma non del paese, e vi era pochissimo amato, forse perché poco meritevole di esserlo, forse perché straniero; ché in Riomaggiore tutti si imparentavano tra loro, come gli dèi d’Omero, tento che allora si poteva dire tutto il paese una famiglia sola».
I primi lavori risalgono a questo soggiorno, come “Veduta dalla costa di Riomaggiore”, della Collezione d’Arte della Banca d’Italia oppure “Veduta del borgo da via San Giacomo”, la stradina che costeggia il lato sinistro della marina. La parte più corposa è legata agli anni Novanta, quando ritorna nel borgo di Riomaggiore, dal 1892 fino al 1899, con soggiorni a cadenza annuale…..
Venne anche per lui l’ora dell’addio, nel 1899, così descritto: «Fu splendida di sole la mattina della mia partenza. Le tre famiglie, quella dei Pasini, dei Fresco e del Maestro Peroni erano rappresentate dai tre stipiti delle tre famiglie, cortesi sempre fino all’ultimo momento. Dal mio vagone, mentre stringevo la mano ai miei tre buoni e bravi amici, e davo e ricevevo auguri di felicità, sotto a quel limpido sole, si stendeva davanti alla stazione, ampio, lucido e terso come uno specchio infinito, il mare, che alitando leggermente col lieve respiro di persona addormentata, lambiva appena le selvagge aride scogliere davanti al piccolo seno di Rio Finale. All’ultimo momento e con un ultimo sguardo vidi, accanto al caffè di Tinto, muta e scolorita come un cadavere, la casa di maestro Anselmo e, lì accanto, divisa dal ponticello sul Rio, la casa di Granetta, coperta su tutte le sue terrazze da tante lenzuola e pezze e fasce di mille colori, sventolanti al sole della mattina, come se fosse stata imbandierata per una dimostrazione. Difatti questa dimostrazione di vitalità si faceva palese anche più pei gridi di tutta l’infanzia e l’adolescenza che formicolavano là dentro… Ma più forte di questi gridi fu il fischio della locomotiva. Poi, rapidissimamente nel buio della galleria, poi, dopo trecento passi, ecco apparire, come in un lampo di nuova luce, la stretta gola di Riomaggiore e attraverso al fumo delle due terrazze, quella di Davidin, colle sue reti, quella di Pinolin, con suoi gatti ladri, la tavola dei miei pasti…e tutto, tutto sparire intravisto con l’istantaneità del fulmine. Poi, immediatamente, immerso nel fitto e tristo buio della Galleria del Canneto, il tedio infinito dei più dolorosi pensieri mi oppresse, e come un rimorso di non avere abbastanza amato una cosa cara… perduta!».