Giuseppe Grattacaso
A proposito di "Microfilm a Pier Paolo”

La parola politica

La nuova raccolta poetica di Tiberio Crivellaro è mossa da grande passione civile: la parola sembra sanguinare i fatti e le contraddizioni del presente

La parola poetica, nella pronuncia di Tiberio Crivellaro, si carica del vigore che deriva dalla passione civile e dalla lotta politica, si fa gesto sanguinante e incita alla ribellione e alla liberazione, è dispositivo provocatorio e conflittuale. In alcuni momenti emana tepore e dona lenimento, come quando sussulta nella vicinanza con gli sconfitti e nell’affratellamento con gli ultimi, o si concede a una ritrovata serenità, ripensando a un passato che riemerge nella sua umile integrità umana, nella vicinanza con i Maestri amati e con amici e compagni nella militanza. La ricerca di purezza e di autenticità, nella letteratura come nella vita, emerge con nuova forza nella nuova raccolta Microfilm a Pier Paolo, sottotitolo Ultimi versamenti, pubblicata da Arsenio editore con la prefazione di Adone Brandalise (152 pagine, 12 Euro). Non a caso il volume, a riprova dell’afflato che punta con decisione a imporre a sé stesso e al mondo pulizia e generosità, è intestato anche a Mariana Anita Torres, di cui vengono recuperati, in aggiunta e a completamento dei testi di Crivellaro, versi e liriche in lingua spagnola. Torres, morta nel 2024, è stata, si legge nella breve nota biografica a chiusura del volume, attiva nel movimento dell’estrema sinistra basca, ha scritto poesie sul disagio sociale e saggi, e “ha lasciato alcune sue poesie in lingua all’amico Tiberio Crivellaro”.

Il libro, che si compone di oltre novanta poesie, suddivise in sei sezioni, vuole essere anche un momento di bilancio e di riflessione sui trascorsi privati dell’uomo e su quelli collettivi di una generazione e di una società, un esame di coscienza, umano e letterario, che il poeta, giunto all’età di settanta anni, pretende con forza da sé stesso, ma che esige con energia anche dagli altri. La poesia, come in uno dei testi della prima sezione del libro, Ritama y ritamas, diventa, in forza di questo, una sorta di lamento, un blues d’amore per la parola e di denuncia di chi la vorrebbe falsa e depauperata: “Lamento un canto più oscuro della notte. / Davanti il calice a ogni sorso scorre il tempo / che dissipa l’esistenza degli amici uccisi. / […] / non siate sospettosi se scrivo alla lavagna / nera: la vita salva la poesia dalla menzogna / dei poeti laureati. / Siate dunque esemplari / […] / Siate inquieti e rabbiosi senza turbamenti. // Lamento un feroce canto che disprezza le / false felicità, l’amore plastificato in legatoria / che si deforma nelle peggiori manipolazioni”.

La parola quindi deve liberarsi da ogni orpello retorico che suoni inutile e sia solo strumento per ingraziarsi il lettore, ed evitare di fare sfoggio di sé stessa, se vuole essere coscienza del mondo e denuncia dell’ingiustizia sociale. Che sia questo uno dei centri tematici del libro, appello all’onestà e al vigore della scrittura, è confermato nella ripresa dei versi dedicati al “lamento”, con il titolo di Ripetizione, nella sezione Vagabonde ultime, dove si legge: “Siate dunque esemplari, riflettere / senza tanto gesticolare, senza l’osceno sfoggio (sig) / dei vostri cellulari. Siate inquieti e rabbiosi senza tanti turbamenti. // Lamento un feroce canto che disprezza le così dette / felicità, l’amore ineducato e tiranno che si deforma nelle peggiori falsità”. Lo sguardo spietato di Crivellaro, da cui proviene la sua parola dolente e necessaria, ha la forza e la tenerezza di un “furioso e mesto testamento”, secondo l’espressione utilizzata nell’ultima poesia della stessa sezione.

Lo sguardo rivolto al passato, all’infanzia, regala al poeta una pausa rasserenante. Da bambino, ricorda, al paese “v’erano personaggi da abbecedario dialettale”. L’affollata successione di uomini e nomi si carica di nostalgia e di una sorta di accorata devozione. Davanti ai nostri occhi sfilano “Italo spua col camioncino / che alle feste suonava la fisarmonica”, “Marietto bastiema meccanico / tornato monco dalla Francia” e poi “Mario russi lattaio (me popà), il muto Selmo, prima / cazzuola, c’era Pietro gaina, specialista in pollai notturni / e sua moglie Cia copina, i più poveri”.

Nei versi della raccolta aleggia sempre, figura oscura e terribile, la presenza della morte. È lì a ricordarci la scomparsa degli amati amici e maestri, la fine delle tante vittime delle guerre, ma è anche “l’orrida falce che ci pedina / […] / flessuosa che pare occasionale / quando decapita la vita”.

L’ostinata partecipazione della morte alle vicende quotidiane, il passato avvertito come purezza e verità, l’esistenza e la poesia vissute come ribellione, ci portano a Pasolini e alla sezione Microfilm a Pier Paolo, che dà anche il titolo al libro. L’autore di Le ceneri di Gramsci, che è “una stella sempre accesa / se pur sconsacrata”, è raccontato nel giorno della fine violenta, mettendo a fuoco, con un linguaggio che si nutre d’amore e di tragedia, e che rievoca quello dello stesso Pasolini, l’ambiente che fa da sfondo all’atroce delitto: “Cento passi prima del crocevia, / dove covava il campo degli estinti, / in un grumo di rovi era fiorita / una rosa senza spine. / Si era in un tardo autunno, stagione / con grinze scolme di vento e fanghi”.

È comunque sempre il presente, con i suoi mali, le infelicità e le colpe, a costituire il terreno dal quale si alza l’urlo dolente del poeta. Ne sono testimonianza i versi, belli e terribili, tra l’elegia e il grido di dolore, di Florilegio: “Quando arranca l’edera clematide / la serpe si compatta, fra rovi biforcuti / chiama la smeral dea. Tra un ginepro / e l’orso Zeld, Meuro e Bor, i ruffiani / di Eolo planano con la tempesta. / Là ruggisce l’edera, seppur dirada. // Suona l’allarme. Ancora un raid a Mariupol, continua il massacro / a Zaporizhzhia”.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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