Sergio Buttiglieri
Al Teatro La Fenice di Venezia

La clemenza di Mozart

La direzione di Ivor Bolton e la regia di Paul Curran esaltano la modernità dell'ultima opera di Mozart, “La clemenza di Tito”. Un inno al “perdono”, sentimento oggi perduto...

Durante la rappresentazione della Clemenza di Tito, ultima magistrale opera di Mozart, al Teatro La Fenice di Venezia, ho avuto la fortuna di poter vedere da vicino l’accurata direzione del maestro concertatore e direttore Ivor Bolton. E mi sono perfettamente reso conto di quanto fosse fondamentale la sua figura, sia per i musicisti, sia per i cantanti. Ogni suo minimo gesto, peraltro privo della consueta bacchetta, rendeva l’esecuzione senza incertezze e anche i personaggi in scena seguivano il preciso ritmo che lui voleva dare a questa opera mozartiana su Libretto di Caterino Mazzolà rielaborato da un testo di Metastasio. Opera che debuttò in prima assoluta a Praga al Teatro Nazionale il 6 settembre 1791.

Gesti non casuali e non semplicemente di bella presenza come invece a volte in passato avevo purtroppo visto eseguire in altre sedi dalla contestata Beatrice Venezi che gli orchestrali giustamente ritengono tutt’oggi non all’altezza per questo ruolo così prestigioso come quello assegnatole dal Sovrintendente e Direttore artistico Nicola Colabianchi per il 2026 a direttore musicale della Fenice. È così anche l’altra sera sono stati giustamente distribuiti dei volantini a tutti gli spettatori all’ingresso del teatro per ribadire la posizione di contrarietà degli orchestrali a questa scelta presa arbitrariamente dal Colabianchi che non li ha minimamente coinvolti in questa sua decisione.

Quest’ultima preziosa opera di Mozart, quando debuttò a Praga, non fu accolta calorosamente. La regale consorte di Leopoldo II, Maria Luisa di Borbone, si lasciò persino andare a un giudizio tranchant e la definì “una porcheria tedesca in lingua italiana”. E anche se nel secolo successivo, nonostante La Clemenza di Tito condividesse con il Don Giovanni e Die Zaberflöte il podio delle opere di Mozart, sopravvissute alla morte dell’autore, pure pesarono in negativo l’opinione ambigua di Wagner (“Quanto profondamente sono grato a Mozart perché non gli fu possibile inventare per Tito una musica come quella di Don Giovanni”) e il sottile disprezzo per una forma di teatro musicale considerata imperfetta, artefatta e votata all’effimero e scritta in soli diciotto giorni tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1791 per festeggiare l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II a Re di Boemia.

Rimane il fatto che l’opera, malgrado i giudizi sprezzanti della corte viennese, ha rappresentato fino al primo decennio dell’Ottocento uno dei maggiori successi, anche internazionali, di questo compositore. Fu infatti messa in scena, come prima opera di Mozart, a Londra nel 1806 grazie soprattutto alla moglie Constanze che dimostrò un’eccezionale energia nella promozione degli ultimi lavori del marito scomparso.

L’atto primo si apre negli appartamenti di Vitellia (l’acclamata soprano fiorentina dalla splendida voce Anastasia Bartoli) figlia del deposto imperatore Vitellio. Accecata dall’ambizione e dalla gelosia, Vitellia cerca di sfruttare l’amore di Sesto (l’altro grande protagonista interpretato con successo dal mezzosoprano Cecilia Molinari) per colpire l’imperatore Tito Vespasiano (ben restituitoci dal tenore Daniel Behle), innamorato della principessa ebrea Berenice.

La differenza di temperamento tra i due personaggi si manifesta fin dal primo duetto in fa maggiore. L’animo nobile di Sesto emerge subito con due battute di accordi semplici e solenni, mentre il carattere fumantino di Vitellia è dipinto con le note ribattute e la nervosa figurazione dei violini perfettamente guidati da Bolton.

La vicenda procede con i famosi colpi di scena dell’imperatore Tito che vuole cambiare consorte e questo cambia l’umore di Vitellia che alla fine, saputo che Tito vorrebbe sposare Servilia (interpretata dall’ottimo soprano Francesca Aspromonte) sorella di Annio, (l’apprezzato pugliese controtenore Nicolò Balducci) inviperita di essere stata scartata due volte convince Sesto, con un aperto ricatto sessuale, offrendosi in premio per il suo delitto, a far fuori Tito durante una cerimonia in Campidoglio.

Troppo tardi Vitellia apprende che la scelta di Tito infine è caduta su di lei. A quel punto non riesce più a fermare Sesto perdutamente innamorato di Vitellia. Sesto è perfettamente consapevole di compiere un’azione indegna, ma non riesce a sottrarsi alla schiavitù delle passioni. E anche se lui non riuscirà a uccidere Tito dopo lo spettacolare incendio del Campidoglio in cui, qui, il grande regista Paul Curran di origine scozzese, ma residente da tempo in America, ha scelto di interpretare l’opera in chiave moderna. D’altro canto è lo stesso Mozart a proporci questa lettura: non ambienta la storia nell’antica Roma. Ma descrive la propria società, come del resto ha fatto in ogni suo titolo. È vero, ci ricorda il regista, che la censura del tempo non permetteva che la modernità fosse troppo evidente, ma è ovvio che i personaggi della Clemenza di Tito rappresentano la gente che stava attorno a lui. “Come regista, non posso immaginare qualcosa di troppo distante dalla nostra esperienza – ribadisce Paul Curran – vorrei che le persone pensassero a un legame tra di loro e il passato. Questo si vede chiaramente nella relazione di Tito e Sesto, forse la più complicata della loro vita”.

L’ambientazione che ha scelto è piuttosto astratta, come d’altronde anche i costumi, curati splendidamente da Gary McCann, con un occhio rivolto al passato. Nel secondo atto, senza parlare del, giustamente lodato da tutti, grande concertato che chiude il primo atto, ci ritroveremo in una sorta di spettacolare esplosione, metafora perfetta della nostra società. Rendendo chiaro come le decisioni di qualcuno possano disintegrarla. Tema, come ben sappiamo, tanto attuale in questi mesi.

E noi spettatori assisteremo nel secondo atto a una inaspettata ricomposizione in vista della fine dell’opera in cui Tito compie un meraviglioso atto di clemenza nei confronti di Sesto e di Vitellia. Sesto è un personaggio modernissimo che incarna l’essenza dell’essere umano in mezzo al fango della mente mentre cerca di assecondare la persona che ama e allo stesso modo desidera comportarsi bene nei confronti di qualcuno verso cui ha dei doveri. Sesto è davvero un personaggio complicato e complesso. Mentre Vitellia dal canto suo è completamente ossessionata dal potere, e anche dallo spirito di vendetta per la morte del padre. Sono sentimenti, come tutti noi percepiamo, che appartengono agli uomini di oggi. In particolar modo ai potenti.

Come nel mondo del Settecento, anche in quello di oggi, la parola “clemenza” dovrebbe avere molta più importanza. Le persone che detengono enormi poteri dovrebbero capire che la clemenza, ovvero la capacità di perdonare gli altri, insieme alla gentilezza, dovrebbero avere molto più peso e centralità.

E Paul Curran, ambientando questa storia settecentesca come una storia moderna, è riuscito a parlarci del potere e dell’umanità. Lui abita negli Stati Uniti e percepisce una situazione di estremismo politico sconfortante. Invece di picchiare, escludere, far morire la gente, si dovrebbe comprendere che tutti possono sbagliare e fare del male, ma che bisogna aver la capacità di perdonare e andare avanti. È il regista ci ha restituito perfettamente queste sensazioni, aiutato anche dal cast sopraffino e dal grande direttore musicale Ivor Boltonsicuramente uno dei più rinomati direttori nel filone della musica barocca e classica: la sua versatilità, in ogni caso, è senza confini.

Applausi fragorosi a tutti da un teatro, quello veneziano, che ha ribadito l’importanza della qualità nell’intero cast, compreso il lodevole coro ben diretto da Alfonso Caiani, per ottenere tali splendidi memorabili risultati. Coro che il direttore concertatore Bolton ha giustamente sottolineato come sia uno degli aspetti più interessanti di questa partitura. Il primo coro, “Serbate, o dei Custodi” è molto formale ma è pieno di energia e esprime perfettamente la “lode” all’imperatore. Secondo Bolton la parte corale che ha davvero un effetto devastante è quella che compare sul finire dell’opera, “Che del cielo, degli dei“: qui poco prima che venga emesso il giudizio su Sesto per la sua cospirazione e per la sua perfidia, l’orchestra è “ardente” e trasmette un vero senso di potere del popolo. A parer del direttore è la pagina di musica più sconvolgente, dignitosa e straziante di tutto il repertorio settecentesco. Questa musica ha una qualità quasi cinematografica, sembra che tutto stia accadendo in tempo reale. “Ribadisco – puntualizza Ivor Bolton – questa è una delle mie opere mozartiane preferite. Penso che possa temere il confronto solo con la trilogia di Da Ponte, ma neanche più di tanto“.

E noi tutti siamo stati rapiti da questa perfetta direzione musicale associata alle scelte astratte del pluripremiato regista scozzese Paul Curranpresente con successo in tutti i maggiori teatri del mondo.

In scena fino a domenica 30 novembre.

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